Unicredit: chiuso il dossier Commerzbank, chi sono le prede in Italia

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Chiusa la partita tedesca, riapre quella italiana. Con la quota in Commerzbank salita al 49,65% del capitale lo scorso 3 luglio, Unicredit ha portato a termine la prima fase di quella che rappresenta la maggiore acquisizione transfrontaliera realizzata in Europa negli ultimi vent’anni. Proprio mentre il dossier tedesco si avvia a conclusione, per Andrea Orcel si avvicina il momento di tornare a occuparsi del mercato domestico, terreno su cui il mandato ricevuto nel 2021 non ha ancora prodotto un’acquisizione, nonostante i tentativi su Monte dei Paschi di Siena e su Banco Bpm.

 

In questo articolo:

 

  • Dopo Commerzbank, l’obiettivo di Unicredit torna a essere l’Italia
  • Unicredit, la pista Banca Generali passa da Trieste
  • Il nodo Amundi e l’ipotesi di un ritorno su FinecoBank

 

Dopo Commerzbank, l’obiettivo di Unicredit torna a essere l’Italia

L’operazione su Commerzbank si è conclusa nella sua prima fase venerdì 3 luglio, con Unicredit salita al 49,65% del capitale della banca tedesca e un’esposizione complessiva a oltre il 58%. Il gruppo di Francoforte vale circa 40 miliardi di euro in Borsa e la sua acquisizione renderebbe Unicredit uno dei pochi gruppi bancari europei con presenza significativa in due delle tre maggiori economie del continente. Con una partecipazione media alle assemblee della banca tedesca intorno al 73%, la quota consentirebbe già oggi il controllo di quasi il 75% dei voti, condizione che garantirebbe piena libertà d’azione su eventuali operazioni societarie. Le celebrazioni per il successo dell’operazione sono attese dopo l’arrivo delle autorizzazioni, non prima della fine dell’anno.

Ora che il capitolo tedesco si è chiuso, l’attenzione potrebbe tornare sul suolo italico. Il mandato affidato a Orcel nel 2021 per la crescita sul mercato italiano resta intanto inevaso, nonostante i tentativi su Monte dei Paschi nello stesso anno e su Banco Bpm nel 2025. Secondo indiscrezioni riportate lunedì dall’Economia del Corriere della Sera, la decisione di Intesa Sanpaolo di muoversi sull’istituto senese avrebbe sorpreso i vertici di Piazza Gae Aulenti, che lo avevano già preso in considerazione come possibile target. La telefonata di Messina il 5 giugno scorso, definita di cortesia e trasparenza verso il maggiore concorrente italiano, ha preceduto di due giorni la comunicazione ufficiale al mercato dell’operazione su Mps. Fonti interne a Unicredit definiscono prematura ogni iniziativa immediata, vista la priorità assegnata al completamento dell’operazione Commerzbank, pur ricordando che lo scorso anno Orcel avviò contemporaneamente due offerte sul mercato italiano.

 

Unicredit, la pista Banca Generali passa da Trieste

Tra i nomi circolati con maggiore insistenza sul mercato figura Banca Generali, sfuggita un anno fa a un possibile avvicinamento a Mediobanca e oggi considerata un punto di sviluppo del gruppo assicurativo triestino. I vertici della banca riportano direttamente al direttore generale di Generali, Giulio Terzariol, che dopo aver promosso la collaborazione interna con Alleanza sta valorizzando il ruolo di Banca Generali come fabbrica prodotti per il gruppo. Generali controlla il 51% della banca, con il resto del capitale collocato sul mercato. Unicredit detiene già l’8,8% del capitale di Generali, quota che ai prezzi di Borsa vale circa 5,7 miliardi di euro, a fronte di una capitalizzazione dell’intera Banca Generali pari a circa 7,6 miliardi. Il valore della quota di controllo detenuta da Generali, comprensivo di un eventuale premio di maggioranza, risulterebbe inferiore a quello della partecipazione Unicredit nella compagnia assicurativa, un aspetto che alimenta le ipotesi di uno scambio azionario circolate sul mercato.

La redditività della partecipazione pesa nella valutazione: nel 2026 Unicredit ha incassato 218 milioni di euro di dividendi da Generali, mentre nel 2025 le partecipazioni in Commerzbank e Alpha Bank hanno generato complessivamente circa 900 milioni di euro di cedole. Un’uscita dal capitale di Generali nel momento in cui Intesa Sanpaolo si avvicina a Trieste rappresenterebbe una scelta di tempistica delicata.

Il Banco Bpm resta sullo sfondo come opzione più complessa tra quelle disponibili, condizionata dalla presenza di Crédit Agricole al 30% del capitale e dai vincoli imposti dal golden power esercitato dal Governo un anno fa, elementi che rendono difficile un’iniziativa in tempi brevi.

 

Il nodo Amundi e l’ipotesi di un ritorno su FinecoBank

Ci sarebbe poi una terza strada, quella che porta Unicredit a bussare a una porta già varcata in passato. Nel 2019 l’allora amministratore delegato Jean Pierre Mustier vendette il 35,1% del capitale di FinecoBank in cambio di 2,1 miliardi di euro, in un momento in cui Unicredit attraversava difficoltà e Fineco era già considerata un istituto di pregio. Ai valori attuali quella quota varrebbe oltre 4,8 miliardi di euro, considerando una capitalizzazione della banca poco inferiore ai 14 miliardi. Un’eventuale riacquisizione si inserirebbe in un percorso di ridimensionamento del rapporto con Amundi, controllata di Crédit Agricole, già in atto da tempo e oggetto di indiscrezioni circolate nei mesi scorsi su un’intenzione di Unicredit di ridiscutere l’accordo prima della scadenza naturale fissata al 2027. Le masse riconducibili alla società francese nel risparmio gestito di Unicredit sono scese a circa 75 miliardi di euro a fine primo trimestre, dimezzate rispetto ai livelli del 2024, con una traiettoria attesa in calo fino a circa 20 miliardi entro la scadenza contrattuale.

Secondo ricostruzioni di Bloomberg, l’obiettivo di Unicredit sarebbe azzerare le masse affidate ad Amundi entro la metà del 2027. La strategia punta sullo sviluppo interno tramite Onemarkets, la piattaforma di prodotti costruiti in-house, con l’obiettivo dichiarato di aumentare il controllo sulla catena del valore e la quota di commissioni trattenute dalla banca.

Sul fronte dell’offerta, Unicredit ha potenziato la gamma di certificate legati a indici Msci su temi come intelligenza artificiale e infrastrutture digitali, lanciando contestualmente sette Etf quotati tra Milano e Francoforte. L’acquisizione di Alkimis Sgr, boutique specializzata in strategie absolute return, si aggiunge al rafforzamento della piattaforma di asset management, mentre l’istituto guarda con interesse crescente agli asset alternativi per intercettare la domanda della clientela private e affluent. Il modello che ne emerge non prevede la sostituzione di Amundi con un nuovo partner esclusivo, optando invece per collaborazioni aperte con diversi asset manager. 

Immagine di Hillary Di Lernia

Hillary Di Lernia

Classe 1994 e laureata in scienze della comunicazione, si è specializzata in sociologia conseguendo successivamente un master in criminologia. Giornalista pubblicista, ha collaborato con diverse testate finanziarie tra cui Bluerating e Milano Finanza, occupandosi di risparmio gestito e approfondimenti sui mercati finanziari. Oggi svolge anche la professione di criminologa e giornalista d’inchiesta, con particolare attenzione alle dinamiche sociali, economiche e criminali.

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