Il calcio inglese è in crisi: la metà dei club ha riserve di cassa per un solo mese

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Anche il calcio inglese, patria del campionato più competitivo e ricco al mondo, vive una fase di crisi sistemica dovuta a forti debiti e modelli insostenibili. Lo rivela l’edizione 2025 del Fair Game Index, il rapporto stilato per affrontare il futuro del football d’Oltremanica. Dopo l’esplosione di inizio decennio, che ha reso ricchissima la Premier League grazie a un formidabile mix di pianificazione, valorizzazione dei diritti tv e capacità di commercializzazione, il report evidenzia una fase di difficoltà senza precedenti per la maggior parte dei club britannici.

Secondo le stime sui ricavi da diritti televisivi, la ex First Division incassa 2,5 miliardi di sterline all’anno, con una suddivisione piuttosto equa tra le Big Six (Arsenal, Chelsea, Liverpool, Manchester City, Manchester United e Tottenham) e neopromosse come Burnley, Leeds e Sunderland. Ma i fatturati delle società non dipendono solo dalle attività di broadcasting: a fare cassa sono le sponsorizzazioni e gli incassi da stadio e merchandising. Eppure, l’analisi di Fair Game dimostra che allargando lo sguardo, quasi la metà dei club professionisti è tecnicamente insolvente, mettendo in discussione la solidità finanziaria di un settore che, nonostante i suoi acquisti multimilionari, si trova ad affrontare gravi problemi strutturali.

 

In questo articolo:

 

  • Il calcio inglese è in crisi? Cosa dice il Fair Game Index
  • Spese record: arriva l’Ifr per curare la fragilità dei bilanci
  • Soltanto un club di Premier soddisfa i criteri minimi
  • Quali società sono considerate regulator ready

 

Il calcio inglese è in crisi? Cosa dice il Fair Game Index

Secondo il Fair Game Index 2025, appena un club britannico su cinque registra un bilancio in pareggio, mentre soltanto 11 delle 94 società che giocano nei quattro campionati professionistici (Premier League, Championship, League One e League Two) dispongono di liquidità sufficiente per coprire tre mesi di stipendi ai propri calciatori. Non va meglio ampliando l’orizzonte alle sette principali divisioni del calcio professionistico maschile. È una fotografia inquietante del calcio inglese in crisi, specie considerando quanto hanno speso i club di Premier nell’ultima sessione di calciomercato.

Il caso più eclatante è quello del Liverpool: la proprietà dei Reds, Fenway Sports Group, è riuscita a sborsare oltre 400 milioni di sterline nella sola finestra di mercato estivo. Dopo anni di prudenza e con una pianificata concentrazione delle risorse su obiettivi precisi, i campioni d’Inghilterra hanno condotto una campagna acquisti stellare: Alexander Isak dal Newcastle per 125 milioni (l’acquisto più costoso nella storia della Premier e il terzo in assoluto dopo quelli fatti dal Psg per Neymar e Kylian Mbappé), Florian Wirtz e Jeremie Frimpong dal Bayer Leverkusen per 116 e 30 milioni, Hugo Ekitiké dall’Eintracht Francoforte per 80 milioni, Milos Kerkez dal Bournemouth per 40 milioni e Giovanni Leoni dal Parma per 35 milioni di euro, quarta cessione più cara della società emiliana.

 

Spese record: arriva l’Ifr per curare la fragilità dei bilanci

La realtà finanziaria di buona parte delle società di calcio britanniche è lontana dalla cifra complessiva spesa in Premier nel calciomercato estivo, pari a 3 miliardi di sterline. Oltre al Liverpool, hanno speso parecchio pure il Manchester United (73,7 milioni per Benjamin Sesko dal Lipsia, 71 milioni per Bryan Mbeumo dal Brentford, 62,5 milioni per Matheus Cunha dal Wolverhampton), l’Arsenal (67,5 milioni per Eberechi Eze dal Crystal Palace, 64 milioni per Viktor Gyokeres dallo Sporting Lisbona, 51 milioni di clausola rescissoria per Martin Zubimendi dalla Real Sociedad), il Newcastle (Nick Woltemade dallo Stoccarda per 68 milioni, Anthony Elanga dal Nottingham Forest per 55 milioni) e il Tottenham, che ha pagato 55 milioni al West Ham per Mohammed Kudus e 52 milioni al Lipsia per Xavi Simons.

Il rapporto di Fair Game sottolinea che 43 club su 92 hanno meno di un mese di stipendi sui loro conti. Non è tutto oro quello che luccica: i bilanci delle società sono fragili. La situazione ha spinto il governo a promuovere la creazione di un nuovo ente regolatore, l’Ifr (Independent Football Regulator), un organo indipendente di controllo per supervisionare la governance di tutti i club professionistici, migliorare la loro sostenibilità finanziaria, rafforzare i controlli ed impedire il ripetersi di episodi come le penalizzazioni di Everton e Nottingham Forest per la violazione delle profitability and sustainability rules e le turbolenze di Bury, Macclesfield Town e Sheffield Wednesday. Gli Shakers e i Silkmen sono falliti a causa dei debiti e hanno dovuto ricominciare dalla Premier Division della North West Counties League e dalla National League North, rispettivamente il nono e il sesto livello della piramide calcistica inglese. Gli Owls, attualmente in Championship, hanno faticato per diversi mesi a pagare gli stipendi ai giocatori.

 

Soltanto un club di Premier soddisfa i criteri minimi

Lo studio di Fair Game denuncia che soltanto una società delle venti di Premier soddisfa i criteri minimi richiesti dall’Ifr per la sostenibilità finanziaria: il Brighton di Tony Bloom. I Seagulls riescono a mantenere il controllo dei costi della squadra (nell’ultima sessione di mercato hanno venduto João Pedro al Chelsea per 55 milioni di sterline e Pervis Estupiñán al Milan per 17 milioni di euro e speso 35 milioni di euro per Charalampos Kostoulas dall’Olympiacos come acquisto più importante), a limitare al massimo le perdite e a garantire il pagamento puntuale di giocatori, dipendenti, fornitori e autorità fiscali.

Allargando l’indagine agli altri campionati professionistici, Fair Game rileva che soddisfano gli standard minimi dell’Ifr solo tre club su 164: il Wimbledon in League One, il Cambridge United in League Two e il Carlisle United in National League, la quinta divisione. L’unica società tra i primi sei campionati di calcio inglese a soddisfare tutti i requisiti stabiliti dall’organo regolatore (sostenibilità finanziaria, governance, trasparenza, fan engagement, etica, diversità, ambiente, coinvolgimento della comunità) è il Bath City, club semiprofessionistico del Somerset che milita nella National League South e nella sua storia, cominciata nel lontano 1889, non ha mai giocato in Premier. Il miglior risultato dei Romans, oltre al terzo turno di FA Cup per sei volte, è il raggiungimento della fascia Gold nel Fair Game Index.

 

Quali società sono considerate regulator ready

Il Fair Game Index divide i club inglesi in tre fasce. Quelli che hanno ottenuto lo status Gold (Brighton, Wimbledon, Cambridge, Carlisle e Bath) sono considerati regulator ready, ovvero pronti ad avere la licenza dell’Ifr per competere nei campionati di calcio d’eccellenza. Le società che hanno ricevuto i riconoscimenti Silver (Chelsea, Manchester City, Manchester United, Tottenham, Plymouth Argyle, Swansea, Exeter City, Rochdale, Chester) e Bronze (Arsenal, Brentford, Liverpool, West Ham, Burnley, Luton Town, Norwich, Watford, Lincoln City, Chesterfield, Forest Green Rovers, Darlington, Maidstone United) sono riconosciute come eccellenti in alcuni aspetti, ma hanno margini di miglioramento in altri per raggiungere lo status Gold.

“Club come il Bath City dovrebbero essere premiati con un nuovo modello di distribuzione finanziaria, e per la prima volta il nuovo ente regolatore avrà i poteri per farlo. Nel frattempo, tutti al Fair Game sono orgogliosi di sostenere il Bath”, spiega in una nota Niall Couper, l’amministratore delegato di Fair Game. Si prevede che l’Ifr venga istituito entro la fine del 2025: il processo di selezione del suo team dirigenziale è già in corso. Tra i poteri che avrà l’organo ci sono test di idoneità statutari per i proprietari e i dirigenti dei club, l’introduzione di standard innovativi per il coinvolgimento dei tifosi nei processi decisionali, la tutela legale dei beni delle società e il divieto di aderire a “competizioni chiuse e leghe indipendenti”, un chiaro riferimento a progetti come la Superlega europea.

Immagine di Alessandro Zoppo

Alessandro Zoppo

Ascolta musica e guarda cinema da quando aveva 6 anni. Orgogliosamente sannita ma romano d'adozione, Alessandro scrive per siti web e riviste occupandosi di cultura, economia, finanza, politica e sport. Impegnato anche in festival e rassegne di cinema, Alessandro è tra gli autori di Borsa&Finanza da aprile 2022 dove si occupa prevalentemente di temi legati alla finanza personale, al Fintech e alla tecnologia.

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