Per gli italiani rappresentano spesso un ricordo di famiglia, un dono ricevuto o un’eredità da custodire gelosamente. Eppure, dietro anelli, collane, diamanti, orologi e altri preziosi dimenticati in una cassaforte o in un cassettto potrebbe celarsi un patrimonio di valore ben superiore a quanto si immagini. Secondo un’analisi di Auctentic sui dati di Istat e Federorafi, il valore di questi preziosi si aggirerebbe intorno ai 150 miliardi di euro. Complice il forte rialzo dell’oro, solo in parte intaccato dalla recente correzione, cresce l’interesse per la valutazione di questi beni, ma il fenomeno non sembra essere legato soltanto alla ricerca di liquidità. Sempre più famiglie chiedono di conoscere il valore reale dei propri preziosi per pianificare successioni, riorganizzare il patrimonio o decidere con maggiore consapevolezza se conservarli o valorizzarli. Borsa&Finanza ne ha parlato con Dov Alter, amministratore delegato e cofondatore di Auctentic, private advisory house specializzata nella valutazione e valorizzazione di diamanti, gioielli, pietre preziose e orologi di lusso.

Il prezzo dell’oro ha raggiunto livelli molto elevati. Avete osservato un aumento delle persone che chiedono informazioni sulla valorizzazione di gioielli e preziosi?
“Sì, osserviamo una maggiore attenzione verso la valorizzazione dei preziosi, anche se non è da leggere solo come un effetto meccanico del prezzo dell’oro. L’oro ha certamente riportato l’attenzione sui beni fisici custoditi dalle famiglie: gioielli, diamanti, pietre preziose, orologi. Detto questo, nel nostro caso la richiesta non riguarda quasi mai solo ‘quanto vale l’oro al grammo’. Chi si rivolge ad Auctentic porta spesso asset complessi: gioielli di famiglia, diamanti montati o sciolti, solitari, orologi di lusso, pietre preziose. In questi casi il valore non dipende solo dal metallo, ma dalla qualità gemmologica, dalla firma, dalla provenienza, dalla domanda internazionale e dalla possibilità di accedere al canale di vendita più corretto”.
Quali sono gli oggetti che più frequentemente vengono portati in valutazione?
“Gli oggetti più frequenti sono solitari, diamanti sciolti, gioielli con diamanti importanti e orologi di lusso. Nel mercato italiano vediamo anche una forte presenza di gioielli ereditati: anelli, spille, collane, bracciali o parure che sono rimasti per anni in cassaforte e che spesso arrivano alla valutazione senza documentazione aggiornata. In termini di domanda da parte dei compratori professionali, le categorie più interessanti sono i diamanti naturali di qualità elevata, soprattutto sopra i 2 carati, i pezzi vintage, gli orologi di lusso e i gioielli firmati o provenienti da maison storiche. Le pietre colorate rare e i pezzi di alta gioielleria firmata sono tra gli asset più ricercati, mentre le pietre molto piccole risultano generalmente più difficili da collocare”.
Di solito esiste un forte legame emotivo con i gioielli di famiglia. Se non è strettamente necessario, difficilmente vengono venduti. L’aumento delle richieste di vendita è un indicatore di crisi?
“Non necessariamente. Sarebbe riduttivo leggere l’aumento delle richieste solo come un indicatore di crisi economica. È vero che in alcuni casi la vendita nasce da un bisogno di liquidità, ma sempre più spesso vediamo persone che vogliono semplicemente capire cosa possiedono e decidere in modo consapevole: conservare, assicurare, dividere tra eredi, trasformare un bene immobilizzato in liquidità o reinvestirlo in altri progetti. Il legame emotivo resta fortissimo, soprattutto quando parliamo di gioielli di famiglia. Proprio per questo il primo passo non è sempre vendere, ma valutare. Sapere quanto vale un oggetto permette di prendere decisioni più serene anche in situazioni delicate: successioni, divisioni ereditarie, coperture assicurative, passaggi generazionali. Nelle nostre fonti emerge chiaramente che molti clienti sono eredi o famiglie con patrimoni storici, spesso in fasi di transizione personale o patrimoniale. Quindi più che un indicatore di crisi, lo definirei un segnalatore di maggiore consapevolezza patrimoniale. I gioielli non vengono più visti solo come ricordi, ma anche come asset da comprendere, proteggere e, quando ha senso, valorizzare”.
Molti diffidano del mercato dell’oro usato. Quali elementi dovrebbe verificare chi decide di vendere un bene prezioso per essere certo di ottenere una valutazione corretta?
“La prima regola è non fermarsi al solo valore del metallo. Un gioiello non è sempre “oro da fondere”: può avere un valore gemmologico, storico, stilistico o di firma molto superiore al peso dell’oro. Per questo è importante rivolgersi a operatori che abbiano competenze certificate, gemmologi qualificati e accesso a un mercato professionale ampio. Chi vende dovrebbe verificare almeno cinque aspetti: che la valutazione sia trasparente e spiegata, che i professionisti siano qualificati, che l’eventuale certificato gemmologico venga letto correttamente, che non ci sia un obbligo ad accettare la prima offerta e che il canale di vendita consenta di confrontare più potenziali acquirenti. Auctentic, ad esempio, dichiara di non vincolare il venditore ad accettare le offerte ricevute e di lavorare attraverso una rete internazionale di oltre 2.000 interlocutori professionali. È importante anche controllare la sicurezza della transazione: chi compra, come avviene il pagamento, dove viene custodito il bene, se la spedizione è assicurata e se vengono effettuate verifiche sull’autenticità e sulla titolarità del bene. Auctentic prevede, tra le altre cose, una dichiarazione di proprietà da parte del venditore e la verifica dei certificati gemmologici quando disponibili”.
Gli italiani presentano caratteristiche particolari rispetto ad altri paesi europei riguardo la vendita di preziosi?
“Sì. L’Italia ha una relazione molto particolare con i preziosi. Esiste una forte componente ereditaria, affettiva e culturale: molti oggetti restano per decenni in cassaforte, passano da una generazione all’altra e vengono raramente trattati come asset patrimoniali da gestire in modo attivo. Rispetto a mercati come Francia o Regno Unito, dove la cultura dell’asta e del resale (rivendita n.d.r.) è più strutturata, il mercato italiano appare più frammentato e ancora in transizione da logiche locali — gioiellieri, compro oro, intermediari tradizionali — verso modelli più professionali e advisory-led. Le fonti interne indicano che in Italia solo una parte del patrimonio gioielliero familiare raggiunge canali secondari organizzati, mentre una quota molto significativa resta dormiente nelle mani dei privati. Questo rende il venditore italiano più prudente, ma anche più bisognoso di accompagnamento. Non cerca solo una quotazione: cerca un interlocutore che spieghi, rassicuri, rispetti il valore emotivo dell’oggetto e lo aiuti a decidere senza pressione”.









