In un contesto geopolitico sempre più complesso, aperto dal conflitto in Ucraina e ampliato nell’ultime ore dall’escalation in Medio Oriente, il nucleare, per ovvi motivi, è tornato in cima agli obiettivi programmatici e industriali dei principali governi mondiali, compreso il nostro. Che, adesso, anche in virtù della crescente richiesta energetica a livello sociale (spinta inevitabilmente dall’ascesa delle nuove tecnologie, tra data center e intelligenza artificiale tanto per citarne alcune) e dagli obiettivi di decarbonizzazione, ha riaperto il dossier verso il ritorno al nucleare.
Piano che non implica solamente una valutazione della fattibilità tecnica dei reattori di nuova generazione, ma che inevitabilmente deve vertere su un asse ben preciso: quello di definire obiettivi strategici, scegliere tecnologie sostenibili, coinvolgere l’industria e soprattutto costruire consenso. È questo il quadro emerso durante l’evento “Il nuovo nucleare in Italia”, organizzato da Aiden nella sede milanese di Edison. Incontro che ha coinvolto diverse figure di spicco che si sono confrontate sul possibile rientro dell’Italia nella filiera dell’atomo: Lorenzo Mottura, executive vice – president strategy, corporate development & innovation di Edison, Luca Mastrantonio, amministratore delegato di Nuclitalia e head of nuclear innovation di Enel, Ruggero Corrias, chief pubblic affairs officer di newcleo ed Edoardo Fiorentini, head of magnetic fusion initiatives development di Eni.
Definire gli obiettivi prima della tecnologia
La prima questione sollevata è cruciale: non si parte dalla tecnologia, ma dagli obiettivi. Come ha ricordato Lorenzo Mottura, intervistato da Borsa&Finanza a margine dell’evento: “L’Italia deve prima definire i propri obiettivi strategici. Solo dopo si può decidere quali tecnologie adottare. L’indipendenza energetica, il presidio tecnologico e la valorizzazione della nostra filiera industriale devono essere i capisaldi”. Questo cambio di approccio, condiviso da molti dei relatori, mette in luce la necessità di una strategia nazionale chiara, che parta da tre priorità: ridurre la dipendenza dal gas, essere protagonisti nello sviluppo tecnologico e utilizzare il nucleare come leva di sviluppo industriale. Parole che, durante l’evento, sono state condivise anche da Luca Mastrantonio, amministratore delegato di Nuclitalia, società frutto della collaborazione tra Enel (che detiene il 51% delle quote), Ansaldo Energia (39%) e Leonardo (10%), tre aziende a partecipazione statale, tutte sotto il controllo del Mef. “Il successo del nucleare nel mondo è avvenuto solo quando è stato trattato come un progetto di sistema”, ha evidenziato il numero di Nuclitalia, che punta a selezionare le tecnologie più mature, preparare la supply chain nazionale e superare ostacoli come over-regulation e costi elevati.
Il Nucleare in Italia come volano economico
Al di là delle questioni energetiche e ambientali, il nucleare può diventare motore per la manifattura italiana. Secondo Mottura: “Ogni 100 euro investiti nel nucleare attivano 240 euro nell’indotto. È un moltiplicatore economico di 3,4. Se la supply chain resta italiana, il beneficio per il Pil e l’industria è enorme”, spiega. In questa direzione, è importante ricordare che secondo lo studio condotto da Edison e The European House of Ambrosetti il nucleare in Italia avrebbe un impatto economico di 50 miliardi di euro al 2050 e in termini lavorativi di 117mila occupati al 2050. Inoltre, come evidenziato da Ruggero Corrias di newcleo, una delle più importanti aziende europee di reattori modulari avanzati (fondata nel 2021 da Stefano Buono) che ha già raccolto 570 milioni di euro di finanziamenti (di cui l’87,7% da investitori italiani) bisogna aggiungere un altro punto: “A oggi il costo dell’elettricità in Italia è di 94 €/MWh contro i 14 della Francia”. Il nucleare, quindi, “può ridurre anche la bolletta, rendere il Paese meno vulnerabile e creare benefici fiscali e occupazionali”.

La dimensione europea è la chiave
Nessun Paese può farcela da solo. Una delle principali conclusioni dell’evento è che la sfida del nuovo nucleare è necessariamente europea. “La dimensione europea è imprescindibile – ha affermato Mottura – perché le tecnologie di quarta generazione, che possono ridurre il volume delle scorie, richiedono infrastrutture per il reprocessing oggi non sostenibili su scala nazionale”. Attualmente, solo due Paesi al mondo – Francia e Russia – hanno capacità industriali per il riciclo delle scorie. La Francia, in particolare, ha già integrato il processo nel ciclo del combustibile: “Oggi i francesi producono parte del combustibile da scorie riciclate (MOX) e consumano il 25% in meno di uranio rispetto ad altri Paesi. Questo è il modello da scalare a livello europeo”. Una collaborazione su questo fronte permetterebbe all’Italia di abbattere i costi, ridurre la dipendenza dall’uranio, evitare la necessità di depositi geologici profondi e avere sovranità su parte della capacità produttiva.
Nucleare in Italia: il consenso sociale come fattore abilitante
Un altro elemento centrale emerso dal confronto è la costruzione del consenso sociale. In Italia, il tema nucleare è ancora divisivo, anche a causa di passati referendum. Ma il contesto è cambiato: l’emergenza climatica, i prezzi dell’energia e la crisi geopolitica hanno aperto nuovi spazi di riflessione. Come ha sottolineato lo stesso Mottura: “Serve una visione chiara, stabilità politica e il coinvolgimento dei territori. Costruire consenso tecnico e sociale è la condizione per riaprire davvero la partita sul nucleare in Italia”.









