PANDEMIC BOND: COSA SONO E CHI CI GUADAGNA CON IL CORONAVIRUS?

Titoli obbligazionari per far fronte a eventuali catastrofi planetarie. Si chiamano Pandemic Bond e nel giugno 2017 la World Bank li ha emessi in due classi per un valore nominale di 320 milioni di dollari. Ma cosa sono davvero? E chi ci guadagna? Lo abbiamo chiesto a Alessandro Sannini, Economista, Ceo di Twin Advisor&Partners Londra

 

Cos’è il Pandemic Bond? Da dove nasce?

Nel 2017 dalla Banca Mondiale sono stati emessi 2 bond con scadenza 15 luglio 2020 con tassi di interesse molto alti ma con dei vincoli legati alle pandemie. Come abbiamo detto i bond emessi nel 2017 sono 2: il primo, con ISIN XS1641101172, è legato alle pandemie di influenza e coronavirus. Il secondo, con ISIN XS1641101503, è legato è legato anche ad epidemie di altre casistiche, come appunto l’Ebola.

I due bond sono una specie di assicurazione stipulata dalla Banca Mondiale per far fronte alle emergenze e gli investitori non verranno risarciti in caso di pandemie, poichè in quel caso i soldi verrebbero versati interamente nel fondo per gestire le pandemie. La Banca Mondiale, così, evita di dover ricorrere a negoziati per ottenere i fondi, ma di contro, gli investitori dei due Pandemic Bond non sarebbero rimborsati dei loro titoli.

Facciamo  riferimento ai due tipi di obbligazioni emessi nel 2017 dalla Banca mondiale: una di classe A dal valore di 225 milioni di dollari con rendimento del 6,9% e una di classe B da 95 milioni, rendimento dell’11%. Il Pandemic Emergency Financing Facility (Pef) secondo quanto dichiarato dalla Banca mondiale “copre sei virus che hanno maggiori probabilità di causare una pandemia. Questi includono nuovi Orthomyxovirus (nuovo virus pandemico influenzale A), Coronaviridae (Sars, Mers), Filoviridae (Ebola, Marburg) e altre malattie zoonotiche (Crimea Congo, Rift Valley, Lassa febbre)”. Ufficialmente i due pandemic bond sono quotati sulla Borsa del Lussemburgo, ma di fatto non sono negoziati, se non tra operatori specializzati.

Cosa cambia con il Corona Virus chi ci perde e chi ci guadagna?

L’intenzione era buona…Quando scoppia un’emergenza sanitaria, il costo necessario per farvi fronte (ospedali, medicinali, personale medico, strumenti di protezione…) può essere molto elevato e difficile da sopportare, specialmente per i Paesi in via di sviluppo; in casi del genere, è spesso necessario l’intervento della Banca mondiale per sostenere economicamente questi Paesi.

Ma i risultati molto meno….

Peccato che, come spesso accade, il diavolo stia nei dettagli. Nel caso di questi bond, i dettagli sono le clausole che fanno scattare il “diritto” della Banca Mondiale a non restituire il capitale ai detentori delle obbligazioni. Il primo passo, certo, è l’attestazione della pandemia: per questo, come ti abbiamo detto, non è una mera questione di parole. Ma non basta: se, e quanto, il capitale sarà tagliato, dipende poi da una lunga serie di fattori tra cui, per esempio, il tipo di virus (per il coronavirus ci sono percentuali di rimborso diverse dai casi di filovirus come l’Ebola, o dai casi di febbre di Lassa, e così via). E ancora: il tasso di crescita dei contagi, il numero di Paesi coinvolti, la distribuzione delle vittime nei diversi Paesi… insomma clausole a dir poco bizantine, tanto che ci vuole un apposito ente a certificarle (Air Worldwide Corporation). Morale, fino ad oggi banche e gestori hanno tranquillamente incassato i loro cedoloni senza rinunciare a nemmeno un cent del capitale. Il 23 marzo scattano gli 84 giorni (cioè 12 settimane) dalla scoperta dei primi casi, che è un’altra delle tante, incomprensibili condizioni per il taglio del rimborso del bond (perché aspettare così tanto, se lo scopo è prevenire la diffusione delle pandemie e non combatterle quando ormai sono così diffuse da rendere difficile correre ai ripari?). Da quella data in poi, in qualunque momento Air Worldwide Corporation potrebbe sancire ufficialmente il raggiungimento delle condizioni (finché non lo fa, i bond restano così come sono).

Chi calcola le condizioni di rimborso?

Le condizioni che fanno scattare il taglio al rimborso del bond sono talmente complicate da calcolare che serve un’apposita società per certificarle: è la bostoniana Air Worldwide Corporation, specializzata in modelli quantitativi ed econometrici.

….Ne esistono anche per altri rischi?

Pool Re nel 2010, riassicuratore sostenuto dal governo del Regno Unito e specializzato in coperture per il rischio terrorismo, ha lanciato il collocamento di un’obbligazione catastrofale da 75 milioni di sterline. Emesso attraverso la società veicolo Baltic PCC (le società veicolo o special purpose vehicle sono entità solitamente utilizzate per l’emissione dei Cat Bonds), il bond è il primo esempio nel suo genere di insurance-linked security (ILS) a copertura esclusiva di rischi legati al terrorismo.

Ma a cosa siamo di fronte?

Gli investimenti nei catastrophe bonds, creati formalmente per aiutare le popolazioni colpite da sciagure, hanno generato rendimenti difficilmente immaginabili per altri tipi di bond. Nella scorsa estate, delle pandemic securities sono state emesse in relazione all’epidemia di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo, i cui cat-bonds sono arrivati a 40 centesimi sul dollaro di valore facciale senza che fosse però proclamata la pandemia globale. Il risultato è stato che i 320 milioni di obbligazioni emesse hanno garantito lauti guadagni ai loro detentori, nonostante gli oltre 1800 morti accertati. Troppo pochi per il perverso meccanismo che avrebbe fatto scattare la clausola di solidarietà su cui gli investitori “generosamente” scommettono. Siamo davanti a ciò che Foucault chiamava tanatopolitica (il lasciar morire), scrive in un articolo per Effimera Salvatore Palidda, che oggi – a differenza dell’epoca pre-liberista – sembra prevalere rispetto alla biopolitica.

C’è uno scambio di queste obbligazioni?

Negli ultimi 20 anni il mercato dei cat bond si è andato sempre più sviluppando. Tanto da far nascere una borsa di scambio dei titoli catastrofici, il Catex con sede nel New Jersey

Qual è il mercato e chi sono gli operatori?

Ma dall’inizio degli anni 2000, il mercato dei cat-bond si è ampiamente sviluppato con un ruolo attivo delle assicurazioni e delle compagnie di riassicurazione. Nell’obbligazione in questione, infatti, la gestione è affidata a colossi come Swiss RE, Munich RE e GC Securities. La Swiss Re, ad esempio, ha costituito un programma chiamato Vita Capital IV Ldt. che muove fino a 2 miliardi di dollari. La compagnia francese Axa possiede un programma analogo chiamato Osiris Capital.

Gli interessi che pagano questi Pandemic Bond sono elevati e quali i rischi per gli investitori?

Nel 2017, la Banca mondiale ha creato quello che è ufficialmente noto come meccanismo di finanziamento di emergenza pandemica o PEF. L’idea era semplice: il fondo avrebbe raccolto centinaia di milioni di dollari da investitori disposti a contribuire a un pool di denaro che i paesi in via di sviluppo potevano attingere secondo necessità per aiutare a combattere la prossima pandemia. Le epidemie nei paesi ricchi non sono coperte. Il pagamento del prestito obbligazionario era rivolto ai 76 paesi più poveri del mondo, che sono membri dell’Associazione internazionale per lo sviluppo delle banche mondiali, o IDA.
Il vantaggio per la salute globale sembra ovvio, ma anche gli investitori hanno ottenuto un buon ritorno dall’accordo. Lanciata nell’estate del 2017 e destinata a scadere nel luglio di quest’anno, una tranche del fondo pagherebbe un interesse annuo del 6,9 per cento al di sopra del tasso LIBOR, un tasso di interesse di riferimento fissato nella capitale finanziaria di Londra.
L’altra tranche è stata ancora più generosa: l’11,5 per cento sopra il LIBOR ogni anno per tre anni. Al tasso LIBOR attuale, ciò significa che gli investitori ottengono un pagamento di oltre l’8 e il 13%, rispettivamente, se possiedono ciascuna tranche.
Ma c’è un problema, ovviamente. Gli investitori ricevono annualmente tali pagamenti di interessi, ma se scoppia una pandemia e i paesi hanno bisogno di denaro per combattere le malattie, gli investitori perdono il capitale investito.

Sannini, qual è la paura degli investitori? Qual è la fotografia dei prezzi?

Con l’epidemia di coronavirus che ha infettato oltre 74.000 persone e causato oltre 2.000 vittime, i prezzi le obbligazioni di Classe B hanno avuto un’ulteriore pressione. Le perdite per gli investitori dipendono dal numero di decessi e dalla diffusione geografica. Nel caso più estremo, un focolaio globale – definito come più di 2.500 morti in più di otto paesi con un certo numero di vittime in ciascun paese – spazzerà via l’intero investimento dell’obbligazionista. Il mercato sta chiaramente iniziando a valutare i prezzi nella possibilità che la tranche più a rischio possa essere influenzata.

Quali sono per sua valutazione le obbligazioni più rischiose?

Uno dei più rischiosi è XS164110150 =, in scadenza il 15 giugno, è detenuto da gestori patrimoniali tra cui Baillie Gifford, Amundi e Oppenheimer.
La seconda delle obbligazioni – un’emissione di $ 225 milioni XS164110117 = – è anche esposta a un focolaio di coronavirus ma considerata meno a rischio perché i suoi diversi criteri di attivazione comportano una perdita del 16,7% degli obbligazionisti.

Qual è la situazione attuale?

Insomma, se la pandemia non fosse dichiarata – e questo è il compito che spetta all’Organizzazione mondiale della Sanità -, è verosimile che quegli investimenti iniziali possano tornare, con tanto di guadagno, a chi aveva acquistato i famosi Cat-Bond. Una situazione paradossale e poco chiara, anche poco etica se vogliamo, che va a stravolgere completamente la premessa in base alla quale i Cat-Bond erano stati inventati.
Si pensi al caso dell’ebola, la malattia che fu in grado – dopo il 2017, ovvero dopo l’emissione dei Cat-Bond – di provocare oltre 3mila morti nella Repubblica del Congo. In quel caso, non venne dichiarata la pandemia da parte dell’Oms, perché sarebbe stato necessario un altro requisito, previsto nella struttura stessa dei Cat-Bond. La morte di altre 40 persone in uno Stato diverso da quello dello sviluppo del focolaio. Circostanza che, nel caso in specie dell’epidemia scoppiata in Congo, non si verificò.
Anche con il coronavirus, l’Oms non ha ancora dichiarato lo scoppio di una pandemia, nonostante i numeri per soddisfare i criteri relativi al rilascio dei Cat-Bond in favore degli stati interessati maggiormente dal contagio e dalla diffusione dello stesso. In totale, il controvalore dei Cat-Bond andato in asta è stato di 425 milioni di dollari, con scadenza a luglio 2020 e diviso in due tranche, una con un rischio di investimento più basso e una con un rischio di investimento più alto. Oggi il Covid-19 ha superato il livello di decessi “necessari” per mettere a rischio la maturazione di quei bond, facendo scattare anticipatamente la clausola di default. Ma occorre che l’Oms dichiari la pandemia.
Il mercato dei Cat-Bond sembra andare proprio in questa direzione, visto il crollo del costo delle singole obbligazioni. Ma anche nel caso in cui l’Oms dovesse dichiarare la pandemia, l’impiego di questo fondo a favore degli Stati interessati dal contagio non è scontato e deve passare attraverso diversi step. Una situazione molto intricata, che mostra come l’alta finanza non tenga conto – molto spesso – di rischiare letteralmente sulle vite umane.

sannini

 

Con la collaborazione di Alessandro Sannini, Economista, Ceo di Twin Advisor&Partners Londra