Il disagio abitativo in Italia ha assunto una dimensione strutturale che va ben oltre l’emergenza sociale. Secondo le stime di Nomisma, il 15,5% delle famiglie destina oggi oltre il 30% del reddito alla casa, superando la soglia considerata sostenibile. All’interno di questo perimetro, circa 1,5 milioni di nuclei si trovano in condizioni definite acute o gravi.
Il dato segnala una trasformazione profonda del fenomeno: non si tratta più soltanto delle fasce tradizionalmente fragili intercettate dall’edilizia residenziale pubblica, ma di una platea più ampia composta da famiglie monoreddito, lavoratori e single impoveriti, colpiti dalla perdita di potere d’acquisto e dall’aumento strutturale dei costi dell’abitare.
In questo articolo:
- Quando la casa diventa un criterio di esclusione
- Il nodo casa nell’attrattività di imprese e lavoratori
- Crisi abitativa, alcune strade percorribili
Quando la casa diventa un criterio di esclusione
In Italia, due famiglie su tre giudicano il reddito disponibile inadeguato o appena sufficiente a coprire le necessità primarie. In questo contesto, l’accesso alla casa ha progressivamente smesso di rappresentare un obiettivo realistico per una quota crescente di popolazione, trasformandosi in una variabile di esclusione economica. La criticità si concentra in particolare sul mercato della locazione, dove si addensa il 78% delle famiglie in condizione di disagio abitativo, a conferma di uno squilibrio strutturale tra redditi, domanda e offerta di alloggi accessibili. La pressione della domanda, a fronte di un’offerta sempre più limitata, ha determinato un aumento dei canoni medi del 3,5% su base annua, con un’accelerazione particolarmente marcata nei contratti destinati agli studenti.
L’incidenza del canone sul reddito supera stabilmente il 30% in ampie aree del Paese, dal Nord-Ovest al Centro fino al Sud e alle Isole, coinvolgendo in modo trasversale soprattutto i grandi comuni. “Sul mercato degli affitti, il costante aumento della domanda, dovuto all’esiguità dell’offerta disponibile, sta esercitando una pressione al rialzo sui canoni di locazione, che mal si concilia con le risorse di cui le famiglie dispongono”, ha commentato Elena Molignoni, responsabile dell’osservatorio immobiliare di Nomisma. Ne emerge una dinamica di progressiva esclusione abitativa che rende alcune aree urbane sempre meno accessibili per una parte crescente della popolazione attiva, con il rischio di innescare un processo di desertificazione sociale che precede e accompagna quella economica.
Il nodo casa nell’attrattività di imprese e lavoratori
La difficoltà di accesso all’abitare non produce effetti solo sul piano sociale, ma incide direttamente sulla competitività dei territori. L’aumento dell’onerosità della casa comprime i bilanci familiari, riduce la capacità di spesa e rende più instabile la permanenza nei contesti urbani a maggiore concentrazione produttiva. In questo quadro, la casa diventa una variabile critica anche per le imprese, che faticano ad attrarre e trattenere risorse umane in territori dove il costo dell’abitare risulta sproporzionato rispetto ai redditi. Il rischio, evidenziato da Nomisma, è che alcune aree metropolitane diventino progressivamente “inavvicinabili”, perdendo attrattività nonostante la presenza di opportunità lavorative e infrastrutture economiche avanzate.
Crisi abitativa, alcune strade percorribili
Negli ultimi decenni, la politica abitativa italiana si è progressivamente frammentata, anche a seguito del venir meno di un coordinamento nazionale e della marginalizzazione del settore della locazione in un Paese storicamente orientato alla proprietà. Le misure adottate negli ultimi anni hanno avuto un carattere prevalentemente compensativo, senza incidere sui nodi strutturali dell’offerta. Il paradosso è rappresentato da un patrimonio immobiliare che conta circa 4,5 milioni di abitazioni vuote o sottoutilizzate, che non riescono a intercettare la domanda debole a causa dei rischi percepiti dai proprietari, delle rigidità contrattuali e delle nuove logiche di mercato legate agli affitti brevi.
Nomisma ritiene che alcuni interventi mirati, come la riduzione dell’Iva alle esenzioni dall’Imu, fino ai contributi pubblici per la costruzione o la riqualificazione degli immobili, possano incidere in modo significativo sull’equilibrio economico dei progetti. A questi strumenti si affianca l’accesso a fondi dedicati, inclusi quelli attivati attraverso il Pnrr, i programmi regionali e i veicoli di housing sociale che consentono di ridurre il fabbisogno di capitale privato e di contenere il rischio complessivo dell’operazione. In molti contesti locali, infine, la riduzione o l’esenzione degli oneri di urbanizzazione rappresenta una leva ulteriore per favorire interventi a canoni calmierati, rendendo più conveniente per gli operatori orientare una parte della produzione verso la locazione accessibile anziché verso il libero mercato. In assenza di un cambio di paradigma capace di riallineare politiche pubbliche, mercato e sviluppo territoriale, l’emergenza casa rischia di consolidarsi come uno dei principali fattori di freno alla crescita e alla competitività del Paese.









