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Salari e inflazione, come è cambiato il potere d’acquisto negli ultimi 10 anni

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Nel corso degli ultimi dieci anni, ovvero nel periodo che va dal 2014 al 2024, il potere d’acquisto in Italia è sensibilmente diminuito a causa di un’inflazione superiore alla crescita dei salari, specie dal 2021 in poi. Secondo i dati dell’Istat, negli ultimi dieci anni il potere d’acquisto dei salari lordi di lavoratrici e lavoratori dipendenti è diminuito del -4,5% (a fronte di un tasso di crescita del +5,7% in Germania e del +1,1% in Francia) e negli ultimi cinque l’inflazione ha prodotto un’erosione del 20%. A causa della forte crescita dei prezzi, i salari reali (cioè parametrati ai prezzi) hanno perso il 10,5% tra il 2019 e il 2024. Soltanto alla fine del 2024 le retribuzioni hanno recuperato parte del potere d’acquisto perso negli anni precedenti con gli aumenti retributivi (+3,1%) che hanno superato l’inflazione (+1,1%), compensando parzialmente la perdita subita nel biennio precedente 2021-2022.

Nel Rapporto annuale 2025 – La situazione del Paese, l’Istat sottolinea che il reddito reale da lavoro per occupato nel 2024è più elevato rispetto al 2014, anno di minimo dopo la grande recessione degli anni precedenti, ma è più basso del 7,3% rispetto al 2004 (-5,8% per i dipendenti) per la perdita di potere d’acquisto dovuta all’inflazione con riduzioni per tutte le classi di età”. Se è aumentata l’occupazione grazie a 23,9 milioni di occupate e occupati al termine del 2024 (+16% rispetto al 2000), non è aumentato il benessere economico: la produttività per ora lavorata e la dinamica salariale di medio-lungo periodo risultano infatti stagnanti. Tra il 2013 e il 2023 gli stipendi (sia nel pubblico che nel privato) sono cresciuti più o meno allo stesso modo, ma dal 2021 in poi sono stati nettamente superati dall’inflazione.

 

Come è cambiato il potere d’acquisto negli ultimi 10 anni

A differenza di quanto accaduto in altri Paesi dell’Unione europea dove sono cresciuti, i salari italiani hanno perso valore. La prolungata compressione degli stipendi, l’inflazione e la pressione fiscale hanno ridotto il potere d’acquisto delle famiglie e rallentato i consumi, soprattutto tra i nuclei con i redditi più bassi. Allargando lo sguardo al periodo precedente agli ultimi vent’anni, i dati dell’Ocse indicano che il processo era già in atto tra il 1990 e il 2020: in quella fase storica, la riduzione del valore medio dei salari lordi in Italia aveva sfiorato il 3%.

La percentuale di calo di salari e stipendi reali risulta in aumento fino al 7,5% nel rapporto Ocse Real Wages Continue to Recover che prende in considerazioni gli anni dal 2021 a tutto il 2024. Il report mondiale sui salari dell’Oil (l’Organizzazione internazionale del lavoro) per il 2024-2025, aggiunge che l’Italia è tra i Paesi del G20 quello in cui i salari reali medi sono diminuiti di più negli ultimi 16 anni. La riduzione è dell’8,7% dal 2008 ad oggi, quasi il -0,6% all’anno: un record negativo nel cosiddetto mondo avanzato, specie nel raffronto con la Germania e la Francia, dove il potere d’acquisto è salito rispettivamente del +15% e del +5%.

Il rimbalzo positivo del 2024 (+2,3%), dopo due anni di cali del -3,2% e del -3,3%, è comunque inferiore alla media europea e non è riuscito a far recuperare i livelli pre-pandemia del 2019. Per fare un paragone nello stesso periodo ma sul fronte opposto, la Corea del Sud ha fatto registrare un aumento salariale complessivo del +20%. L’Oil fa notare che “in contrasto con la tendenza globale, la disuguaglia salariale media in Italia è tuttavia rimasta pressoché invariata durante il periodo 2006-2018 a causa della compensazione tra la riduzione delle diseguaglianze nella parte superiore e l’aumento tra quelle della fascia salariale più bassa”.

 

Salari e inflazione: il valore reale delle buste paga in Italia

Anche il quinto bollettino economico del 2025 della Banca centrale europea sottolinea che il potere d’acquisto delle buste paga italiane è sceso del -5,8% dalla fine del 2021 alla primavera del 2025: l’Italia è il principale Paese dell’Eurozona nel quale i salari reali hanno perso maggiormente valore. Gli intrecci negativi tra inflazione e retribuzioni hanno generato squilibri e diseguaglianze in quasi tutti i settori. I redditi più colpiti sono quelli più bassi, impiegati in prevalenza nell’acquisto di beni e servizi di prima necessità che hanno affrontato aumenti di prezzo superiori al tasso di inflazione. I meno penalizzati sono i redditi di imprenditori e titolari di rendite.

Il 23esimo rapporto annuale dell’Inps, pubblicato dall’istituto a settembre 2024, segnala che a fronte di un’inflazione cumulata pari al 17% tra il 2019 e il 2024, le retribuzioni di lavoratrici e lavoratori nel settore privato con contratto a tempo indeterminato sono cresciute dell’8,3%. Quelle di chi lavora nel pubblico, sempre con contratti a tempo indeterminato, sono aumentate del 9,2%. La perdita di potere d’acquisto è, rispettivamente, dell’8,7% e del 7,8%. Naturalmente in alcuni settori (industria, banche e assicurazioni, edilizia e trasporti) la crescita ha tenuto il passo dell’inflazione, mentre in altri l’adeguamento non è avvenuto, almeno dopo il 2021.

“Nonostante i miglioramenti osservati sul mercato del lavoro negli ultimi anni, l’Italia conserva una quota molto elevata di occupati in condizioni di vulnerabilità economica”, si legge nel Rapporto annuale 2024 dell’Istat. Al termine dell’anno il salario medio ha raggiunto i 33.148 euro, ma questa crescita nominale non è stata sufficiente a compensare l’incremento del costo della vita. Il divario è particolarmente sentito a livello regionale: le retribuzioni al Nord rimangono significativamente più alte rispetto a quelle del Centro e soprattutto del Sud, dove l’inflazione è cresciuta molto più degli stipendi, in particolare per chi percepisce un compenso stabilito dai contratti collettivi nazionali, non sempre al passo con i prezzi.

Immagine di Alessandro Zoppo

Alessandro Zoppo

Ascolta musica e guarda cinema da quando aveva 6 anni. Orgogliosamente sannita ma romano d'adozione, Alessandro scrive per siti web e riviste occupandosi di cultura, economia, finanza, politica e sport. Impegnato anche in festival e rassegne di cinema, Alessandro è tra gli autori di Borsa&Finanza da aprile 2022 dove si occupa prevalentemente di temi legati alla finanza personale, al Fintech e alla tecnologia.

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