In un mondo sempre meno stabile, attraversato da conflitti e turbolenze geopolitiche, protezionismo,
tensioni commerciali e ridefinizione delle catene del valore, sta nascendo qualcosa di nuovo. Un ordine multipolare che sfida gli schemi tradizionali e apre uno spazio differente di coordinamento economico globale. Il ricorso alla forza, dall’Ucraina all’Iran passando per Gaza e il Venezuela, sta tracciando il passaggio dal vecchio al nuovo mondo: un sistema meno dominato da un unico centro.
A partire dal superamento della supremazia del dollaro nel ruolo di valuta di riserva mondiale e nelle transazioni transfrontaliere, numerose banche centrali si stanno orientando verso valute nazionali, oro e altre attività materiali. Guadagnano terreno le piattaforme alternative al sistema Swift e le Cbdc, le valute digitali emesse e garantite direttamente dalle banche centrali. Il petrodollaro, nato nel 1974 dall’accordo tra Stati Uniti e Arabia Saudita per vendere il petrolio arabo in dollari e reinvestire i proventi nel debito pubblico americano, è in declino. China Eximbank e Saudi National Bank hanno stretto un patto per accettare la divisa cinese come mezzo di pagamento del petrolio e reinvestire nell’acquisto di asset industriali e finanziari cinesi: è l’arrivo del petroyuan.
Come costruire una terza via
Gli equilibri del mondo sono in subbuglio. Risuona la trasformazione evocata dal premier canadese Mark Carney nel suo intervento al World economic forum di Davos. L’ordine internazionale basato sulle regole “non funziona più”. “Siamo nel mezzo di una frattura, non di una transizione”, ha detto l’ex banchiere centrale. Ma su questa rottura è possibile “costruire qualcosa di più grande, migliore, più forte, più giusto”. Le potenze intermedie, quelle che storicamente sono rimaste ai margini delle
strutture di potere tradizionali, hanno una scelta: possono “competere tra loro” al servizio delle grandi potenze, oppure “unirsi per creare una terza via con un impatto reale”. Le medie potenze “devono sviluppare una maggiore autonomia strategica, nell’energia, nel cibo, nei minerali critici, nella finanza e nelle catene di approvvigionamento”.
Nello scontro globale per il controllo delle risorse, il sistema internazionale sta cambiando rapidamente, alla ricerca di un’architettura di cooperazione distribuita, policentrica e decentralizzata. Una configurazione che lo studioso Amitav Acharya definisce di non-allineamento attivo: una “geometria variabile”, ovvero “coalizioni diverse per questioni diverse”, messe in piedi con “partner che condividono abbastanza terreno comune per agire insieme”.
Poche settimane dopo il discorso di Carney al summit di Davos, il cancelliere tedesco Friedrich Merz si è recato in Cina per la sua prima visita ufficiale che ha rilanciato i rapporti commerciali tra Berlino e Pechino. Merz e il presidente Xi Jinping hanno concordato sulla necessità di rinnovare la cooperazione economica, difendere il libero scambio e rafforzare il partenariato strategico globale. Automotive, tecnologia, chimica e meccanica sono i settori chiave di questa intesa bilaterale.
La globalizzazione batte le tensioni
Il punto di non ritorno per la politica estera occidentale, l’incertezza sulle future politiche commerciali, la ricerca di una terza via tra i blocchi di potere segnano un cambiamento nella globalizzazione? Dal Global Connectedness Report 2026 di Dhl Group emerge che il commercio globale è too big to fail. Nel 2025, il global trade è cresciuto più rapidamente che in qualsiasi altro anno dal 2017. Secondo le stime, lo scambio di beni crescerà del 2,6% all’anno fino al 2029, in linea con l’andamento dell’ultimo decennio.
L’integrazione economica globale rimane stabile: la deglobalizzazione è ancora lontana. Lo studio osserva che l’economia mondiale non si è frammentata in blocchi contrapposti. Nonostante un indebolimento delle relazioni commerciali tra Stati Uniti e Cina, la maggior parte dei Paesi continua a mantenere partnership diversificate. Il panorama internazionale sta cambiando, ma i vantaggi della connettività rimangono: negli ultimi anni soltanto una piccola parte dei flussi e degli investimenti globali si è allontanata dai rivali geopolitici. “Gli investimenti collettivi nella resilienza sono meno onerosi che costruire ciascuno la propria fortezza”, ha dichiarato Carney a Davos. Se questo monito si trasformerà in un mandato per costruire politiche industriali coordinate, sicurezza collettiva,
infrastrutture digitali e standard comuni, sarà davvero l’inizio di una terza via per lo sviluppo sostenibile e la prosperità condivisa.
Questo articolo è tratto dallo Speciale Borsa&Finanza presentato al Salone del Risparmio 2026.









