Il mondo delle criptovalute è stato scosso dalla proposta del governo di elevare la tassazione sulle plusvalenze al 42%. Un livello punitivo insensato secondo molti esperti. Gli esperti di Vontobel analizzano il tema nell’Idea d’investimento di questa settimana (Clicca QUI per iscriverti), evidenziando alcune alternative tassate al 26%.
Nei giorni scorsi in Italia ha avuto grande risalto l’intenzione del governo di portare la tassazione del capital gain sulle criptovalute dall’attuale 26% al 42% a partire dal 2025. Secondo i dati dell’Osservatorio Blockchain and Web3 della School of Management del Politecnico di Milano si tratterebbe di un’imposizione che interesserebbe oltre 3,6 milioni di italiani per un ammontare complessivo in Bitcoin e altre criptovalute nell’ordine dei 2,2 miliardi di euro. Il passaggio dell’esecutivo si inserisce in un percorso già intrapreso con l’anno di imposta 2023, che ha portato gli italiani in fase di dichiarazioni dei redditi 2024, a indicare le partecipazioni e le plusvalenze ottenute nel mondo delle valute digitali.
La legge a ora prevede una soglia di 2.000 euro sotto la quale le plusvalenze non sono tassate. Sopra tale livello sono soggette al 26%. Il nuovo livello di tassazione porterebbe l’Italia al primo posto mondiale in termini di tassa sul capital gain delle criptovalute. Soprattutto, a differenza di altri Paesi, come la Germania, la Croazia o il Portogallo, non terrebbe in considerazione il periodo di mantenimento nel portafoglio delle valute digitali. In Portogallo, ad esempio, un bitcoin detenuto nel wallet per più di un anno avrebbe una tassazione sul capital gain dello 0%, contro il 28% se la condizione non fosse soddisfatta.
In un contesto che deve tuttavia ancora trovare conferma definitiva alle anticipazioni rilasciate nei giorni scorsi dal viceministro dell’Economia Maurizio Leo, per gli investitori retail devono valere alcune considerazioni di fondo. Detto che la conferma del 42% di tassazione spingerebbe i player e gli investitori più grandi verso altre aree fiscali più favorevoli, il mondo retail avrebbe modo di proteggersi indirizzando la propria operatività verso i prodotti finanziari più standard: gli ETF per gli investimenti di più ampio respiro, gli ETP, le opzioni, i future e i certificati per le operazioni di trading. Tutta questa tipologia di strumenti rimarrebbe infatti ancorata alla tassazione del 26% del capital gain.









