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L’Italia torna all’atomo, le big italiane del nucleare: intanto Newcleo affonda in Borsa

Comunicazione Pubblicitaria

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Ci sono voluti quasi quarant’anni, due referendum e un iter parlamentare durato oltre un anno, ma il nucleare ha di nuovo una cornice di legge in Italia. Ieri, l’Aula di Palazzo Madama ha dato il via libera definitivo al disegno di legge delega firmato dal ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin, con 81 voti favorevoli, 51 contrari e 7 astenuti, confermando il testo già approvato dalla Camera il 4 giugno. “Dopo quasi quarant’anni, l’Italia torna ad avere un quadro di regole per produrre energia nucleare. Una scelta coraggiosa e di buon senso”, ha commentato sui social la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ricordando che oggi il Paese importa elettricità prodotta dalle centrali dei vicini senza poterla generare in casa.

 

 

Il provvedimento, va detto subito, non accende alcun reattore e non stanzia risorse per costruirne. Affida al governo il compito di scrivere, entro dodici mesi dall’entrata in vigore, i decreti legislativi su produzione da fonte nucleare sostenibile secondo la tassonomia Ue, fabbricazione e riprocessamento del combustibile, smantellamento dei vecchi impianti, gestione dei rifiuti radioattivi e ricerca sulla fusione, con un richiamo esplicito agli Small Modular Reactors (Smr) e agli Advanced Modular Reactors (Amr).

Il ministro Pichetto Fratin punta quindi a chiudere i decreti entro fine anno e colloca le prime centrali operative “verso il 2033-2034″. Il finanziamento dovrà passare da forme di partenariato pubblico-privato, mentre restano aperti i due nodi più delicati, cioè la localizzazione dei siti e il Deposito nazionale delle scorie. Chi, allora, è pronto a raccogliere la sfida?

 

In questo articolo:

 

  • Nucleare in Italia: le aziende del nostro Paese
  • Newcleo, battesimo di fuoco al Nasdaq
  • Nucleare in Italia: perché Newcleo è caduta?

Nucleare in Italia: le aziende del nostro Paese

Nuclitalia, il perno a controllo pubblico

Il baricentro della filiera è Nuclitalia, la società costituita nel maggio 2025 da Enel (51%), Ansaldo Energia (39%) e Leonardo (10%), tutte riconducibili al Tesoro, presieduta dall’ex rettore del Politecnico di Milano Ferruccio Resta e guidata da Luca Mastrantonio, responsabile della Nuclear Innovation di Enel. Il suo mandato non è costruire reattori ma selezionarli: valutare i design più maturi di Smr raffreddati ad acqua e definire i requisiti per il sistema Paese.

Secondo quanto riferito in audizione parlamentare e riportato da QualEnergia, la scelta della tecnologia di riferimento dovrebbe chiudersi entro novembre 2026, sulla base di una mappatura di circa 800 imprese italiane.

Proprio l’amministratore delegato di Enel, Flavio Cattaneo, è però la voce più prudente del gruppo. A fine maggio ha escluso un ritorno ai grandi impianti tradizionali citando l’esperienza slovacca: “Siamo partiti con un preventivo di 7 milioni a megawatt e siamo atterrati a 11-12 milioni”. Gli Smr, invece, secondo il manager si possono standardizzare e hanno “meno rischi di ritardi e di execution”. Un sì condizionato alla sostenibilità economica, insomma, che per gli azionisti di Enel vale più di qualsiasi annuncio.

Ansaldo Nucleare, la memoria industriale del Paese

Se Enel è il futuro cliente, Ansaldo Nucleare è il custode delle competenze. Nata a Genova nel 1966 e oggi interamente controllata da Ansaldo Energia, a sua volta nel perimetro di Cassa depositi e prestiti, la società guidata da Daniela Gentile copre l’intero ciclo, dai componenti critici alla progettazione di nuovi impianti, dal decommissioning alla ricerca su fusione, quarta generazione e Smr.

Negli anni del bando all’atomo ha lavorato all’estero, a partire dal cantiere del reattore sperimentale a fusione Iter in Francia, dove ha fornito settori della camera a vuoto insieme a Walter Tosto e Mangiarotti. Sul fronte degli Smr ha scelto la sponda francese: dopo un primo accordo con Edf e Nuward nel luglio 2023, a novembre 2025 ha rafforzato la cooperazione sul programma Nuward insieme a Framatome, Arabelle Solutions e Tractebel.

Edison e l’asse con Parigi

È proprio Nuward il terreno su cui si muove Edison, controllata dalla francese Edf. Il 18 settembre, a pochi giorni dal voto del Senato, i due gruppi hanno presentato a Milano il loro Smr europeo pensato per Italia e Francia. Edf prevede una prima serie di dieci impianti tra Francia, Italia, Polonia, Belgio e Finlandia, con avvio dei cantieri dal 2030, il primo esemplare oltralpe e un secondo impianto in Italia da mettere in esercizio entro il 2035.

La proposta è una partnership paritetica italo-francese che coinvolge un nucleo di fornitori nazionali già firmatari di una dichiarazione di interesse: Aipe, Atb Riva Calzoni, Saipem, Simic, Tectubi Raccordi, Walter Tosto e Webuild. “Da qualche anno è stato ripreso il tema della diversificazione delle fonti di energia ed il nucleare si innesta su questa strada oltre che sul fronte della decarbonizzazione”, ha spiegato l’amministratore delegato di Edison, Nicola Monti.

Leonardo, Fincantieri, Eni e il tessuto delle Pmi

Attorno ai protagonisti si muove un secondo cerchio. Leonardo porta in Nuclitalia competenze di sistemi, sicurezza e cyber; Fincantieri, sotto la guida di Pierroberto Folgiero, guarda agli Smr anche come opportunità per la propulsione navale e per la diversificazione industriale.

Eni, invece, ha scommesso sulla frontiera più lontana, la fusione, con un investimento stimato in circa 250 milioni di dollari dal 2018 nell’americana Commonwealth Fusion Systems, spin-off del Mit. Dietro di loro c’è una manifattura che non ha mai smesso di lavorare per l’estero: caldareristi, fucinatori e specialisti come Walter Tosto, Mangiarotti, Simic e Asg Superconductors.

Per chi guarda a Piazza Affari, però, il ddl non sposta i fondamentali di breve periodo di nessuno dei titoli coinvolti: il nucleare italiano resta un’opzione di lungo termine, i cui primi ricavi arriveranno, nella migliore delle ipotesi, nella prossima decade.

Newcleo, battesimo di fuoco al Nasdaq

L’unica società italiana dell’atomo che il mercato ha già potuto prezzare è Newcleo, e il verdetto non è stato generoso. Martedì, alla vigilia del voto del Senato, la società italo-francese fondata e guidata da Stefano Buono ha debuttato sul Nasdaq, al termine della business combination con la Spac NewHold Investment Corp III chiusa il giorno precedente. Non un’Ipo tradizionale, dunque, ma una fusione con un veicolo già quotato, che ha attribuito a Newcleo una valutazione pre-money di circa 2,4 miliardi di dollari.

Il titolo però ha aperto in calo del 16,5%, per poi recuperare parzialmente e chiudere la prima seduta a 8,15 dollari, oltre il 23% sotto i 10,65 dollari di riferimento fissati nell’operazione, dopo aver toccato un minimo di 7,13 dollari. Le vendite sono proseguite anche nelle contrattazioni fuori orario. L’operazione ha comunque portato in cassa 247 milioni di dollari lordi: 216 milioni da un Pipe sottoscritto da investitori privati oltre l’offerta e 31 milioni dal trust di NewHold, cui potrebbero aggiungersi fino a 75 milioni tramite un accordo di acquisto a termine con Tech Opportunities. Dalla fondazione nel 2021, la raccolta complessiva supera così il miliardo di dollari.

Nucleare in Italia: perché Newcleo è caduta?

Le ragioni della freddezza sono nei numeri. Newcleo non ha ancora reattori commerciali in esercizio: nel 2024 ha generato circa 80 milioni di dollari tra ricavi, altri proventi e proventi finanziari, grazie alle controllate attive nella catena di fornitura. La valutazione implica quindi un multiplo di circa 30 volte.

La tecnologia punta su reattori veloci raffreddati al piombo alimentati con combustibile Mox ricavato anche da materiale nucleare riciclato. Il primo banco di prova sarà Precursor, il dimostratore non nucleare da 10 megawatt termici in costruzione a Brasimone, sull’Appennino bolognese, atteso nel 2027, lo stesso anno in cui la società conta di presentare la prima domanda formale alla Nuclear Regulatory Commission americana. Nel mirino ci sono utility, industria e hyperscaler dell’intelligenza artificiale, con l’ipotesi di impianti affiancati ai data center.

Nel capitale resta una robusta pattuglia italiana: la Fin Posillipo della famiglia Petrone, primo azionista pre-quotazione, e poi Azimut, Exor Ventures, Danieli, Maire con Nextchem e la stessa Walter Tosto, accanto al fondo pensione del Cern. Il consiglio è presieduto da Jeffrey Lyash, ex numero uno della Tennessee Valley Authority. Quanto alla scelta di Wall Street, Buono l’ha spiegata a Forbes Italia con la maggiore profondità del capitale per l’innovazione negli Stati Uniti: “siamo solo andati a cercare denaro dove ci sono molti più capitali per chi fa innovazione e dove, se un’azienda perde 100 milioni di euro in un anno, non fa scandalo”.

Immagine di Massimiliano Carrà

Massimiliano Carrà

Classe 1994 e laureato in scienze della comunicazione a Palermo (sua città natale), si è specializzato a Milano sostenendo un Master in Radio e New Media Management & Content al Sole 24 Ore. Iscritto dal 2020 all'Ordine dei Giornalisti pubblicisti, dopo le esperienze in Radio 24, Class Editori, Money.it, Forbes Italia e Il Giornale è entrato nel 2025 in Borsa&Finanza, dove si occupa di approfondimenti macro-economici, startup, interviste e imprenditoria. Ama lo sport, la letteratura, il cinema e il mare. Gli piace visitare posti nuovi e scoprire nuove culture.

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