C’è un settore in Italia che sta vivendo una trasformazione silenziosa, lontana dai riflettori puntati sull’intelligenza artificiale: quello del cloud, dove il tema non è più la tecnologia ma chi controlla i dati. In questo scenario si inserisce Netalia, provider cloud genovese fondato nel 2010, che ha appena presentato un piano industriale a cinque anni destinato a ridisegnare peso e ambizioni dell’azienda sul mercato nazionale
Il percorso passa dalla trasformazione in società per azioni e da un nuovo aumento di capitale aperto a investitori esterni, mentre sullo sfondo si muove una lettura del mercato che l’amministratore delegato Michele Zunino (nella foto) ha condiviso in una lunga conversazione con la stampa, tra le dinamiche della repatriation e le insidie di un dibattito sulla sovranità digitale sempre più esposto alla retorica.
In questo articolo:
- Netalia, il piano industriale a cinque anni
- Cloud, la sovranità digitale al banco di prova
- Netalia sceglie la PA, l’AI può aspettare
Netalia, il piano industriale a cinque anni
Sono tre i pilastri su cui poggia il nuovo piano industriale di Netalia: crescita del fatturato, espansione dell’organico e quotazione in Borsa. Oltre al fatturato da 50 milioni derivante da crescita organica, l’azienda punta a un incremento dell’organico che porterebbe la forza lavoro oltre le 200 unità, un salto significativo rispetto ai circa 35-40 dipendenti attuali. Zunino ha collegato questa strategia al tema della sovranità digitale, definendo il controllo diretto e indipendente sull’intero sistema digitale una condizione imprescindibile per un Paese in un contesto geopolitico instabile. “Il nostro piano a cinque anni esprime la piena natura di azienda di sistema. Non rincorriamo semplici traguardi finanziari, ma l’obiettivo strategico di garantire all’Italia e al suo tessuto produttivo questa reale indipendenza.
Durante l’incontro con la stampa, Zunino ha offerto una lettura più prudente dei numeri, indicando un intervallo tra i 50 e i 60 milioni di euro nell’arco di tre-cinque anni e definendolo “molto conservativo” rispetto al potenziale di mercato individuato. Alla crescita organica, Zunino ha affiancato l’ipotesi di un consolidamento del settore attraverso operazioni di fusione e acquisizione, oltre a possibili carve-out di infrastrutture cloud oggi integrate in aziende più ampie, sostenendo che le dimensioni contano sempre di più in un mercato destinato a comprimere il numero di operatori indipendenti.
Per sostenere questi obiettivi, Netalia ha completato la trasformazione in società per azioni (S.p.a), portando il capitale sociale a un milione di euro attraverso l’investimento diretto dell’attuale proprietà. È stato inoltre deliberato un secondo aumento di capitale, aperto a terzi, lanciato a condizioni descritte dallo stesso Zunino come favorevoli, con una raccolta fino a 3 milioni di euro e conclusione prevista entro la fine dell’estate. Sulla quotazione in Borsa, il manager ha chiarito che l’operazione risponde più a una logica di stabilità societaria che di realizzo finanziario, affermando che “la quotazione diventa sostanzialmente un elemento di tutela” per chi partecipa al capitale, secondo un modello assimilabile a quello della public company, privo di un socio di maggioranza ben identificabile.
Al momento, la strategia di espansione esclude la costruzione di nuovi data center a favore del riutilizzo sostenibile di strutture esistenti sul territorio. Interpellato proprio su questo punto, Zunino ha spiegato la logica alla base della scelta partendo da una critica al modello degli hyperscaler, che considera il data center non come fonte di profitto ma come centro di costo, giustificando l’investimento diretto solo al raggiungimento di determinate economie di scala. “Il nostro territorio oggi presenta diverse strutture spesso sottoutilizzate, magari non idonee per l’hyperscale vero e proprio, ma noi non abbiamo quella necessità di capacità. Per noi sono sicuramente sostenibili, e piccolo non necessariamente oggi significa non adeguato.” Zunino ha precisato che tutti i data center utilizzati da Netalia sono certificati secondo lo standard ACN QC2, con l’obiettivo di raggiungere presto la qualifica QC3, ossia standard di sicurezza e resilienza elevatissimi e quindi abilitato a trattare dati e servizi “critici” e “strategici” per la Pubblica Amministrazione.
Cloud, la sovranità digitale al banco di prova
A spingere questa ambizione è un settore in piena corsa: il comparto cloud italiano, stima Netalia, vale 8 miliardi di euro e continua a crescere del 20% l’anno. Zunino ha fornito una scomposizione più analitica del mercato nazionale, valutato a circa 10 miliardi di euro quest’anno secondo i dati dell’Osservatorio, suddiviso in modo pressoché paritario tra servizi infrastrutturali e piattaforme da un lato e SaaS dall’altro. Escludendo il segmento SaaS, il mercato indirizzabile si attesta secondo Zunino intorno ai 5 miliardi di euro, di cui soltanto una quota stimata in 150 milioni risulta oggi coperta da operatori italiani: un dato che colloca Netalia, con ricavi che si aggirano sugli 8 punti percentuali di quella quota, tra i principali player nazionali del segmento. L’obiettivo dichiarato è erodere tra il 10 e il 20% del mercato indirizzabile complessivo, un potenziale stimato in circa un miliardo di euro.
Questo scenario si intreccia con un quadro normativo in evoluzione: sono diversi i fattori regolatori che stanno alimentando il fenomeno della repatriation. Non si tratta, ha precisato Zunino, di un tema di sicurezza o affidabilità tecnica, quanto di un sistema di controllo su chi abbia effettivamente accesso e disponibilità dei dati e degli strumenti digitali delle aziende. A rafforzare questa consapevolezza ha contribuito l’entrata in vigore di normative europee come NIS2 e DORA, insieme ad alcuni episodi di mercato che hanno agito da campanello d’allarme, tra cui il riposizionamento commerciale di VMware dopo l’acquisizione da parte di Broadcom, che ha spinto diverse aziende a valutare alternative ai fornitori extraeuropei. Zunino ha inoltre osservato come, in passato, la conformità al perimetro europeo venisse spesso garantita attraverso architetture societarie articolate — strutture giuridiche e server collocati in Europa pur in presenza di operatori extra-UE — un approccio che oggi il quadro normativo, sempre più orientato a un’interpretazione stringente della sovranità digitale, tende progressivamente a mettere in discussione.
Questa maggiore attenzione normativa ha però un rovescio della medaglia: l’affermazione della sovranità digitale come tema condiviso ha spinto anche operatori di mercato ben più grandi a un uso disinvolto della terminologia, un fenomeno che nel settore viene ormai indicato con l’espressione “sovranity washing“. Secondo il manager, l’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale starebbe progressivamente adottando un’interpretazione più stringente della normativa sulla qualificazione cloud, distinguendo con maggiore precisione gli operatori realmente conformi ai requisiti di sovranità. A rafforzare questa direzione contribuirebbe anche il CAD, il regolamento europeo che si muove verso il riconoscimento del grado di sovranità dei progetti cloud attivi sul mercato.
Netalia sceglie la PA, l’AI può aspettare
Tra i settori più esposti alla dinamica della repatriation, Zunino ha citato energia, finanza, sanità, infrastrutture logistiche e trasporti, media e, in misura minore, farmaceutico, chimico e immobiliare. Il manager ha spiegato la logica dietro questa selezione: “Sono tutti mercati dove le dimensioni contano, quindi sono tutti mercati presidiati da aziende che hanno dimensioni importanti, quindi strutture economiche complesse, e quindi c’è una cultura interna forte e una capacità di valutazione del rischio.”
Per quanto riguardo il peso della pubblica amministrazione, Zunino ha precisato che “Il mercato pubblico per Netalia vale un 20-25%”, una quota che si amplia sensibilmente se si considerano anche le aziende private a partecipazione pubblica, come le utility nate dai processi di privatizzazione delle ex municipalizzate. Il manager ha attribuito la rapida apertura del mercato pubblico all’obbligo di qualificazione ACN introdotto per le pubbliche amministrazioni, spiegando che si tratta di un vincolo che non hanno le aziende a partecipazione pubblica, pur essendo comunque “molto attente nel loro processo di governance” nella scelta di fornitori che garantiscano un livello di affidabilità elevato.
C’è poi il tema scottante dell’intelligenza artificiale. L’amministratore delegato di Netalia ha espresso cautela sulle proiezioni di crescita legate ai data center dedicati all’AI, accostando la fase attuale a quella delle prime dot-com di fine anni Novanta e descrivendo l’attuale corsa alla capacità computazionale come in parte alimentata da dinamiche finanziarie più che da un’effettiva necessità applicativa diffusa. Il manager ha inoltre segnalato l’esistenza di una condizione di monopolio nella produzione di gpu, che a suo giudizio riduce gli incentivi verso l’ottimizzazione degli algoritmi e mantiene i prezzi delle infrastrutture di calcolo sganciati dai relativi costi di produzione. “Credo che l’adozione del cloud si avanzi soprattutto per un cambiamento generazionale. E quindi anche questo nuovo cambiamento legato alla repatriation, secondo me sarà legato molto a un ulteriore cambiamento generazionale.”









