Successione Mortis Causa: aspetti giuridici e adempimenti fiscali (Parte I) - Borsa&Finanza
Cerca
Close this search box.

Successione Mortis Causa: aspetti giuridici e adempimenti fiscali (Parte I)

Funerale che apre un caso di successione per mortis causa

 

In ogni famiglia capiterà, prima o poi, di dover affrontare la perdita di una persona cara e, consequenzialmente, di doversi occupare delle svariate pratiche burocratiche che derivano da una successione a causa di morte. Noi ci soffermeremo sugli (eventuali) adempimenti fiscali che potrebbero derivarne: il condizionale è d’obbligo perché, mentre da un punto di vista giuridico, la successione mortis causa comporta sempre una “sostituzione” di una persona nei rapporti giuridici di un’altra, non è detto che questo “subentro” comporti necessariamente l’obbligo di una dichiarazione di successione e/o il pagamento di imposte successorie.

In questo primo articolo ci occuperemo di approfondire i capisaldi dell’istituto giuridico della successione: il legislatore del ’42 ha, infatti, dedicato alla materia successoria un intero libro (il secondo dei sei) del codice civile, dall’art. 456 all’art. 809.

Tale disquisizione ha funzione propedeutica rispetto alla disciplina fiscale (che sarà oggetto di un secondo articolo) in quanto ci permette di poter correttamente individuare chi sono i soggetti passivi delle imposte successorie e quali sono i beni/diritti oggetto di imposta.

 

 

La successione a causa di morte

La successione mortis causa è quell’istituto giuridico in base al quale un soggetto vivente subentra nella titolarità dei rapporti giuridici attivi e passivi di cui era titolare il defunto (is de cuius hereditate agitur, vale a dire “colui della cui eredità si tratta” – di seguito più semplicemente de cuius). Il subentro può avvenire a titolo universale oppure a titolo particolare: nel primo caso il successore viene detto erede e subentra nell’intero patrimonio del de cuius (oppure pro-quota in caso di più eredi); nel secondo, il successore viene detto legatario e subentra nella proprietà di una o più specifici beni e/o diritti del de cuius.

Chiariamo subito che i diritti di cui si discorre sono i cosiddetti diritti trasmissibili (quali, appunto, i diritti patrimoniali); invece ne restano esclusi i cosiddetti diritti intrasmissibili quali:

 

  • i diritti della personalità e le potestà familiari;
  • alcuni diritti reali quali l’usufrutto, l’uso e l’abitazione;
  • l’obbligo degli alimenti ed altre obbligazioni intuitu personae (ad es. quelle derivanti da un mandato).

 

Il subentro nei rapporti giuridici del de cuius, da parte dei suoi successori, avviene attraverso tre fasi:

 

  1. l’apertura della successione
  2. la vocazione e la delazione
  3. l’acquisto dell’eredità

 

 

1. Apertura della successione

Essa avviene al momento della morte e nel luogo dell’ultimo domicilio del de cuius: segna il momento in cui il di lui patrimonio è rimasto privo del titolare. Affinché si apra una successione è necessario, dunque, il decesso (accertato) di un soggetto.

A questa situazione è equiparata la cosiddetta “morte presunta” che può aversi qualora non si abbiano notizie di un soggetto da almeno 10 anni e sia intervenuta una Sentenza del Tribunale competente (vale a dire quello del luogo dell’ultimo domicilio, ossia il centro principale dei propri affari ed interessi, o dell’ultima residenza dello scomparso).

Il luogo in cui si apre la successione non è dunque quello in cui è avvenuta la morte, ma quello in cui il defunto aveva fissato l’ultimo domicilio. Tale luogo rileva, ad esempio, per l’individuazione del Tribunale competente per le azioni ereditarie e per la tenuta del Registro delle successioni (registro in cui vengono annotati gli atti e le dichiarazioni previste dalla legge).

Il tempo dell’apertura della successione assume un particolare rilievo con riferimento:

 

  • alla capacità di succedere;
  • al termine per l’accettazione dell’eredità;
  • all’effetto dell’accettazione;
  • al termine per la redazione dell’inventario;
  • all’eventuale nomina del curatore (nel caso di eredità giacente);
  • alla determinazione della porzione disponibile.

 

Alcune di queste disposizioni vanno necessariamente approfondite ai fini dell’esatta individuazione dei soggetti chiamati all’eredità quali, ad esempio, quelle inerenti la capacità di succedere e la rappresentazione.

 

 

Capacità di succedere

Sono capaci di succedere:

  • coloro che sono nati e viventi al tempo dell’apertura della successione;
  • coloro che, pur nascendo posteriormente, fossero già concepiti al momento dell’apertura della successione (qui, peraltro, opera una presunzione di legge in favore di coloro che nascono entro i trecento giorni dalla morte del de cuius);
  • i figli di una determinata persona vivente al tempo della morte del de cuius, benché non ancora concepiti, purché contemplato in testamento;
  • le persone giuridiche, siano esse Enti con personalità giuridica che Enti non riconosciuti, anche qui se contemplato in testamento; la capacità per i primi è piena ed incondizionata, mentre per i secondi è previsto l’obbligo di accettare l’eredità con beneficio di inventario;
  • lo Stato (nella successione legittima).

Le ultime due previsioni hanno natura eccezionale, in quanto il legislatore riconosce la capacità di succedere a chi è ancora privo della capacità giuridica.

Le persone (fisiche) sopra menzionate non devono essere incorse però in uno dei casi di indegnità a succedere (per condotte tassativamente elencate dalla legge).

L’indegnità non consegue automaticamente: è infatti necessaria a tal fine una pronuncia del Tribunale mediante la quale vengono posti nel nulla gli effetti dell’accettazione; tale Sentenza ha efficacia ex tunc (con conseguente restituzione delle cose ereditate e dei loro frutti medio tempore percepiti).

Chi è incorso nell’indegnità è dunque escluso dalla successione (indigno aufertur hereditas, l’eredità è sottratta all’indegno) a meno che non venga espressamente riabilitato dal de cuius stesso, con atto pubblico o con testamento.

 

 

La rappresentazione

L’erede o il legatario può succedere:

 

  • per diritto proprio: quando è direttamente designato dalla legge o dal testamento;
  • per rappresentazione: quando subentra al posto di altra persona chiamata a succedere.

 

Può aversi rappresentazione solamente se sussistono tutte le seguenti condizioni:

 

  • che chiamato a succedere sia un figlio (legittimo, legittimato, adottivo o naturale) del de cuius, oppure un fratello o una sorella;
  • che il chiamato a succedere, per qualsiasi ragione, non voglia o non possa succedere (ad esempio perché indegno, premorto al de cuius, assente o abbia rinunciato all’eredità);
  • che vi siano uno o più discendenti (legittimi o naturali) del chiamato a succedere (che possano e vogliano subentrare);
  • che il testatore non abbia provveduto diversamente (quest’ultima condizione opera esclusivamente nelle successioni testamentarie – cosiddetta “sostituzione”).

 

I discendenti possono succedere per rappresentazione anche se hanno rinunciato all’eredità della persona in luogo della quale subentrano, o sono incapaci o indegni di succedere rispetto a questa (con tale norma il legislatore, quindi, riconosce loro un diritto proprio e non un diritto del delato anteriore).

L’istituto della rappresentazione, pertanto, trova applicazione anche nella successione dei legittimari (di coloro cioè che, per il particolare vincolo di parentela che li lega al de cuius, non possono mai essere esclusi dalla successione, nemmeno per testamento) mentre, al contrario, non si applica al legato di usufrutto, di uso, di abitazione o di alimenti (stante la natura strettamente personale).

Per effetto della rappresentazione, il discendente del rappresentato succede nello stesso luogo e grado del proprio ascendente. Ne deriva che l’eredità o il legato si divide “per stirpi” e, fra gli appartenenti ad una stessa stirpe, “per capi”.

Facciamo un esempio: Caio muore lasciando eredi i due figli Tizio e Sempronio (stirpi). Quest’ultimo, però, essendo premorto a Caio, non può succedervi. Ecco che subentrano al suo posto, per rappresentazione, i suoi due figli Mevio e Filano (capi). L’eredità di Caio andrà così suddivisa: metà al figlio Tizio (essendo vivente) e l’altra metà andrà, per rappresentazione, ai nipoti Mevio e Filano (che dovranno, pertanto, ulteriormente suddividere a metà, ricevendo così ciascuno un quarto dell’eredità del nonno).

 

 

2. Vocazione e Delazione

Sono i due momenti che consentono di individuare legittimamente i soggetti cui destinare l’asse ereditario:

 

  • la vocazione (dal latino vocare, chiamata) indica il titolo in base al quale si succede e può essere: testamentaria o legittima (vale a dire per testamento o per legge, essendo espressamente vietati i c.d. “patti successori”); la vocazione testamentaria prevale su quella legittima: a quest’ultima si ricorre solamente quando manca, in tutto o in parte, quella testamentaria oppure qualora vengano lesi, con il testamento, i diritti dei c.d. legittimari (successione necessaria);
  • la delazione (dal latino defero, supino delatum, attribuire) indica l’offerta del patrimonio ereditario al soggetto delato: non comporta automaticamente l’acquisto dell’eredità (che può aversi solo con l’accettazione del chiamato) ma esclusivamente il (suo) diritto di accettarla (o meno);

 

Accenniamo, brevemente, ai tre tipi di delazione:

 

  • legittima
  • testamentaria
  • necessaria

 

La delazione legittima

Abbiamo già chiarito che alla delazione legittima (anche detta intestata) si ricorre solo quando il de cuius non ha lasciato testamento oppure quando questo è invalido oppure, ancora, quando il testatore abbia disposto solo in parte dei propri beni/diritti (in quest’ultimo caso, pertanto, la delazione legittima si applica solamente con riferimento alle sostanze non disposte per testamento).

 

La legge chiama a succedere quattro categorie di persone:

  • parenti legittimi
  • parenti naturali
  • coniuge superstite
  • lo Stato

E’ bene sapere che la legge disciplina compiutamente i casi in cui gli appartenenti ad una stessa categoria o a categorie diverse concorrono insieme sui beni del de cuius, come pure i casi in cui la presenza di taluni eredi ne esclude completamente altri.

Così, se il de cuius ha dei figli legittimi, legittimati o adottivi, questi concorrono in parti uguali e la loro presenza comporta l’esclusione di tutti gli altri parenti legittimi, fatto salvo il concorso del coniuge superstite e dei figli naturali (l’equiparazione tra figli naturali e legittimi è conforme al dettato dell’art. 30 co.3 della Costituzione: “La legge assicura ai figli nati fuori del matrimonio ogni tutela giuridica e sociale, compatibile con i diritti dei membri della famiglia legittima”).

Quando la legge parla di “parti uguali”, si intende senza alcuna distinzione riguardo al sesso, alla diversità di matrimonio da cui i figli provengano o all’ordine della nascita.

Ove un figlio fosse premorto ed esistessero ulteriori discendenti (nipoti o, in loro mancanza, pronipoti), questi vi succederanno per rappresentazione.

In mancanza di figli ed ulteriori discendenti, invece, vengono chiamati a succedere gli ascendenti legittimi ed i fratelli e sorelle, oltre all’eventuale coniuge superstite:

  • se vi sono solo ascendenti, succedono il padre e la madre in parti uguali; in mancanza di uno dei due, succede il genitore superstite;
  • in mancanza di ambedue i genitori, succedono gli altri ascendenti, tenendo presente che il grado più prossimo esclude il più remoto senza distinzione di linea (ad es. , il nonno materno esclude i bisnonni paterni) e che, a parità di grado, la linea paterna riceve una quota uguale a quella materna (ad esempio, se vi sono il nonno paterno ed i due nonni materni, il primo -linea paterna- succede per la metà dell’asse ereditario e gli altri due -linea materna- per un quarto ciascuno);
  • se vi sono solo fratelli e sorelle, succedono in parti uguali, ma gli unilaterali conseguono soltanto la metà della quota che conseguono i germani;
  • se vi sono sia genitori che fratelli o sorelle germani, a ciascuno spetta una quota uguale a quella degli altri ma la quota che complessivamente spetta ai genitori non può essere inferiore alla metà; qui il codice non precisa se debba riferirsi alla metà dell’asse ereditario o della massa ereditaria (le cui differenze saranno chiarite compiutamente in seguito) ma, in analogia con la successione necessaria, sembra opportuno riferirsi a quest’ultima;
  • se vi sono sia genitori che fratelli o sorelle, sia germani che unilaterali, a questi ultimi spetta la metà della quota che consegue ciascuno dei germani o dei genitori, salva in ogni caso la quota della metà in favore di questi ultimi;

 

Solamente in mancanza di figli, ascendenti o fratelli e sorelle, sono chiamati a succedere i restanti parenti collaterali fino al sesto grado (salvo che non esistano figli naturali riconosciuti od il coniuge superstite). Anche qui il grado più prossimo esclude quello più remoto (successio graduum) e, a parità di grado, si divide in quote uguali; i collaterali vengono alla successione senza distinzione di linea, senza distinzione di unico o doppio vincolo di parentela.

 

Tra i parenti naturali la successione ha luogo solo a favore dei figli naturali riconosciuti o giudizialmente dichiarati. Le disposizioni in favore del coniuge e/o dei genitori del figlio naturale premorto, senza lasciare figli, è stata abrogata dal D.Lgs. 154/2013.

I figli naturali concorrono dunque con i figli legittimi, conseguendo la stessa quota di questi ultimi, i quali però possono soddisfare in denaro o in beni immobili ereditari la porzione spettante ai figli naturali che non vi si oppongano: in tal caso sarà il giudice a decidere, valutate le circostanze personali e patrimoniali.

 

Il coniuge superstite, infine, è ammesso alla successione purché non si trovi in stato di separazione legale a lui addebitata. In quest’ultimo caso ha diritto soltanto ad un assegno vitalizio se al momento dell’apertura della successione godeva degli alimenti a carico del coniuge deceduto; lo stesso dicasi se la separazione è stata addebitata ad entrambi.

A parte ciò, il coniuge concorre sempre:
– con i figli legittimi e/o naturali: in tal caso ha diritto alla metà dell’asse se concorre con un solo figlio e ad un terzo se i figli sono due o più;
– in mancanza di figli (ed ulteriori discendenti), con gli ascendenti legittimi e/o i fratelli e le sorelle del de cuius: in tal caso spettano i due terzi dell’asse ereditario.

In mancanza di figli legittimi o naturali, di ascendenti, di fratelli o sorelle (del de cuius), il coniuge consegue tutta l’eredità.

Al coniuge, inoltre, sono sempre riservati i diritti di abitazione sulla casa adibita a residenza familiare e di uso sui mobili che la corredano, se di proprietà del defunto o comuni (trattasi di un legato ex lege che va a gravare sulla porzione disponibile – che vedremo in seguito -)

Rimane, ovviamente, escluso dalla successione il coniuge divorziato in quanto lo scioglimento degli effetti civili del matrimonio fa venire meno la chiamata ereditaria in favore di un soggetto non più legato al de cuius da sussistente vincolo matrimoniale.

 

In assenza di parenti legittimi o naturali e del coniuge, nonché di testamento a favore di terzi, l’eredità è devoluta allo Stato il quale l’acquista di diritto (senza cioè bisogno di accettazione) e non può rinunziarvi. Tuttavia, esso non risponde dei debiti ereditari e dei legati oltre il valore dei beni acquistati.

Tale “norma di chiusura” si applica a condizione che il de cuius sia cittadino italiano o apolide residente in Italia ed è rivolta ad evitare che un patrimonio rimanga privo di titolare ove non si possa far luogo alla successione legittima o testamentaria.

 

 

La delazione testamentaria

 

Si parla di delazione testamentaria allorquando è lo stesso de cuius a designare direttamente le persone che debbono succedergli attraverso un testamento.

Tecnicamente il testamento è un negozio giuridico (cioè una dichiarazione di volontà alla quale l’ordinamento giuridico ricollega determinati effetti giuridici), unilaterale e revocabile, con il quale si dispone di tutte o parte delle proprie sostanze dopo la propria morte ed è:

  • unilaterale, in quanto è necessaria la volontà del “solo” testatore (il testamento congiunto è infatti nullo);
  • revocabile, in quanto può essere sempre ritirato, sostituito o modificato fino all’ultimo momento di vita;
  • essenzialmente a titolo gratuito;
  • personalissimo, non si può ricorrere infatti all’istituto della “rappresentanza”;
  • formale, deve cioè necessariamente rispettare una delle forme previste dalla legge.

Inoltre, esso può contenere anche alcune disposizioni di carattere non patrimoniale (ad esempio il riconoscimento di un figlio).

 

 

La capacità di testare

 

Come la legge prevede una capacità a succedere (e relative incompatibilità), altresì prevede una capacità di disporre per testamento. Possono disporre per testamento tutti coloro che non sono dichiarati incapaci dalla legge.

Sono incapaci di testare:

  • coloro che non hanno compiuto la maggiore età;
  • gli interdetti per infermità di mente;
  • quelli che per qualsiasi causa, anche transitoria, non avevano capacità di intendere o di volere al momento in cui fecero testamento.

 

 

La capacità di ricevere per testamento

 

Sono capaci di ricevere per testamento tutti coloro che sono capaci di succedere.

Tuttavia il legislatore ha previsto alcuni casi d’incapacità in ragione della particolare posizione nella quale alcune persone possono trovarsi nei confronti del testatore.

Queste persone sono:

  • il tutore ed il protutore: sono nulle le disposizioni testamentarie della persona sottoposta a tutela in favore del tutore/protutore, se fatte dopo la nomina di questo e prima che sia approvato il conto o sia estinta l’azione per il rendimento del conto medesimo;  sono però valide le disposizioni fatte in favore del tutore o del protutore che è ascendente, discendente, fratello, sorella o coniuge del testatore;
  • il notaio o, comunque, l’ufficiale che ha ricevuto il testamento, come pure il testimone o l’interprete intervento nello stesso;
  • colui che ha scritto il “testamento segreto” (di cui parleremo a breve), salvo che le disposizioni siano approvate di mano dello stesso testatore o nell’atto della consegna;
  • il notaio a cui il “testamento segreto” è stato consegnato in plico non sigillato
  • gli “interposti” ai soggetti sopra menzionati; sono reputate persone interposte il padre, la madre, i discendenti e il coniuge della persona incapace, anche se chiamati congiuntamente con l’incapace stesso.

 

 

La forma del testamento

 

Per quanto riguarda la forma bisogna innanzitutto distinguere il testamento ordinario dai testamenti speciali.

Il legislatore ha previsto tre forme di testamento ordinario:

  • il testamento olografo
  • il testamento pubblico
  • il testamento segreto

 

Il testamento olografo è quello scritto, per intero, di pugno dal testatore e da questi datato e sottoscritto. Una volta redatto, può essere conservato dallo stesso testatore o affidato a persona di fiducia; chiunque ne sia in possesso, al momento della conoscenza della sua morte, deve consegnarlo ad un notaio per la pubblicazione.

 

Il testamento pubblico è quello ricevuto da un notaio in presenza di due testimoni. Il notaio riceve dunque la volontà del testatore e la traduce in iscritto (il che è di particolare ausilio e garanzia per il testatore analfabeta), ne dà poi lettura ed il testamento viene datato e sottoscritto dal testatore, dai testimoni e dal notaio stesso il quale avrà cura di conservarlo e di avvisare gli eredi allorquando avrà avuto conoscenza della morte del testatore. Diversamente dal testamento olografo non c’è bisogno della pubblicazione perché è già pubblico ab origine.

 

Il testamento segreto è quello redatto dal testatore o da un terzo o dattilografato, sottoscritto dal testatore stesso (laddove però il testamento è scritto da altri o dattilografato, questo deve essere sottoscritto dal testatore in ogni mezzo foglio) e da lui consegnato chiuso e sigillato (cosiddetta scheda testamentaria) ad un notaio, alla presenza di due testimoni, dichiarando che nel documento sono contenute le sue ultime volontà. Dopodiché il notaio redige l’atto di ricevimento che viene sottoscritto da lui, dal testatore e dai testimoni e conserva il tutto fino a quando non avrà avuto conoscenza della morte del testatore. Solo allora provvederà ad aprirlo e pubblicarlo, dandone notizia agli eredi e legatari. Non può fare testamento segreto chi non sa o non può leggere.

 

Accanto al testamento ordinario il legislatore ha previsto alcuni testamenti speciali in quanto possono essere fatti solo in determinate circostanze (ad es. in caso di pestilenza, calamità pubblica, infortunio, a bordo di nave o aeromobile, o da militari in zona do operazioni o prigionia). Tutti questi testamenti però perdono di efficacia tre mesi dopo che il testatore abbia riacquistato la possibilità di testare nelle forme ordinarie.

 

 

Il diritto di accrescimento

 

Quando con uno stesso testamento sono chiamati a succedere più eredi, senza determinazione di parti oppure in parti uguali, ed uno di essi non può o non vuole succedere, la sua parte va ad accrescere le quote degli altri. Lo stesso dicasi nel caso di più legatari ai quali sia stato legato uno stesso oggetto.
L’istituto dell’accrescimento, tuttavia, non prevale su quello della rappresentazione (sempreché ne sussistano le condizioni) che, a sua volta, soccombe di fronte all’istituto della sostituzione.

Se non ha luogo l’accrescimento, la porzione dell’erede mancante si devolve agli eredi legittimi e la porzione del legatario mancante va a profitto dell’onerato (cioè di colui che ha l’obbligo di eseguire il legato a favore del legatario).

 

 

La sostituzione ordinaria

 

È la facoltà che spetta al testatore di sostituire una o più persone all’erede o al legatario, principalmente istituito, qualora questi non possa o non voglia succedere. Possono sostituirsi più persone a una sola e una sola a più (sostituzione plurima). La sostituzione può anche essere reciproca tra i coeredi istituiti.

Il diritto del secondo chiamato all’eredità o al legato prevale, come già detto, sul diritto di accrescimento degli altri eredi e legatari nonché sul diritto di rappresentazione dei discenti di chi non ha potuto o voluto succedere.

 

 

L’invalidità del testamento

 

Tra le principali cause di nullità del testamento o di singole disposizioni in esso contenute citiamo:

  • la mancanza della volontà unilaterale (ad es. nel caso di testamento congiunto);
  • illiceità della causa;
  • contrarietà a disposizioni imperative di legge (ad es., disposizioni a favore del notaio);
  • indeterminatezza della persona istituita;
  • alcuni difetti di forma più importanti (ad es., testamento olografo non autografo).

 

Tra le principali cause di annullabilità, invece, citiamo:

  • i vizi della volontà;
  • incapacità di testare o di ricevere;
  • alcuni difetti di forma meno importanti (ad es., mancanza della sottoscrizione dei testimoni).

 

 

La revocazione del testamento

 

Il testatore può revocare il testamento, o singole disposizioni testamentarie, fino all’ultimo momento della sua vita. La revocazione può essere:

 

  • espressa, allorquando con un nuovo testamento o con un atto ricevuto da un notaio in presenza di due testimoni in cui il testatore dichiara di revocare, in tutto o in parte, le precedenti disposizioni;
  • tacita, allorquando il testatore distrugge, lacera o cancella il testamento olografo oppure quando redige un nuovo testamento le cui disposizioni sono incompatibili con quello precedente.

 

Limitatamente al legato, costituisce revoca tacita anche l’alienazione da parte del testatore della cosa legata.

Alla facoltà di revocare o mutare le disposizioni testamentarie non si può rinunziare in alcun modo: ogni clausola o condizione contraria non ha effetto.

La revocazione totale o parziale di un testamento può essere a sua volta revocata (ma non tacitamente). In tal caso rivivono le disposizioni revocate.

Citiamo inoltre la cosiddetta revocazione legale: il testamento è revocato di diritto (senza cioè bisogno di una specifica dichiarazione di volontà del testatore) quando al testatore privo di figli sopravvenga, dopo la redazione del testamento stesso, un figlio o un discente, ovvero il testatore ne venga successivamente a conoscenza dell’esistenza oppure, infine, a seguito del riconoscimento di un figlio nato fuori dal matrimonio.

 

 

La delazione necessaria

È disciplinata da quell’insieme di norme che mirano a tutelare gli “interessi” dei congiunti più stretti del de cuius assicurando agli stessi almeno una parte del patrimonio di quest’ultimo (anche contro la sua volontà).

La delazione necessaria, pur avvenendo per legge, non va confusa con la delazione legittima:

 

  • quest’ultima, infatti, designa unicamente le persone chiamate a succedere, esclusivamente in assenza di testamento;
  • la prima, invece, stabilisce quali sono le persone alle quali necessariamente deve andare almeno una determinata quota parte del patrimonio e si applica, dunque, sia in presenza che in assenza di testamento.

 

La ratio della delazione necessaria risiede nel fatto che i vincoli di sangue e di matrimonio impongono dei doveri, anche economici, nei confronti dei familiari, ai quali non ci si può sottrarre. È per questo che la legge esige che una parte del patrimonio del de cuius (cosiddetta porzione indisponibile) venga sottratta alla libera disponibilità del de cuius e riservata a favore di taluni congiunti più stretti (detti legittimari): solo in assenza di quest’ultimi il de cuius potrà disporre liberamente di tutto il suo patrimonio.

I legittimari sono:

  • il coniuge superstite;
  • i figli legittimi, legittimati e adottivi (o loro discendenti per rappresentazione);
  • i figli naturali riconosciuti o dichiarati (o loro discendenti per rappresentazione);
  • gli ascendenti legittimi.

A ciascuno di essi il legislatore ha riservato una porzione del patrimonio del de cuius, cosiddetta quota di legittima o, più semplicemente, legittima.

 

È bene precisare subito che tale quota non si calcola sull’asse ereditario (cioè dei beni relitti al de cuius), ma sulla cosiddetta massa ereditaria (costituita dall’id quod relictum + l’id quod donatum).

In termini pratici il calcolo prevede i seguenti step:

  1. formazione della massa dei beni relitti;
  2. detrazione dei debiti;
  3. riunione fittizia delle donazioni fatte in vita;
  4. l’imputazione delle liberalità.

 

Vediamo ora quali sono le quote di legittima riservate dalla legge, iniziando dai casi in cui i seguenti legittimari succedono da soli (cioè non in concorso con altri legittimari):

coniuge superstite: la metà del patrimonio del de cuius nonché il diritto di abitazione sulla casa coniugale (adibita cioè a residenza familiare) e di uso dei mobili che la corredano, se di proprietà del de cuius o comune. Inoltre, si tenga presente che:

  • il coniuge, cui non è stata addebitata la separazione con sentenza passata in giudicato, ha gli stessi diritti successori del coniuge non separato;
  • in caso di separazione con addebito, invece, ha diritto soltanto ad un assegno vitalizio se al momento dell’apertura della successione godeva degli alimenti a carico del coniuge deceduto;
  • idem se la separazione è stata addebitata ad entrambi;

figli legittimi, adottivi e naturali (o dei loro discendenti per rappresentazione):

  • 1/2 del patrimonio, se il de cuius lascia un solo figlio;
  • 2/3 del patrimonio, se due o più figli (da dividersi poi in parti uguali);

 

Ascendenti legittimi: 1/3 del patrimonio, e cioè:

  • il padre e la madre del de cuius (ulteriormente diviso in parti uguali tra loro);
  • oppure, il genitore che sopravvive (tutto il terzo, con esclusione degli altri ascendenti);
  • oppure, in mancanza di ambedue i genitori, gli altri ascendenti tenendo presente che il grado più prossimo esclude il più remoto, senza distinzione di linea (ad es. il nonno paterno esclude la bisnonna materna);

 

Vediamo ora quali sono le quote di legittima riservate dalla legge ai legittimari che succedono in concorso con altri legittimari:

– concorso di coniuge e figli:

  • se con un solo figlio: 1/3 del patrimonio ciascuno;
  • se con due o più figli: 1/4 al coniuge ed 1/2 ai figli (da dividere ulteriormente in parti uguali tra loro);

– concorso di coniuge ed ascendenti:

  • al coniuge: 1/2 del patrimonio ed 1/4 agli ascendenti (anche qui, ove gli ascendenti non siano dello stesso grado, il più prossimo esclude il meno prossimo, senza distinzione di linea);

Qualora le disposizioni testamentarie dovessero ledere la quota legittima di un legittimario, questi può ricorrere all’azione di riduzione per il reintegro della sua quota riducendo, proporzionalmente, le quote degli altri eredi e legatari. Se ciò non dovesse bastare (ad es. per le rilevanti donazioni fatte dal de cuius in vita – eccedenti cioè la cosiddetta disponibile) si dovranno allora ridurre anche le predette donazioni, cominciando dalla più recente e risalendo via via alle più remote.

 

 

3. Acquisto dell’eredità

L’acquisto dell’eredità avviene solo con l’accettazione della stessa da parte del/dei chiamato/i a succedere. Nel nostro ordinamento, infatti, non vi è obbligo, per il chiamato all’eredità, di accettare, all’infuori dello Stato (allorché manchino altre persone successibili).

Il chiamato a succedere, fino a quando non abbia accettato, non è ancora erede; tuttavia egli può già esercitare alcuni poteri quali: atti conservativi di vigilanza e amministrazione temporanea, azioni possessorie (dunque azioni legali, ove necessario) a tutela dei beni ereditari, vendita dei beni deperibili o la cui conservazione comporta grave dispendio (previo autorizzazione dell’autorità giudiziaria).

L’accettazione dell’eredità può essere:

pura e semplice, cioè senza limitazioni o riserve e produce la confusione del patrimonio del de cuius con quello dell’erede; a sua volta questa può essere:

 

  • espressa, quando il chiamato all’eredità, in un atto pubblico o in una scrittura privata, dichiara di accettarla o assume il titolo di erede;
  • tacita, quando il chiamato all’eredità compie un atto che presuppone necessariamente la sua volontà di accettare e che non avrebbe il diritto di fare se non nella qualità di erede;

 

con beneficio di inventario, limitando cioè la responsabilità dell’erede per i debiti ereditari e mantenendo distinto il patrimonio del de cuius da quello dell’erede. È sempre espressa e si fa mediante dichiarazione, ricevuta da un Notaio o dal Cancelliere del Tribunale del circondario in cui si è aperta la successione e inserita nel registro delle successioni conservato nello stesso Tribunale; essa è obbligatoria per le eredità devolute a minori, agli interdetti e alle persone giuridiche (ad esclusione delle società).

È nulla, inoltre, l’accettazione “sotto condizione o a termine”, nonché l’accettazione parziale dell’eredità (hereditas pro parte adiri nequit, l’eredità non può essere accettata in parte).

Se il chiamato all’eredità muore senza averla accettata, il diritto di accettarla si trasmette agli eredi (delationis transmissio, trasmissione ai propri eredi del diritto di accettare un’eredità, detta anche transmissio iustinianea). Se questi non sono d’accordo tra di loro (per accettare o rinunziare), colui che accetta l’eredità acquista tutti i diritti e soggiace a tutti i pesi ereditari, mentre vi rimane estraneo chi ha rinunziato. Mentre è consentito rinunciare all’eredità del primo defunto e accettare l’eredità del trasmittente, non è ammesso il contrario: per accettare l’eredità del primo defunto è infatti indispensabile aver accettato l’eredità del trasmittente poiché il diritto di accettare la prima consegue dall’accettazione della seconda.

Un caso particolare di accettazione dell’eredità si ha allorquando la rinunzia ai diritti di successione sia fatta verso corrispettivo o a favore di alcuni soltanto dei chiamati.

Secondo la dottrina il legislatore qui esplicita uno dei casi di accettazione tacita: la rinunzia verso corrispettivo realizzerebbe un atto dispositivo dell’eredità che si concretizza in una vera e propria alienazione dei diritti dell’eredità.
Secondo la giurisprudenza, invece, qui si tratterebbe di accettazione presunta che, a differenza di quella tacita, prescinde dalla dimostrazione della volontà di accettare in capo al chiamato all’eredità.

 

 

Gli effetti dell’accettazione dell’eredità

Il principale effetto dell’accettazione è l’acquisto dell’eredità ed i suoi effetti retroagiscono al momento dell’apertura della successione (retroattività).

Sono invece diversi gli effetti a seconda che l’accettazione sia stata pura e semplice oppure con beneficio di inventario.

Nel primo caso, come già visto, questa produce la confusione del patrimonio del defunto con quello dell’erede; ne consegue che:

 

  • i debiti del defunto divengono debiti dell’erede (rispondendone quindi con tutti i suoi beni presenti e futuri);
  • i debiti dell’erede potranno essere soddisfatti anche con i beni ereditati;
  • le obbligazioni che il defunto aveva verso l’erede, o viceversa, si estinguono per confusione.

 

Nel secondo caso, invece, questa mantiene il patrimonio del defunto distinto da quello dell’erede; ne consegue che:

 

  • l’erede risponde dei beni del defunto solo entro i limiti del valore dei beni ereditati;
  • i creditori del defunto ed i legatari hanno diritto di soddisfarsi sui beni ereditati a preferenza dei creditori dell’erede;
  • le obbligazioni reciproche tra erede e de cuius restano in essere e non si estinguono per confusione.

 

La petizione di eredità

Con l’azione di petizione l’erede può chiedere al giudice il riconoscimento della sua qualità contro chiunque possiede, a qualsiasi titolo, i beni ereditari o parte di essi allo scopo di ottenere la restituzione dei beni medesimi.

 

 

L’eredità giacente

Nel periodo di tempo che intercorre tra la delazione e l’acquisto dell’eredità quest’ultima viene a trovarsi in un periodo di incertezza.

Abbiamo già visto quali poteri può esercitare il chiamato a succedere ma laddove questi non fosse nel possesso dei beni ereditari, oppure fosse ignoto, allora il Tribunale del circondario in cui si è aperta la successione, su istanza delle persone interessate oppure d’ufficio, nomina un curatore dell’eredità (hereditas iacens, eredità giacente).

Questi deve procedere all’inventario dei beni ricadenti nell’eredità, ad esercitarne e promuoverne le ragioni, ad amministrarla e a rendere conto della propria amministrazione. Previa autorizzazione, può provvedere al pagamento dei debiti ereditari e dei legati.

Il curatore cessa dalle sue funzioni (alternativamente):

 

  • con l’accettazione dell’eredità da parte di almeno uno dei chiamati all’eredità;
  • con l’esaurimento dell’attivo, a seguito del pagamento dei debiti ereditari;
  • con la devoluzione dell’eredità allo Stato.

 

 

La rinunzia all’eredità

Il diritto di accettare l’eredità si prescrive in dieci anni: il termine decorre dal giorno dell’apertura della successione; invece, qualora l’istituzione di erede sia condizionata, il termine di prescrizione inizia a decorrere solamente dal momento in cui la condizione si verifica.

Entro tale termine il chiamato all’eredità può sempre accettare o rinunziare.

La rinunzia deve essere sempre espressa ed è fatta mediante una dichiarazione, ricevuta da un Notaio o dal Cancelliere del Tribunale del circondario in cui si è aperta la successione.

La rinuncia è dunque un negozio giuridico formale, compiuto cioè con la forma prevista dalla legge a pena di nullità: in tal ultimo caso il rinunciante mantiene la qualità di chiamato all’eredità.

È altresì nulla la rinuncia fatta prima dell’apertura della successione, in quanto in contrasto con il divieto di patti successori.

E’ nulla, altresì, la rinunzia fatto sotto condizione (sia sospensiva che risolutiva) o a termine (sia iniziale che finale) o solo per parte (quando cioè l’erede rinuncia solo ad alcuni beni ma non ad altri, ad una parte dell’intera eredità spettante o ad una quota inferiore rispetto a quella a lui devoluta).

Chi rinunzia all’eredità è considerato come se non vi fosse mai stato chiamato: la rinunzia ha dunque effetto retroattivo (il principio è analogo a quello che vale in tema di accettazione). Restano tuttavia validi gli atti di conservazione, di vigilanza, di amministrazione temporanea compiuti dal chiamato prima della rinuncia.

Il rinunziante può tuttavia ritenere la donazione o domandare il legato a lui fatto sino alla concorrenza della porzione disponibile.

Fino a quando il diritto di accettare l’eredità non è prescritto, chi vi ha rinunziato può sempre accettarla se non è stata già acquistata da altri e senza pregiudizio delle ragioni acquistate da terzi sopra i relativi beni.

 

 

Gli effetti della rinunzia per gli altri coeredi

Vediamo infine a chi vanno i beni ereditati in caso di rinunzia.

Nelle successioni legittime, la parte di eredità del rinunziante viene devoluta, nell’ordine:

– per rappresentazione;
– in caso di concorso tra genitori o ascendenti e fratelli o sorelle, se entrambi i genitori rinunciano o non possono succedere, la loro quota di eredità si devolve agli ascendenti ulteriori;
– per accrescimento.

 

Nelle successioni testamentarie, la parte di eredità del rinunziante viene devoluta, nell’ordine:

– per sostituzione;
– per rappresentazione;
– per accrescimento;
– in base alle norme sulla successione legittima.

 

Termina qui la prima parte di questo articolo avente l’intento di fornire al lettore tutte quelle nozioni di base sulla disciplina codicistica della successione, necessarie per poter affrontare compiutamente gli (eventuali) adempimenti fiscali cui sono tenuti gli eredi (e che saranno oggetto della seconda parte).

AUTORE

Gianfranco Maritato

Gianfranco Maritato

Laureato in Economia, con tesi in Diritto Tributario, abilitato all’esercizio della professione di Dottore commercialista, è iscritto al Registro dei Revisori Legali. Lavora da oltre 20 anni nella Pubblica Amministrazione in qualità di Funzionario Contabile, approfondendo tematiche fiscali ed amministrative inerenti al proprio Ufficio. Appassionato di Borsa&Finanza fin dai tempi del settimanale cartaceo.

ARTICOLI CORRELATI

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *