L’indice S&P500 si è lasciato alle spalle il 2025 registrando un rialzo annuale di circa il 16%, grazie alla spinta dell’intelligenza artificiale. Il boom della nuova tecnologia ha messo in secondo piano alcuni venti contrari che hanno soffiato su Wall Street, come i dazi del presidente degli Stati Uniti Donald Trump e le tensioni internazionali derivanti dai conflitti militari in corso. Tuttavia, permangono forti preoccupazioni sul fatto che il rally guidato dall’AI possa perdurare, dal momento che le big tech stanno sostenendo spese molto elevate per ottenere la supremazia in una tecnologia che sta cambiando il mondo.
In questo articolo:
- Intelligenza artificiale: le più grandi preoccupazioni
- Cosa dice la storia
Intelligenza artificiale: le più grandi preoccupazioni
Aziende come Microsoft, Amazon, Alphabet e Meta hanno investito complessivamente più di 300 miliardi di dollari lo scorso anno in data center, chip e infrastrutture legate all’intelligenza artificiale e, secondo i calcoli di Bloomberg, arriveranno a 440 miliardi di dollari nel 2026, con un incremento del 34% su base annua. Non dimenticano peraltro che OpenAI, proprietaria di ChatGPT, si è impegnata contrattualmente con varie grandi aziende tecnologiche per oltre 1.000 miliardi di dollari.
Di conseguenza, la principale preoccupazione è che un’esposizione di tale entità rischi di rivelarsi fatale, con effetti a catena potenzialmente disastrosi. La natura circolare di questi accordi presenta tutte le caratteristiche per generare un effetto domino, poiché investimenti e spese rimpallano tra OpenAI e le big tech. A ciò si aggiunge il fatto che l’S&P500 arriva da tre anni consecutivi di rialzi a doppia cifra, il che suggerisce un potenziale residuo di rialzo limitato, ma soprattutto un’elevata vulnerabilità al ribasso qualora l’AI non dovesse mantenere le promesse. D’altronde, bisogna ricordare che Nvidia, Microsoft, Alphabet, Amazon, Broadcom e Meta rappresentano quasi il 30% dell’S&P500, quindi una svendita legata all’AI colpirebbe duramente l’indice.
“Una bolla probabilmente scoppia in un mercato ribassista”, ha detto Gene Goldman, chief investment officer di Cetera Financial Group, che non ritiene che i titoli dell’AI siano in una bolla. “E al momento non vediamo un mercato orso all’orizzonte”.
Cosa dice la storia
Di una bolla sull’intelligenza artificiale e di una sua imminente deflagrazione si è parlato per tutto il 2025. Ora gli investitori temono che quello in corso possa essere l’anno fatidico. Come bussola di riferimento si possono utilizzare alcune situazioni del passato che hanno dato origine a bolle speculative.
Secondo una ricerca dello strategist di Bank of America Michael Hartnett, che ha analizzato dieci bolle azionarie in tutto il mondo dal 1900, la durata media è stata di poco superiore ai due anni e mezzo, con un guadagno medio dal minimo al massimo del 244%. Il rally attuale guidato dall’AI è giunto al suo terzo anno dalla fine del 2022, quando OpenAI ha fatto irruzione sul mercato con ChatGPT. In questo periodo, il principale indice azionario statunitense è salito del 79%, mentre il Nasdaq è cresciuto di circa il 130%.
Un secondo aspetto da valutare è la concentrazione. Le dieci maggiori società dell’S&P500 rappresentano oggi circa il 40% dell’indice, un livello che non si vedeva dagli anni ’60. Tuttavia, come osserva Paul Marsh, professore alla London Business School, nel 1900 – pochi anni prima del panico di Wall Street del 1907 – il 63% del valore del mercato statunitense era rappresentato da azioni ferroviarie, una quota nettamente superiore al 37% attribuibile al settore tecnologico alla fine del 2024.
In terzo luogo, è importante analizzare i fondamentali, soprattutto perché molti hanno paragonato l’eventuale bolla dell’AI a quella delle dot-com scoppiata all’inizio del millennio. È vero che alcune aziende si stanno indebitando in modo preoccupante, ma è altrettanto vero che oggi i rapporti debito/utili dei colossi tecnologici sono significativamente più bassi rispetto ad allora.
Infine, vanno considerate le valutazioni. Queste stanno salendo a causa della tecnologia, ma a un ritmo nettamente inferiore rispetto all’era delle dot-com. Ad esempio, nel 2000 il rapporto prezzo/utili a 12 mesi di Cisco Systems aveva superato quota 200, mentre oggi Nvidia tratta a meno di 50 volte gli utili. Cosa significa tutto questo? Probabilmente la risposta risiede ancora una volta nei fondamentali: le valutazioni sono elevate, ma lo è anche la crescita degli utili. “I prezzi delle azioni si sganciano dalla crescita degli utili quando non esiste alcun dibattito sulle valutazioni”, ha affermato Richard Clode, gestore di fondi di Janus Henderson. “E questo, al momento, non lo stiamo ancora vedendo”.









