Sterlina sottovalutata, il prezzo nascosto dell’incertezza britannica

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La Bank of England non sa più cosa dire sull’economia britannica. Nel Monetary Policy Report di aprile, l’istituto centrale ha rinunciato al consueto scenario macroeconomico, sostituendolo con tre ipotesi alternative, di fronte a un livello di incertezza giudicato troppo alto per formulare una previsione unica. La causa è il conflitto in Medio Oriente, che dal febbraio scorso ha ridisegnato gli equilibri valutari globali e riportato la sterlina al centro dell’attenzione degli analisti.

Proprio in questa incertezza si nasconde, secondo il Research Department di Intesa Sanpaolo, il vero valore della divisa britannica: sottovalutata rispetto ai fondamentali, con margini di rafforzamento contro il dollaro nei prossimi trimestri e un andamento sostanzialmente laterale contro l’euro.

 

In questo articolo:

 

  • La guerra in Iran riscrive le traiettorie valutarie del 2026
  • Sterlina, i falchi della Banca d’Inghilterra guadagnano terreno
  • I differenziali di rendimento che muovono la sterlina
  • Tre scenari al posto di uno: le ipotesi della Bank of England
  • La sterlina alla prova dell’appuntamento del 30 luglio

 

La guerra in Iran riscrive le traiettorie valutarie del 2026

Ripercorrendo i mesi che hanno preceduto la fase attuale, il 2026 si è aperto all’insegna delle tensioni geopolitiche legate all’amministrazione Trump, dalla destituzione del presidente venezuelano Maduro alle ambizioni statunitensi sulla Groenlandia, fino agli attriti con la Colombia, fattori che avevano già impresso una direzione al dollaro e, di riflesso, alle principali coppie valutarie.

L’evento che ha finito per dominare i mercati è stato però l’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, avvenuto il 28 febbraio. Fino al primo cessate il fuoco dell’8 aprile, il dollaro ha beneficiato del proprio ruolo di bene rifugio, per poi correggere al ribasso nella fase successiva. Il movimento si è riflesso in modo speculare sia sul cambio GBP/USD sia sull’EUR/USD, al punto che l’elevata correlazione tra le due coppie valutarie è spiegata dalla comune esposizione delle due divise agli sviluppi geopolitici della seconda amministrazione Trump.

Il conflitto ha inoltre determinato un’inversione del quadro inflativo nel Regno Unito analoga a quella osservata altrove: lo scorso anno Fed, Bce e Bank of England avevano tutte tagliato i tassi, con l’istituto britannico che era intervenuto in agosto e novembre portando il bank rate al 3,75%, livello che si colloca tra quello della Fed (3,50-3,75%) e quello della Bce (2,00% sul tasso sui depositi).

 

Sterlina, i falchi della Banca d’Inghilterra guadagnano terreno

L’escalation in Medio Oriente ha comportato una revisione al rialzo delle aspettative di inflazione in tutte le principali economie occidentali. La ce ha già alzato i tassi a giugno, portando il tasso sui depositi dal 2,00% al 2,25%, mentre per la Fed un intervento entro fine anno non è escluso. Per quanto riguarda la Bank of England, il mercato prezza con piena probabilità un rialzo di 25 punti base a novembre, in concomitanza con la pubblicazione del prossimo Monetary Policy Report, seguito da un ulteriore aumento entro marzo dell’anno prossimo con probabilità del 100%.

Meno probabile, secondo Intesa Sanpaolo, un intervento già il 30 luglio, data del prossimo report, per l’assenza di segnali di un consolidamento strutturale delle pressioni inflazionistiche oltre il breve periodo. All’interno del Monetary Policy Committee, il numero di membri favorevoli a un rialzo immediato è salito da uno a due: ad aprile solo Hew Pill si era espresso in tal senso tra i nove membri votanti, mentre nella riunione successiva si è aggiunta Megan Greene. I rischi legati alla riunione di fine mese risultano quindi leggermente orientati al rialzo.

 

I differenziali di rendimento che muovono la sterlina

Il calo della sterlina contro il dollaro registrato per buona parte della seconda metà dell’anno ha seguito da vicino l’andamento dei differenziali di rendimento a breve termine rispetto agli Stati Uniti, in un contesto in cui il mercato scontava che la Fed non avrebbe più avuto bisogno di tagliare i tassi, mentre per la Bank of England permaneva un dubbio teorico sulla direzione della politica monetaria.

Il dollaro ha beneficiato della combinazione di crescita più solida e inflazione più elevata rispetto al Regno Unito, dove a una crescita più debole si accompagna un’inflazione alta ma soggetta a un’incertezza analoga circa la sua persistenza, con la stessa Bank of England che ne prevede il rientro verso il target o, come accaduto fino all’inizio dell’anno, anche al di sotto. Il cambio GBP/USD ha mostrato in parallelo una forte correlazione con i differenziali di rendimento a lungo termine, che incorporano non solo le proiezioni di crescita e inflazione ma anche un premio al rischio legato agli sviluppi in Medio Oriente e alle politiche di Trump.

A spiegare le dinamiche apparentemente contraddittorie dell’ultimo mese contribuisce la riunione della Bank of England del 18 giugno: la sterlina si è indebolita contro il dollaro dopo il cessate il fuoco del 17 giugno perché in quella sede i tassi sono rimasti invariati, mentre una settimana prima la Bce li aveva alzati di 25 punti base. Il cambio si è successivamente ripreso, favorito dalla riduzione dell’avversione al rischio e dalla stabilizzazione su livelli più bassi seguita al cessate il fuoco.

 

Tre scenari al posto di uno: le ipotesi della Bank of England

Nel merito delle tre proiezioni pubblicate dall’istituto centrale britannico, le differenze si concentrano su due variabili: i prezzi energetici globali e i conseguenti effetti di secondo round su prezzi e salari interni. Lo scenario A prevede un picco del petrolio Brent a 108 dollari al barile nel corso dell’anno, con discesa graduale fino a 72 dollari entro la fine del periodo previsionale; in questo caso non si manifesterebbero effetti di secondo round, per effetto del minore potere contrattuale dei lavoratori e del minore potere di determinazione dei prezzi delle imprese in un contesto di domanda più debole, con l’inflazione che rientrerebbe sotto il target del 2% entro un orizzonte di due-tre anni, aprendo la strada a nuovi tagli dei tassi e a una sterlina più debole.

Lo scenario B ipotizza lo stesso picco iniziale, ma un assestamento del Brent su un livello più alto, a 81 dollari, con effetti di secondo round che spingerebbero l’inflazione più in alto nel breve periodo, salvo un rientro nel target già entro due anni, dato che il livello dei prezzi energetici risulterebbe solo marginalmente superiore e la crescita ne risentirebbe in misura contenuta nell’arco del triennio; in questo scenario la banca centrale potrebbe dover alzare i tassi in modo moderato.

Lo scenario C, il più severo, colloca il picco del greggio a 130 dollari con discesa fino a 92 dollari, effetti di secondo round pronunciati, un’inflazione che salirebbe fino al 5,6% su base annua prima di ridiscendere restando comunque sopra il target, e una crescita significativamente più debole nel breve periodo.

Lo scenario ritenuto più plausibile si colloca tra le ipotesi A e B, in particolare qualora il quadro geopolitico migliorasse più rapidamente delle attese.

 

La sterlina alla prova dell’appuntamento del 30 luglio

La sterlina dovrebbe rafforzarsi contro il dollaro, complice l’apertura del comitato di politica monetaria a un possibile rialzo dei tassi; la fragilità della crescita nel breve periodo contribuisce comunque a moderare, seppur in misura contenuta, il potenziale di rafforzamento della divisa.

Il nuovo esecutivo guidato dal premier Andy Burnham, succeduto a Keir Starmer, e la conferma di Shabana Mahmood come Chancellor of the Exchequer al posto di Ed Miliband, rendono secondo Intesa Sanpaolo solo lievemente più probabile un’impostazione fiscale espansiva, senza compromettere la sostenibilità dei conti pubblici né innescare rialzi indesiderati sui rendimenti a lungo termine.

I rischi per la sterlina restano orientati al ribasso: la divisa britannica potrebbe indebolirsi contro dollaro ed euro qualora gli Stati Uniti mostrassero una tenuta economica superiore alle attese, l’inflazione britannica tornasse sotto target secondo le dinamiche dello scenario A, o il quadro geopolitico peggiorasse in linea con lo scenario C, condizioni in cui la sterlina risulterebbe più sensibile al rischio rispetto all’euro.

L’appuntamento chiave resta la riunione della Bank of England del 30 luglio, quando verrà pubblicato anche l’aggiornamento del Monetary Policy Report: il mercato non si attende un rialzo dei tassi in questa occasione, non essendo emersi segnali di rischio al rialzo sostenuti nel tempo, sebbene un intervento resti possibile in presenza di sorprese negative sul piano geopolitico o macroeconomico.

Secondo le tabelle elaborate da Intesa Sanpaolo, il cambio EUR/USD è previsto a 1,15 nel quarto trimestre 2026 e a 1,18 a fine 2027, mentre GBP/USD è atteso a 1,35 entro fine 2026 e a 1,38 entro fine 2027; il cambio EUR/GBP dovrebbe attestarsi a 0,85 entro fine 2026, stabilizzandosi poi attorno a 0,86 nel corso del 2027.

Immagine di Hillary Di Lernia

Hillary Di Lernia

Classe 1994 e laureata in scienze della comunicazione, si è specializzata in sociologia conseguendo successivamente un master in criminologia. Giornalista pubblicista, ha collaborato con diverse testate finanziarie tra cui Bluerating e Milano Finanza, occupandosi di risparmio gestito e approfondimenti sui mercati finanziari. Oggi svolge anche la professione di criminologa e giornalista d’inchiesta, con particolare attenzione alle dinamiche sociali, economiche e criminali.

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