FED VERSO IL TAGLIO DEI TASSI, DOLLARO DEBOLE. PER ADESSO

Non raggiungeva 1,4122 dal 22 marzo scorso l’Euro/Dollaro, quando il braccio operativo della Fed aveva dichiarato che i tassi non avrebbero subito rialzi per tutto il 2019. Un repentino deprezzamento, quello del biglietto verde, a cui aveva seguito un riassestamento tra 1,13 e 1,12 nel mese di aprile, prima che le tensioni in Medioriente si andassero ad aggiungere alla già avviata trade war tra Usa e Cina, unita all’incertezza politica-economica legata all’Europa, vuoi per le elezioni, vuoi per la Brexit, senza considerare i guai dell’extra debito accumulato dall’Italia. Tradotto: euro debole e minimi raggiunti a 1,110 il 26 aprile e poi il successivo 23 maggio, tre giorni prima del voto.

LA FED IN “AIUTO” A TRUMP
L’instabilità globale e la guerra dei dazi tra Washington e Pechino rimangono i punti fermi dell’andamento generale dell’economia. In questa direzione va la successiva ripresa dell’euro, complice il fatto che al di là dei risultati elettorali, i partiti sovranisti non hanno ottenuto il consenso sperato. Si arriva così al 18 giugno: Mario Draghi dice molto chiaramente che la Bce è pronta a un nuovo capitolo del “Whatever it takes” ed è pronto a tutto per stimolare l’economia in caso di necesità. Tagliando i tassi, ma anche con la seconda ondata di Quantitative Easing. L’euro si indebolisce e torna sotto 1,12, scatenando l’ira, e i tweet, di Donald Trump. Perché un dollaro forte penalizza gli Stati Uniti, perché quella di Draghi, dal punto di vista del presidente Usa, è stata una mossa scorretta. Ma in suo aiuto, strano ma vero, ecco che arriva la Fed. Strano, perché il capo della Casa Bianca ha fatto di tutto per trovare il modo di sostituire Jerome Powell. Vero, perché l’apertura a un possibile taglio dei tassi, al momento tra il 2,25 e il 2,5%, annunciato dal presidente della Banca Centrale Americana è esattamente quello che Trump pretende da mesi. Un segnale talmente forte, quello della Fed, da riportare l’euro a quota 1,14, proprio in questi giorni, prima di ritracciare in area 1,13.

DOLLARO DEBOLE. PER QUANTO?
Secondo alcuni analisti, l’euro è destinato a rafforzarsi fino a quota 1,2 entro la fine dell’anno, sopratutto se la Fed dovesse per davvero avviare una politica di taglio dai tassi già a partire dalla fine di luglio. In realtà questa operazione non va data affatto per scontata. Il 25 giugno infatti lo stesso Powell ha spiegato che, al momento, non esiste alcuna necessità di intervento. Il rallentamento dell’economia globale non ha influito più di tanto sull’inflazione americana, molto dipenderà dai prossimi dati macroeconomici, vero termometro della salute dell’economia Usa. Pur ribadendo la totale indipendenza da pressioni politiche esterne, il leader della Fed ha infine ammesso che nel caso non venisse trovata una tregua tra Usa e Cina al G20 di Osaka, nel weekend, il taglio dei tassi sarà inevitabile. E tra Trump e Xi Jinping, al momento, non pare sia così probabile una riapertura delle trattative.

EURO: SOTTO LA LENTE BREXIT E ITALIA
Nel caso in cui la moneta unica dovesse confermarsi forte nei confronti del dollaro, il primo paese dell’Unione a subirne le conseguenze potrebbe essere la Germania, la cui economia si basa soprattutto sull’export. Berlino, va ricordato, è a un passo dalla crisi di governo dopo la batosta dell’Spd alle elezioni. Ma l’Ue ha un’altra patata bollente da gestire, ed è quella della Brexit: un “no deal” potrebbe causare ulteriori scossoni alla tenuta dell’Europa (e un deprezzamento forte della sterlina, che da settimane tratta ai minimi da gennaio, a quota 0,89), già impegnata nel ruolo di “watchdog” dell’Italia, alle prese con il suo extra debito da correggere.

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