Boom intelligenza artificiale: 3 grandi differenze con la bolla dot-com

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L’intelligenza artificiale è una bolla? Questa domanda alberga da molto tempo nella mente di investitori e analisti che osservano l’andamento in Borsa dei titoli tecnologici e le risultanze dei bilancio delle aziende impegnate nella nuova tecnologia. Sono state proprio le ultime trimestrali di Alphabet, Microsoft e Meta Platforms e la reazione degli investitori a Wall Street a riproporre un tema molto caldo.

I dati pubblicati dalle Big tech sono stati contrastanti. Alphabet e Microsoft hanno effettuato enormi investimenti nell’AI (Artificial Intelligence), ma che non si sono effettivamente tradotti in maggiori ricavi e utili, almeno per il momento. Meta Platforms ha segnalato altrettanti miliardi spesi nella tecnologia, che hanno dato un grande apporto agli introiti pubblicitari dai quali dipende gran parte del fatturato aziendale. Come conseguenza, il Nasdaq è crollato dopo la pubblicazione degli utili di Alphabet e Microsoft,  per riscattarsi oggi con un avvio di contrattazioni al rialzo dopo i conti rilasciati ieri sera a mercati chiusi dalla società di Mark Zuckerberg.

 

Intelligenza artificiale: nessuna bolla come nel 2000

Le incertezze evidenziate da alcuni dei big tecnologici hanno fatto rialzare la voce a coloro che ritengono l’intelligenza artificiale una bolla paragonabile a quella delle dot.com di inizio millennio. Tra questi vi è Vincent Deluard, strategist del fornitore globale di servizi finanziari StoneX. L’esperto osserva come la situazione economica e di mercato sia simile. Oggi come allora l’economia statunitense era in rallentamento e in Borsa si generò un trasferimento di denaro dalle azioni tecnologiche, che avevano guidato il mercato rialzista ed erano diventate costose, ai titoli rimasti più indietro durante il rally. Tuttavia Deluard individua tre importanti differenze.

La prima è che allora la Federal Reserve intervenne per tagliare i tassi di interesse con forza, e non come si appresta a fare blandamente oggi,  in seguito agli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 a New York. “Senza di quelli, probabilmente la recessione non sarebbe stata così profonda e i tagli non sarebbero stati così decisi” ha osservato Deluard.

La seconda differenza è che la politica fiscale oggi è molto più accomodante e costituisce un cuscinetto importante contro il potenziale impatto di una bolla. “Oggi – osserva Deluard – è impensabile che le economie sviluppate abbiano un surplus, ma allora gli Stati Uniti perseguivano tale obiettivo”.

Infine, l’ascesa degli investimenti passivi è in grado di “soffocare l’entità di qualsiasi correzione”, sottolinea ancora lo strategist. A suo avviso, l’investimento passivo è economico, richiede poca manutenzione ed è accessibile alle persone comuni. Periodicamente, quindi, una certa quantità di denaro viene indirizzata nelle azioni, e ciò può fare da barriera a sell-off anche violenti.

Immagine di Johnny Zotti

Johnny Zotti

Laureato in economia, con specializzazione in finanza. Appassionato di mercati finanziari, svolge la professione di trader dal 2009 investendo su tutti gli strumenti finanziari. Scrive quotidianamente articoli di economia, politica e finanza.

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