Novità sulle criptovalute. Nella Manovra di Bilancio 2026 il Governo italiano ha scelto la via della prudenza in termini di tassazione, confermando quanto deciso lo scorso anno. Tra le diverse disposizioni indicate nel testo, è infatti emersa la decisione di applicare un’aliquota del 26% per le plusvalenze derivanti da token digitali ancorati all’euro, cioè alle cosiddette stablecoin, lasciando così intendere un trattamento fiscale diverso per le altri classi di criptovalute.
In questo articolo:
- Un quadro che cambia: dalla circolare 30/E alla nuova Manovra
- Tassazione criptovalute: i dettagli
Un quadro che cambia: dalla circolare 30/E alla nuova Manovra
Partendo dal presupposto che la scelta sembra rientrare in un disegno più ampio, ossia separare, nel mare indistinto della finanza decentralizzata, ciò che può dialogare con il sistema monetario tradizionale da ciò che ne rimane ai margini, la decisione di applicare un’aliquota del 26% sulle criptovalute ancorate all’euro arriva in un momento molto particolare per l’Europa: l’entrata in vigore del regolamento MiCAR (Markets in Crypto-Assets Regulation), il primo vero tentativo globale di regolamentazione unitaria delle cripto-attività.
Per capire la portata della novità bisogna tornare al 2023, quando l’Agenzia delle Entrate, con la circolare n. 30/E del 27 ottobre, mise per la prima volta ordine nella tassazione delle criptovalute.
In quell’occasione, le plusvalenze derivanti da cripto-attività vennero ricondotte ai “redditi diversi” di natura finanziaria, con un’imposta sostitutiva del 26% e una soglia di esenzione di 2.000 euro annui. Era un passo decisivo dopo anni di incertezza interpretativa.
Ma quella struttura oggi non basta più. La nuova Manovra (qui la bozza completa) prevede di differenziare l’aliquota in base alla tipologia di token: 26% per i token ancorati all’euro, e aliquote potenzialmente più alte per le altre cripto-attività. Un principio che traduce in termini fiscali una distinzione economica: da un lato i token che si comportano come strumenti di pagamento, dall’altro quelli che operano come veicoli speculativi.
Tassazione criptovalute: i dettagli
L’idea è il risultato di un confronto politico teso, cominciato già con le bozze della Legge di Bilancio 2025, quando si era ventilata un’aliquota molto più elevata – in alcuni scenari fino al 42% sulle plusvalenze legate alle criptovalute -. Peraltro, l’esecutivo aveva anche aggiunto che dal 2026 sarebbe stata del 33%. Prospettiva che aveva provocato reazioni dure non solo dagli operatori, ma anche da parte di membri della stessa maggioranza, preoccupati per le possibili fughe di capitali e per il danno reputazionale che un’imposta punitiva avrebbe inflitto al settore.
La soluzione trovata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze è stata quella di un compromesso tecnico-politico: mantenere il 26% per i token “virtuosi”, cioè quelli con un ancoraggio stabile e verificabile all’euro, e spostare la pressione fiscale sugli strumenti a più alto contenuto speculativo. C’è però da evidenziare un aspetto ben preciso: come si definisce un token ancorato all’euro?
Non tutti i progetti di criptovalute che si presentano come “stablecoin” garantiscono infatti la stessa trasparenza o la stessa solidità delle riserve. Alcuni si basano su riserve effettive di valuta fiat depositate presso istituti di credito, altri utilizzano algoritmi di bilanciamento dinamico, più complessi e meno verificabili. La Manovra, nella sua formulazione attuale, sembra privilegiare i primi, ossia quelli che mantengono un rapporto uno a uno con l’euro e che sono sostenuti da riserve certificate. Per gli altri token, la norma tace. Almeno per il momento. Chissà quale sarà la risposta degli investitori.









