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Credit Suisse in crisi: ecco perché potrebbe finire come Deutsche Bank

Credit Suisse: ecco perché potrebbe essere come Deutsche Bank

Nuovo tracollo in Borsa per le azioni Credit Suisse, che al giro di boa di metà seduta mostrano un ribasso superiore al 5% alla Borsa di Zurigo, portando a circa il 58% il passivo dall’inizio dell’anno. Ad aggravare lo scenario per il titolo della banca svizzera è stata l’impennata deicredit default swap a cinque anni, arrivati a 293 punti base, ossia il valore più alto di sempre. Gli investitori percepiscono un alto rischio di credito per l’istituto elvetico e fuggono dalle obbligazioni, nonostante non si sia ancora arrivati a livelli di panico. Il livello di quotazione dei Cds indica ad oggi una probabilità del 23% di default per il Credit Suisse. A nulla sono serviti i tentativi di rassicurazione portati avanti nel fine settimana dall’amministratore delegato Ulrich Koerner, il quale ha messo in evidenza gli alti livelli di capitale e di liquidità della banca. Il top manager ha riconosciuto che l’azienda di credito sta attraversando un momento difficile e per ha dichiarato di essere al lavoro su una revisione delle attività del gruppo. Al riguardo, il 27 ottobre prossimo verrà presentato il nuovo piano strategico e si conosceranno i dettagli su alcuni punti chiave di questa revisione, come la vendita di alcuni asset e la possibilità di un aumento di capitale.

 

Credit Suisse: analogie e differenze con Deutsche Bank

La capitalizzazione di mercato del Credit Suisse è scesa pesantemente quest’anno: circa 9,5 miliardi di franchi svizzeri sono andati in fumo. Oggi il valore delle azioni si aggira intorno ai 9,45 miliardi di franchi, ben lontano dagli oltre 30 miliardi del marzo 2021. Se l’azienda dovesse approvare un aumento di capitale che, secondo alcuni, sarebbe almeno di 4 miliardi di franchi, l’operazione diluirebbe di molto la quota delle azioni detenute dagli attuali titolari. L’iniezione di nuovo capitale purtroppo sembra inevitabile anche con la vendita di alcune attività come quella dei prodotti cartolarizzati. La perdita di capitalizzazione di Credit Suisse fa tornare alla mente quella di Deutsche Bank del 2016. Anche allora vi fu una crisi di fiducia che scosse la banca tedesca, con le indagini delle Autorità statunitensi sui titoli garantiti da ipoteca e un declassamento del debito con conseguente esplosione dei CDS. Le pressioni si placarono dopo che l’istituto con sede a Francoforte raccolse 8 miliardi di euro di nuovo capitale e annunciò un rinnovamento strategico. Ciò nonostante, ci vollero anni per invertire una situazione economica di alti costi di finanziamento ed entrate in diminuzione.

Le due situazioni hanno delle analogie ma anche alcune differenze. Ad esempio, Credit Suisse ha un coefficiente patrimoniale CET1 del 13,5%, ben superiore al 10,8% che allora aveva Deutsche Bank. Questo dal punto di vista patrimoniale vorrà dire qualcosa, come ha sottolineato l’ad Koerner. Sul mercato degli swap, sei anni fa Deutsche Bank ha dovuto affrontare il caso insolito dove il costo per assicurarsi dalle perdite sul debito per un anno superava quello della protezione per cinque anni. Ciò era indice della scarsissima fiducia nelle obbligazioni dell’istituto tedesco, con gli investitori che scontavano un imminente default. La stessa cosa non può dirsi per l’istituto elvetico che presenta CDS a un anno molto più a sconto rispetto a quelli a cinque anni.

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Johnny Zotti

Laureato in economia, con specializzazione in finanza. Appassionato di mercati finanziari, svolge la professione di trader dal 2009 investendo su tutti gli strumenti finanziari. Scrive quotidianamente articoli di economia, politica e finanza.

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