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Banksy, scoperto il vero nome: ecco chi è lo street artist inglese

Un uomo misterioso

Robert Del Naja dei Massive Attack, il conduttore Neil Buchanan, il consigliere comunale di Pembroke Dock Billy Gannon. Sono solo alcune tra le tante ipotesi sull’identità di Banksy circolate in passato e che, insieme alla sua militanza, ai suoi iconici stencil sparsi in giro per il mondo e alle sue opere che hanno raggiunto valori iperbolici, hanno contribuito ad alimentarne il mito. Ma chi è davvero Banksy? L’ultima teoria è che lo street artist inglese dal volto incappucciato sia in realtà Robin Gunningham, un uomo nato il 28 luglio 1974 a Yate, cittadina di 23.000 abitanti a 19 chilometri da Bristol.

 

Banksy chi è? Scoperto il suo vero nome

Sono passati più di trent’anni da quando Banksy è apparso misteriosamente sulle scene con la crew DryBreadZ (DBZ) e, in questo lungo lasso di tempo, collaboratori, amici e addetti ai lavori avevano mantenuto il segreto e il massimo riserbo sull’identità dell’artista. Ma i tempi sono cambiati ed è accaduto così che i giornalisti del Daily Mail, sempre a caccia di scoop e nuovi indizi sul writer, si siano messi a scartabellare le carte di un processo per diffamazione che avrebbe costretto Banksy a rivelare il suo vero nome. L’imprenditore musicale Andrew Gallagher ha citato in tribunale Robin Gunningham, che secondo il tabloid sarebbe il misterioso writer.

A far combaciare i diversi pezzi del puzzle e a risolvere probabilmente l’enigma sono però due italiani: Stefano Antonelli e Gianluca Marziani, curatori d’arte tra i massimi esperti internazionali dello street artist e autori della monografia Banksy. L’artista che si è fatto fantasma, pubblicata nel 2021 da Giunti. “Un caso esemplare di una notorietà costruita sull’assenza, l’anonimato, sulla negazione del proprio contributo esplicito al dibattito pubblico se non in termini di attivismo creativo”, scrivono i due critici.

La coppia ha curato a Lecce una mostra nello spazio espositivo delle Mura Urbiche, Realismo capitalista, Banksy: l’arte in assenza di utopie, e nel corso della conferenza stampa organizzata durante l’evento di Semi (Storie di eccellenza, merito, innovazione), il presidio dell’associazione Cultura Italiae, ha confermato che il suo nome è quello di Robin Gunningham. “Lo possiamo affermare con sicurezza grazie a fonti più che certe”, dichiarano Antonelli e Marziani. D’altronde l’anonimato e la clandestinità nel mondo dell’arte urbana non sono certo una novità: la pratica dei graffiti e del muralismo in Gran Bretagna è illegale e le sanzioni sono pesantissime, dalle multe salate fino al carcere. “L’identità di Banksy non è più un mistero, a Bristol lo sanno tutti”, spiega Antonelli in un’intervista concessa al Quotidiano di Puglia.

Siamo stati sul posto, abbiamo ascoltato molte persone come John Nation che lo ha cresciuto quando lavorava come animatore di una parrocchia di quartiere che sottraeva i ragazzi dalla strada, avviandoli all’arte; abbiamo ascoltato la direttrice del Bristol Museum che lo ha incontrato più volte. A Bristol tutti sanno che lui è Robin Gunningham.

Se Banksy si presenterà davanti ai giudici a viso scoperto rivelandosi al mondo come Robin Gunningham, il suo mito non finirà. Anzi, “ha una posizione e un mercato ben stabile e fondato”, chiarisce Antonelli. Piuttosto, una conseguenza diretta e reale dello svelamento della sua identità potrebbe essere relativa all’esercizio del copyright perché “i suoi incassi sono pervenuti, per sua scelta, solo dalle vendite privatissime alle quali partecipano delle persone del mondo aristocratico britannico, della finanza”. Ma in qualsiasi modo andranno i fatti, Banksy rimane un unicum, “una nemesi tra il suo personaggio e quello di Robin Hood” che ruba l’arte ai ricchi per darla ai poveri, “un artista ironico, integro ma non radicale che ride sulle disgrazie del nostro mondo”.

Banksy nonostante il suo anonimato, è riuscito a raggiungere la vetta dell’arte contemporanea e questo è un fatto unico nella storia. In cosa consiste ciò che esiste è un concetto di origine spinoziana, Banksy rappresenta il potere della consistenza che si oppone al piccolo potere dell’esistenza rappresentata. La sua identità ci dice molto dell’artista che ha cercato di far passare un messaggio tanto chiaro quanto speciale: contano più le opere della mia vita. Nonostante ciò, la nostra curiosità è inesauribile e se qualcuno si sottrae noi lo cerchiamo.

 

L’identità di Banksy era nota da tempo

Non è la prima volta che il nome di Robin Gunningham viene associato a quello di Banksy. La sensazione che dietro l’artista si celasse Gunningham circolava da diverso tempo, ma senza conferme. Il primo a parlarne nel 2003 è il giornalista Simon Hattenstone sul Guardian: il reporter descrive Banksy come un uomo “bianco, di 28 anni, con jeans casual trasandati, maglietta, un dente d’argento, catenina e orecchini d’argento”. In pratica, “una via di mezzo tra Jimmy Nail e Mike Skinner, il cantante dei The Streets”. Nato a Bristol nel 1974 e cresciuto nei sobborghi della città, Robin sarebbe stato espulso da scuola e finito persino in carcere per piccoli crimini prima di scoprire l’arte a 14 anni.

Banksy comincia le sue opere sui muri durante l’adolescenza e a Bristol si fa conoscere soprattutto nel 1997, quando disegna l’enorme murales The Mild Mild West per coprire la pubblicità di uno studio legale. La teoria di Hattenstone è confermata da conoscenti ed ex compagni di scuola dell’artista che hanno frequentato la Bristol Cathedral School con lui. Nel 2016 ci si mettono pure gli scienziati della Queen Mary University di Londra: i ricercatori della School of Biological and Behavioural Sciences si servono del geographical profiling (il profilo geografico criminale ideato dal professor David Canter) per identificare l’artista analizzando i dati geografici a lui correlati. Dallo studio della “geografia” di Banksy, ovvero i luoghi in cui si muove e i posti dove sono comparse 140 sue opere, la tesi dell’identificazione con Gunningham trova un riscontro effettivo.

C’è una vera e propria lista di negozi, pub, parchi e indirizzi specifici che sarebbero posti frequentati abitualmente da Robin. Dopo le ricerche condotte dalla Queen Mary (lo studio è pubblicato sul Journal of Spatial Science) e un’inchiesta svolta dal The Sun nel 2008, è il The Sunday Times a rilanciare nel 2021 la correlazione tra Banksy e Gunningham e la genesi dello pseudonimo. Banksy sarebbe una crasi di Robin Banks, il primo nome fittizio utilizzato per nascondere la sua vera identità e sfuggire alla polizia. A rimarcare la notizia dell’identità di Banksy è il passato musicale di Gunningham: da giovanissimo, nel 1993, realizza l’artwork per le copertine delle cassette Oh My God It’s Cheeky Clown e The Fairground of Fear di una popolare band ska di Bristol, i Mother Samosa. La firma di questa cover art è a nome Robin Gunningham.

Le copertine dei Mother Samosa a firma Robin Gunningham
Le copertine dei Mother Samosa a firma Robin Gunningham, ovvero Banksy (foto: Recordart)

Avvalorano le voci sulla presunta identità di Banksy le successive dichiarazioni di Steve Gibbs, leggenda della musica dub ed elettronica inglese degli anni Novanta con i Vibronics. In una puntata del podcast Positive Thursdays, Gibbs racconta che ai tempi di Outernational Dub Conference Volume One, un giovane artista chiamato Robin si è occupato di disegnare il logo del gruppo. In quello stesso periodo, ossia la seconda metà dei Novanta, a Bristol e dintorni sanno già tutti che Gunningham è in realtà Banksy. Nei club di Leicester c’è pure un duo di DJ che si fa chiamare Tom & Banksy.

È il 1998 o il 1999 quando Banksy si trasferisce a Londra con Jamie Eastman, boss dell’etichetta discografica Hombré di Bristol e futuro curatore per il centro d’arte contemporanea Bluecoat di Liverpool. Prima del suo debutto ufficiale con la mostra personale alla galleria 33 ⅓ di Los Angeles, lo street artist disegna un paio di copertine per i dischi di One Cut (il suo stile è particolarmente riconoscibile sull’EP Cut Commander del 1998) e collabora con la label Wall of Sound Records e la sussidiaria Ultimate Dilemma. Ed Cartwright lavora alla Wall of Sound in quegli anni (tra il 2001 e il 2002) e testimonia che un artista di nome Robin è l’autore della copertina della copia promozionale di Melody A.M. dei Röyksopp.

La musica “tradisce” definitivamente Banksy nel 2017, quando ormai è una superstar. Chiacchierando in libertà con Scroobius Pip (l’attore, poeta hip-hop e podcaster David Peter Meads) nel corso di una puntata di Distraction Pieces, DJ Goldie parla di graffiti e arte di strada, lamentandosi del rovesciamento di senso della street art, in origine accessibile a tutti e oggi relegata esclusivamente agli spazi delle gallerie e delle aste, dove soltanto i miliardari possono accedere. “Lo dico senza assolutamente mancare di rispetto a Rob, che penso sia un artista eccezionale che ha ribaltato il mondo dell’arte”, dice Goldie. Ma Rob chi? Gunningham, naturalmente.

AUTORE

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Alessandro Zoppo

Ascolta musica e guarda cinema da quando aveva 6 anni. Orgogliosamente sannita ma romano d'adozione, Alessandro scrive per siti web e riviste occupandosi di cultura, economia, finanza, politica e sport. Impegnato anche in festival e rassegne di cinema, Alessandro è tra gli autori di Borsa&Finanza da aprile 2022 dove si occupa prevalentemente di temi legati alla finanza personale, al Fintech e alla tecnologia.

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