L'allarme di Flavio Tranquillo: il nostro sistema basket non è più sostenibile

Flavio Tranquillo: il basket italiano erode ricchezza

flavio tranquillo

Si chiama “Time Out”, ed è il nuovo libro di Flavio Tranquillo, giornalista sportivo di Sky Sport, voce storica della pallacanestro italiana, americana e della Nazionale. Il libro ripercorre le tappe che hanno portato al crollo economico e sportivo della Montepaschi Siena, la squadra di basket che per un decennio ha dominato il panorama cestistico nazionale prima del clamoroso fallimento della società Mens Sana Basket Siena, che ha portato agli arresti di diversi manager del gruppo, tra cui il presidente, Ferdinando Minucci, e a un processo a cui ancora non è stata scritta la parola “fine”.

Ospite di Instant Focus a “Le Fonti Tv”, Valentina Buzzi ha intervistato Flavio Tranquillo a 360 gradi.

L’OMERTA’ NELLO SPORT ITALIANO
“Una parte piccolissima di questa omertà può essere legata anche a eventuali singole e rare rendite di posizione, ma la gran parte di questa omertà è legata a ragioni di carattere culturale. Culturalmente non c’è la preparazione a trattare lo sport in termini imprenditoriali, mentre credo che sia sempre più impellente impostare questa discussione e riportare lo sport nel novero delle attività che producono ricchezza. Perché in questo momento, bilanci alla mano, lo sport è un’attività che erode ricchezza e chi erode ricchezza toglie possibilità di sviluppo e uccide professionalità, provocando altri danni al tessuto connettivo della società”.

MECENATI SPORTIVI ALL’ASCOLTO: SIATE MECENATI DI QUALCOS’ALTRO!
“Ci sono cose più importanti, a livello sociale e culturale in Italia e nel mondo, su cui mettere i propri soldi in termini di erogazioni liberali. E allo stesso tempo invito gli imprenditori a entrare nel mondo dello sport e a cercare a tutti i costi, ovviamente nel rispetto delle regole, di guadagnare dei soldi. Il mecenate, in quanto tale, dovrebbe associarsi a un concetto di sport sociale che permetta di veicolare i grandissimi valori dello sport in quanto tale. Ma se io faccio giocare, non dico Lebron James, ma anche Terrell McIntyre o Shaun Stonerook li devo pagare tanto e devo guadagnarci. Solo un approccio imprenditoriale può salvare lo sport nel suo complesso”.

ARMANI-OLIMPIA, IL SENTIMENTO NON BASTA
“Quando è entrato nell’Olimpia Milano, Armani ha detto chiaramente che il suo non sarebbe stato un ingresso imprenditoriale, dicendo invece che si trattava di una questione di sentimento. Penso il sentimento sia iper-rispettabile, penso che quello che ha fatto, sta facendo e farà Giorgio Armani sia ancora più rispettabile, però faccio il tifo affinché lo stesso Armani e altri imprenditori come lui entrino nello sport con l’obiettivo di fare impresa”.

IN ITALIA, IL SISTEMA BASKET NON ESISTE
“Il sistema del basket italiano non esiste. Se prendiamo Armani e Segafredo, ovvero il gruppo di riferimento della Virtus Bologna, hanno una consistenza imprenditoriale completamente diversa rispetto a molti gruppi che controllano le squadre della serie A. Non esiste omogeneità e non esiste sistema da questo punto di vista. E non credo che esista un sistema anche nell’accezione più ampia e più nobile del termine, ovvero mettersi insieme per creare qualcosa che generi sviluppo e ricchezza. Esiste solo un tentativo di stare in piedi e poi, dopo una serie di avvisaglie ignorate, la caduta di diverse società. E’ questo il modello che va cambiato. Non si può andare disuniti da nessuna parte, come sta facendo in questo momento il basket italiano, inteso come microcosmo dello sport professionistico italiano. Sarebbe molto meglio procedere tutti assieme, non in senso Libro Cuore o similari, ma tutti insieme dal punto di vista imprenditoriale. E’ la difficoltà dello sport, dove ti ritrovi avversario sul campo, ma poi sei costretto dalla logica stessa dello sport a “fare sistema” e, in alcuni casi, a “fare cartello”, come succede dall’altra parte dell’Oceano nell’interesse di ogni singolo che coincide poi con l’interesse generale. Qui non esiste l’interesse generale e quindi non esiste il sistema”.

LA NBA COME IL M5S PRIMA MANIERA: UNO VALE UNO
“Quando si guarda alla Nba, uno degli errori più frequenti è concentrarsi sugli strumenti senza capire da dove vengano quegli strumenti: come il draft, il salary cap o il revenue sharing. Non nascono da uno spirito solidaristico e da un’idea democratica, anche se poi nei fatti risultano estremamente democratici, perché alla fine su 30 franchigie 1 vale 1, come il Movimento 5 Stelle prima maniera. Ma non è quella l’idea. L’idea è: “Noi siamo un sistema chiuso di imprenditori che vuole guadagnare, e quindi identifichiamo il concetto di competitive balance (equilibrio competitivo) come quello che ci può far guadagnare”. La Nba non genera una situazione in cui tutte e 30 le squadre sono di pari livello, questo sarebbe impossibile. Genera una situazione in cui tutti gli imprenditori bravi, all’interno di quel sistema, hanno la possibilità di competere al massimo livello. Ad esempio, il proprietario Nba sarebbe disposto a qualsiasi cifra pur di prendere un giocatore ma accetta delle limitazioni alla sua azione, perchè vengono limitati anche gli altri 29, e soprattutto perché, alla fine dell’anno, quando tirano un linea, nell’ultimo esercizio, alla voce ricavi c’è scritto 8 miliardi di dollari. Questo sistema noi potremmo copiarlo domattina. Perché le imprese sportive non lo facciano è ignoto, anzi forse è noto ma qui si apre un capitolo più complesso”.

IL FAIR PLAY FINANZIARIO? INUTILE
“Nel calcio, così come nell’Eurolega, è stato adottato per aumentare il competitive balance ma non credo che una squadra di Reykjavík possa competere con la Juventus o con il Real Madrid. Il punto non è comprimere la spesa dei proprietari, credo che il punto sia far diventare quello che entra in un club un investimento a tutti gli effetti, e non una spesa. Anche perché questo poi genera il tentativo, a volte riuscito, di camuffare quello che arriva dalla proprietà all’interno del bilancio del club”.

LA POPOLARITA’ DEL BASKET? MAI COSI’ ALTA COME OGGI
Ho chiuso “Time out” il 25 marzo, il 26 marzo è successo qualcosa a Trieste, il mese dopo è successo qualcosa a Torino e il mese dopo ancora è successo qualcosa ad Avellino. Per me, sarebbe molto facile mettere insieme tutte queste cose e dire: “Sì, il sistema è tutto marcio, inquinato, la gente non lo tollera più, c’è ribellione”. Falso. Perché non è tutto inquinato e tutto marcio. Il fatto che siano accaduti degli episodi a Siena, e poi a Trieste, a Torino, ad Avellino e in altri luoghi non autorizza a pensare che esista un sistema. Autorizza a pensare che queste siano circostanze non episodiche che vanno spiegate in un contesto più ampio. Per quanto riguarda la popolarità del basket, vado controcorrente. Non c’è mai stata una popolarità e una possibilità commerciale per chi fa pallacanestro nel mondo, Italia compresa, pari a quella che c’è oggi, grazie soprattutto alla Nba. Gli indicatori di popolarità della pallacanestro oggi sono massimi. Se vado a fare degli investimenti su questo, allora è un conto. Ma se voglio o devo solo sopravvivere, a fronte di gravi perdite, questo può generare o giustificare culturalmente, ed è devastante.

HO VISTO GENERAL MANAGER NBA CORRERE IN BAGNO A VOMITARE NEI TIME OUT
In letteratura vengono distinti il modello europeo e quello americano. Da una parte c’è la “win maximization”, ovverosia: io voglio vincere e non mi importa a che prezzo. Dall’altra ecco la “profit maximization”, ovvero a me interessa solo il profitto e non mi importa vincere. Così però è molto riduttivo, perché ho visto con i miei occhi General Manager della Nba andare a vomitare in bagno durante il time out, tornare e aspettare il time out successivo per ritornare in bagno e vomitare. Eppure, il profitto della squadre Nba non è un problema, anzi è garantito sia che tu hai il peggior record del campionato, e quindi trentesimo, sia che tu arrivi primo. Nello sport professionistico, se tutto fosse lontanamente normale, vincere significherebbe fare più profitto. Quindi, credo che la dicotomia tra massimizzatori di vittorie e massimizzatori di profitto sia falsa nelle premesse e falsa nei fatti. Comunque la vogliate chiamare, un’impresa esiste nella misura in cui fa profitto o perlomeno può farlo in prospettiva”.

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