Il boom delle armi: chi sono i grandi produttori (anche italiani)

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Da una parte devastazioni e vittime, dall’altra profitti. Le guerre continuano ad avere questa duplice e contrapposta anima. A confermarlo è il recente rapporto del Stockholm International Peace Research Institute (Sipri), secondo il quale le 100 maggiori aziende produttrici di armi e servizi militari hanno visto, nel 2024, i ricavi salire del 5,9 per cento, raggiungendo la cifra record di 679 miliardi di dollari. Un’accelerazione di una tendenza che pare strutturale: un decennio di crescita ininterrotta, con aumento complessivo del 26 per cento tra il 2015 e il 2024.

 

In questo articolo: 

 

  • Armi e ricavi: le ragioni dell’impennata
  • Armi, chi comanda il mercato
  • Asia in ribasso, boom in Medio Oriente
  • L’Italia nel grande gioco delle armi
  • Chi sono i colossi italiani

 

Armi e ricavi: le ragioni dell’impennata

Le ragioni di questa impennata non sono difficili da individuare: le guerre in Ucraina e Gaza hanno costretto molti Stati a “rinfrescare” i propri arsenali, a correre ai ripari dopo anni di sottovalutazione del rischio, portando alla ribalta un’industria che per troppo tempo si era nascosta dietro il velo della “difesa necessaria”.

Ma la domanda crescente viene oggi non solo da paesi coinvolti nei conflitti, bensì anche da governi che intendono “modernizzare” le proprie forze armate in funzione di scenari strategici che mutano rapidamente, rivalità geostrategiche, instabilità regionale, timori per l’ordine mondiale, insicurezze energetico-geopolitiche. Lo si vede anche dal nuovo accordo firmato in casa Nato e dal ReArm Europe

In questo contesto, i protagonisti del business bellico globale tornano a essere attori centrali del grande gioco delle armi. Con caratteristiche molto diverse: da colossi americani tecnologicamente avanzati, a giganti russi in resilienza nonostante sanzioni, fino a produttori europei che, dopo anni di torpore, stanno riconquistando rilevanza sul mercato mondiale. Inaspettatamente per molti, con un’Italia che emerge – almeno per ora – come uno dei protagonisti dell’esportazione militare.

 

Armi, chi comanda il mercato

Il dominio Stati Uniti rimane incontrastato. Nel 2024 le aziende americane della Top 100 hanno totalizzato ricavi per 334 miliardi di dollari, in crescita del 3,8 per cento. Tra queste figurano nomi noti – come Lockheed Martin, Northrop Grumman e General Dynamics – che polarizzano una porzione significativa della domanda globale di armi sofisticate: aerei da combattimento, missili, navi, tecnologia avanzata di difesa e controllo.

Eppure, proprio in questi colossi si accumulano problemi sempre più visibili: ritardi nelle consegne, sforamenti di budget, incertezze su programmi strategici come l’F-35, il sottomarino classe Columbia, o i missili intercontinentali Sentinel. Se l’America resta l’industria di riferimento, è l’Europa che negli ultimi due anni sta vivendo un nuovo momento di vitalità. Le 26 imprese europee (escluse le russe) presenti nella Top 100 hanno visto i loro ricavi aggregati salire del 13 per cento, superando quota 151 miliardi di dollari.

In particolare, il balzo più impressionante lo ha messo a segno l’azienda ceca Czechoslovak Group, con un aumento del 193 per cento: le sue forniture – soprattutto munizioni – sono state indirizzate verso il teatro bellico ucraino. L’Europa non è immune da criticità: con il riarmo generalizzato si è riaccesa la competizione per materie prime e componenti. La dipendenza da minerali critici – titanio, terre rare, acciai speciali – si rivela un punto molto fragile. Alcune aziende, come la franco-tedesca Safran o la multinazionale aerospaziale Airbus, hanno già dovuto cercare fornitori alternativi all’ex blocco russo.

Sul versante russo, nonostante le sanzioni, l’industria bellica continua a mantenere il passo: le due aziende russe nella Top 100 – Rostec e United Shipbuilding Corporation – hanno aumentato i ricavi del 23 per cento, totalizzando circa 31,2 miliardi di dollari. L’impulso viene quasi tutto dalla domanda interna, non dall’export. Nonostante problemi strutturali – scarsità di componentistica, carenza di manodopera qualificata – il comparto “difesa russa” resiste e continua a generare profitti consistenti per lo sforzo bellico.

 

Le prime 10 aziende di armi al mondo per ricavi nel 2024

(dati in milioni di dollari)

 

  1. Lockheed Martin (Usa): 64,6
  2. RTX (Usa): 43,6
  3. Northrop Grumman (Usa): 36,8
  4. Bae Systems (Regno Unito): 33,7
  5. General Dynamics (Usa): 33,6
  6. Boeing (Usa): 30,55
  7. Rostec (Russia): 27,1
  8. AVIC (Cina): 20,59
  9. CETC (Cina): 18,9
  10. L3Harris Technologies (Usa): 16,2

 

Asia in ribasso, boom in Medio Oriente

L’Asia presenta segnali contrastanti. Complessivamente la regione (Asia e Oceania) registra un calo dell’1,2 per cento, attestandosi a circa 130 miliardi di dollari. Il decremento è dovuto principalmente alla brusca contrazione (-10 per cento) delle vendite di otto aziende cinesi presenti nella classifica, penalizzate da scandali di corruzione e da contratti rinviati o cancellati.

Altre nazioni asiatiche, come Giappone e Corea del Sud, vanno invece in controtendenza: le prime cinque compagnie giapponesi hanno incrementato i ricavi del 40 per cento, mentre le quattro sud-coreane del 31 per cento. Segno di una domanda interna ed esterna in ripresa, probabilmente legata alla crescente domanda di sistemi di difesa avanzati e di esportazioni.

Un ulteriore dato che colpisce riguarda il Medio Oriente: per la prima volta, ben nove aziende della regione figurano nella Top 100, con un fatturato complessivo di circa 31 miliardi di dollari, +14 per cento rispetto all’anno precedente. Le sole tre imprese israeliane – tra cui Rafael Advanced Defense Systems e Israel Aerospace Industries – hanno totalizzato 16,2 miliardi, in aumento del 16 per cento, nonostante le pressioni internazionali legate al conflitto a Gaza.

Variazione percentuale dei ricavi provenienti dalle armi delle aziende presenti nella SIPRI Top 100, per Paese, 2023–24

 

L’Italia nel grande gioco delle armi

E l’Italia? Contro ogni retorica pacifista, il nostro Paese emerge come uno dei protagonisti dell’industria militare internazionale. Secondo le recenti elaborazioni, l’Italia si posizionerebbe come sesto esportatore mondiale di armi, con una quota stimata intorno al 4,8–5,1 per cento del mercato globale.

I numeri dell’ultimo biennio sono eloquenti: nel 2024, le autorizzazioni all’export militare dell’Italia – tra esportazioni vere, intermediazioni e licenze sono arrivate a circa 7,9 miliardi di euro, in crescita rispetto ai 6,3 miliardi del 2023. Il fenomeno non è isolato: le autorizzazioni individuali – quelle per sistemi d’arma specifici verso singoli Paesi – sono ormai salite drasticamente rispetto agli anni Ottanta e Novanta, segno che l’Italia non punta tanto a grandi piattaforme navali o aeronautiche (che richiedono anni per essere costruite), quanto a una molteplicità di commesse di medio-piccole dimensioni.

 

Chi sono i colossi italiani

Dall’analisi della Relazione annuale prevista dalla Legge 185/1990 emerge che la regina è senza dubbio Leonardo (che ha recentemente presentato il Michelangelo Dome). Nel 2024 infatti si è confermata come la principale azienda italiana del settore, con un volume d’esportazioni pari a circa 1,8 miliardi di euro, un rally del 38 per cento rispetto al 2023. Un rally che si è visto anche in Borsa. Negli ultimi 12 mesi infatti le azioni di Leonardo sono volate di quasi l’80%. 

Dietro troviamo Fincantieri, grazie soprattutto a commesse navali di grande valore come quella con l’Indonesia. La stessa Fincantieri nell’ultimo anno ha messo a segno un rally davvero importante. Dallo scorso 2 dicembre infatti le sue azioni sono schizzate di circa il 180 per cento. Peraltro, le stesse Leonardo e Fincantieri sono le uniche aziende italiane presenti nella top 100. La prima è al dodicesimo posto della classifica con ricavi pari a 13,83 milioni di dollari di ricavi nel 2024, la seconda invece si piazza in 53esima posizione con 2,9 milioni di dollari di ricavi.

Immagine di Massimiliano Carrà

Massimiliano Carrà

Classe 1994 e laureato in scienze della comunicazione a Palermo (sua città natale), si è specializzato a Milano sostenendo un Master in Radio e New Media Management & Content al Sole 24 Ore. Iscritto dal 2020 all'Ordine dei Giornalisti pubblicisti, dopo le esperienze in Radio 24, Class Editori, Money.it, Forbes Italia e Il Giornale è entrato nel 2025 in Borsa&Finanza, dove si occupa di approfondimenti macro-economici, startup, interviste e imprenditoria. Ama lo sport, la letteratura, il cinema e il mare. Gli piace visitare posti nuovi e scoprire nuove culture.

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