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Mifid 2: mezzo fallimento sulla trasparenza dei costi

L'immagine mostra due miniature, un uomo e una donna, bianchi, seduti su una pila di monete

L’assicurazione della trasparenza e della protezione degli investitori è l’obiettivo della Mifid 2 (Markets in financial instruments directive), la direttiva europea entrata in vigore il 3 gennaio 2018. Che tale obiettivo sia stato raggiunto, tuttavia, è in dubbio. Almeno per ciò che concerne la trasparenza dei costi e degli oneri sostenuti dai risparmiatori per investire.

Tale trasparenza è demandata a uno strumento appositamente creato e reso obbligatorio, il Rendiconto dei Costi e degli Oneri. Il documento, previsto dalla Mifid 2, deve essere inviato per legge dagli intermediari finanziari ai loro clienti entro il 30 aprile di ogni anno. Tuttavia, sin dal varo sono sorti problemi di varia natura: tempistiche di consegna non rispettate, numero eccessivo di informazioni a volte inutili, scarsa comprensibilità anche per chi ha conoscenze finanziarie superiori alla media (bassa in Italia).

Ora una ricerca di Moneyfarm condotta su 1.329 investitori, dei quali 709 clienti Moneyfarm, ha messo in risalto il fallimento del Rendiconto sui Costi e sugli Oneri.

 

Il 70% non sa cosa contiene il Rendiconto

È probabile che in molti, quando si sono resi conto di aver ricevuto il Rendiconto dei Costi e degli Oneri dal proprio intermediario finanziario, come previsto dalla normativa Mifid 2, si siano sentiti scoraggiati e abbiano abbandonato la lettura. Anche tra coloro che sono più a loro agio con gli investimenti, ovvero il campione intervistato da Moneyfarm, c’è un 70% che non sa di preciso quali informazioni contiene il documento. Il 50% non è nemmeno sicuro di averlo ricevuto e solo il 16,5%, ossia il 33% di chi è sicuro di averlo ricevuto, lo ha effettivamente letto.

Queste percentuali sono riferite a coloro che sanno che esiste il Rendiconto Mifid. Purtroppo il 48% degli intervistati (e il 35% tra i clienti di Moneyfarm) ha una conoscenza limitata o nulla sulla sua esistenza. Le cifre diminuiscono al crescere dell’età e della propensione al rischio ma rimangono deludenti.

“E si tratta di un campione con un livello medio di istruzione elevato” constatano gli esperti di Moneyfarm che hanno condotto la ricerca. Andrea Rocchetti, responsabile globale Investment advisory di Moneyfarm, punta il dito contro i comportamenti di alcuni attori dell’industria dell’asset management che hanno cercato di nascondere i costi dei loro prodotti nel Documento o che non hanno informato adeguatamente i loro clienti sull’invio e sul significato del Rendiconto.

“È un segnale di scarsa sensibilità dell’industria sul tema, ancora più grave se si considera che ogni giorno gli investitori vengono inondati da comunicazioni proattive di ogni tipo, spesso a fini commerciali” dice Rocchetti, forte dei dati della ricerca che mostrano come i due terzi di chi ha ricevuto il documento dichiara di non averne mai parlato con il proprio consulente mentre la metà del campione non ha mai ricevuto una notifica proattiva dall’intermediario sulla pubblicazione del Rendiconto.

“Ritengo importante ricordare – riprende Rocchetti – che nel maggio del 2020 la Consob ha formulato una serie di raccomandazioni per stimolare una migliore individuazione della disclosure dei vari costi e oneri all’interno del Rendiconto e per facilitare la comprensione del significato delle singole voci elencate e della loro incidenza sulla performance totale, nonché la comparazione con i documenti ricevuti da altri intermediari. L’obiettivo ultimo dovrebbe sempre essere aiutare chiunque, anche i non addetti ai lavori, ad avere una comprensione più immediata del tema”.

 

In Italia investire costa di più, nonostante la Mifid

Il fallimento comunicativo del Rendiconto dei Costi & degli Oneri è ancora più grave se si pensa che l’Italia è tra i Paesi dove investire costa di più e dove la trasparenza su ciò che si paga è inferiore. Secondo il Global Investor Study su commissioni e spese elaborato da Morningstar (lo studio risale al 2022), l’Italia è tra i Paesi “bottom”, insieme a Taiwan.

Per contro, tra le nazioni top ci sono l’Australia, l’Olanda e gli Stati Uniti dove, recita lo studio “le commissioni sui fondi sono tipicamente scorporate e, nel caso di USA e Australia, la concorrenza e le economie di scala permettono costi inferiori. Inoltre è significativo che questi due ultimi mercati siano chiusi ai fondi domiciliati all’estero. Pertanto le basse spese domestiche non sono influenzate da quelle dei fondi off-shore, più costosi”.

Lo studio di Morningstar giustifica il punteggio basso dell’Italia con differenti ragioni:

 

  • Gli investitori individuali sono soggetti a commissioni iniziali e retrocessioni;
  • I fondi italiani presentano alcuni dei rapporti di spesa medi ponderati per gli asset più alti;
  • Le classi di azioni senza commissioni di retrocessione non sono facilmente accessibili per l’investitore al dettaglio in un sistema distributivo dominato dalle banche.

 

Secondo l’analisi, le commissioni mediane ponderate per gli asset in Italia per i fondi di allocazione, azionari e a reddito fisso domiciliati localmente sono rispettivamente dell’1,58%, 2,13% e 1,17%, tra le più alte dello studio.

In Australia – effettivamente un mercato chiuso per gli investitori al dettaglio in fondi – le commissioni mediane ponderate per gli asset sono rispettivamente dello 0,87%, 1,05% e 0,54% per i fondi di allocazione, azionari e a reddito fisso.

Più vicino all’Italia, in Olanda, per i fondi domiciliati localmente le commissioni mediane per i fondi di allocazione, azionari e a reddito fisso sono rispettivamente dello 0,48%, 0,55% e 0,46% mentre in Francia sono rispettivamente dell’1,50%, 1,78% e 0,58%.

Nel grafico a barre orizzontali le commissioni mediane, in percentuale, pagate nei vari Paesi sui fondi azionari. L'Italia risulta essere il Paese con i costi più elevati
Le commissioni mediane per i fondi azionari – Fonte: Morningstar. Dati in percentuale

 

AUTORE

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Alessandro Piu

Giornalista, scrive di economia, finanza e risparmio dal 2004. Laureato in economia, ha lavorato dapprima per il sito Spystocks.com, poi per i portali del gruppo Brown Editore (finanza.com; finanzaonline.com; borse.it e wallstreetitalia.com). È stato caporedattore del mensile Wall Street Italia. Da giugno 2022 è entrato a far parte della redazione di Borsa&Finanza.

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