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Datore di lavoro non paga lo stipendio: cosa fare e come difendersi

Un lavoratore disperato perché il datore di lavoro non paga lo stipendio

Come devono comportarsi i lavoratori e le lavoratrici quando il datore di lavoro non paga lo stipendio? È una situazione scomoda nella quale in tanti e tante si imbattono ogni giorno. La maggior parte delle controversie sul posto di lavoro nasce proprio per il mancato pagamento della retribuzione, specie nei settori del commercio, del turismo e dei servizi. Eppure, le soluzioni ci sono. Il problema si risolve attraverso le vertenze sindacali e le procedure concorsuali, ma non solo.

 

Datore di lavoro non paga stipendio: cosa fare?

La retribuzione è un diritto fondamentale del lavoratore, sancito dall’articolo 36 della Costituzione e dall’articolo 2099 del Codice Civile. In molti casi il ritardo o il mancato pagamento della mensilità avviene quando l’impresa non ha liquidità e sta attraversando una fase economico-finanziaria difficile. La prima iniziativa da adottare è chiedere un incontro chiarificatore con il responsabile delle risorse umane, il coordinatore, il direttore operativo o direttamente con l’amministratore delegato.

Il confronto serve ad eliminare dubbi e incertezze e a sincerarsi se l’impresa abbia soltanto un problema momentaneo oppure sia davvero in una fase di crisi. In tal senso, i segnali negativi più preoccupanti solitamente sono i costi che superano i ricavi, il fatturato in calo, i debiti con le banche e i fornitori, azioni o procedimenti in corso e la mancanza di liquidità di riserva. Tutti indizi della chiusura o del fallimento.

Non bisogna aspettare che i mesi di mancato pagamento dello stipendio comincino ad accumularsi. Quando i debiti iniziano ad essere parecchi, l’azienda prende tempo e non salda la busta paga, è poi difficile riuscire a recuperare tutto l’importo dovuto. Il primo passo è coordinarsi con il rappresentante sindacale (se presente in azienda) ed inviare subito un sollecito al datore di lavoro, consegnato a mano, via PEC o con una raccomandata con ricevuta di ritorno.

Se dai vertici non arriva una delucidazione in merito a quanto sta succedendo, è meglio rivolgersi a un legale di fiducia, possibilmente un avvocato specializzato in diritto del lavoro. Grazie alla sua formazione e alle conoscenze e competenze specifiche maturate con l’esperienza, un legale garantisce un supporto immediato ed efficace per individuare la soluzione migliore al problema e rientrare dello stipendio o delle mensilità arretrate nel minor tempo possibile. Il termine entro cui il datore di lavoro è tenuto a pagare il debito prima di passare all’azione esecutiva è di solito tra i 15 e i 30 giorni.

 

Mancato stipendio: come difendersi

La tendenza generale delle imprese (ma pure dei lavoratori) è conciliare e chiudere subito il problema. Per ripristinare il diritto alla retribuzione, i dipendenti che non ricevono lo stipendio possono procedere per tre azioni: la richiesta stragiudiziale, il tentativo di conciliazione e l’ingiunzione di pagamento. La richiesta stragiudiziale è una lettera di contestazione e messa in mora, inviata tramite legale o sindacato, che contiene tutti gli estremi della rivendicazione.

La seconda via è quella amministrativa: l’esposto o il tentativo di conciliazione rivolgendosi all’INL, l’Ispettorato Nazionale del Lavoro, e sollecitando un’ispezione. L’agenzia fa da collegio di conciliazione ed arbitrato, ha tre DIL (Direzioni interregionali del lavoro) al Nord (Milano), Centro (Roma) e Sud (Napoli) e ispettorati territoriali in tutta Italia. Gli indirizzi e i contatti sono disponibili sul sito dell’INL. Il lavoratore può rivolgersi all’Ispettorato e richiedere di avviare una procedura di conciliazione.

In caso di esito negativo, si passa alla via giudiziaria depositando al Tribunale competente un ricorso per ingiunzione di pagamento, notificata all’azienda entro i 60 giorni successivi. Con tutte le prove a favore, il giudice del lavoro intima al datore di lavoro debitore di pagare al lavoratore gli stipendi dovuti entro 40 giorni. La prova è il cedolino consegnato ma non liquidato, ma anche altri documenti da cui si ricava l’esistenza di un credito.

Arrivati a questo punto, l’azienda può estinguere il debito, opporsi e fare ricorso avviando un procedimento ordinario oppure continuare a non pagare: in quest’ultimo caso, il lavoratore che ottiene il titolo esecutivo ha il diritto di procedere all’esecuzione forzata per recuperare il credito. Se neanche l’opzione del pignoramento risulta vincente perché il datore di lavoro è insolvente e inattivo, c’è la possibilità di chiedere l’intervento del Fondo di garanzia per il TFR e per la liquidazione dei crediti di lavoro dell’INPS.

A seconda delle situazioni, ovvero se l’impresa sia soggetta o meno alle procedure concorsuali come il fallimento, la liquidazione coatta amministrativa, il concordato preventivo, l’amministrazione straordinaria e controllata, il Fondo di garanzia interviene con modalità diverse pagando le ultime tre mensilità del rapporto di lavoro, inclusi i ratei della tredicesima e di altre eventuali mensilità aggiuntive previste dal contratto.

 

Stipendio non pagato: cosa rischia il datore di lavoro

Se il datore di lavoro non recapita nemmeno la busta paga, il lavoratore può chiedere al giudice un ordine di consegna, rivolgersi al servizio ispettivo dell’INL o intentare direttamente una causa ordinaria. Abitualmente vuole dire che l’azienda è in forte crisi e bisogna agire in fretta: se il lavoratore annusa che l’impresa in cui lavora sta viaggiando verso il fallimento, è meglio presentare subito le dimissioni, in qualsiasi momento.

Le dimissioni volontarie sono una pratica sempre più diffusa, a maggior ragione quando c’è un’assenza di prospettive in azienda e la situazione finanziaria è preoccupante. In questo articolo abbiamo analizzato da quando parte la data di decorrenza; in questa guida ci sono esempi e modelli da seguire per scrivere una lettera di dimissioni. Bisogna ricordare che in caso di mancato pagamento dello stipendio, il lavoratore si può dimettere senza preavviso: l’inadempienza, infatti, è del datore di lavoro e rappresenta una giusta causa di recesso. Le dimissioni per stipendio non pagato permettono di accedere alla NASPI con il versamento dell’indennità da parte dell’INPS.

Ma cosa succede all’azienda che persiste con il mancato o ritardato pagamento dello stipendio o che omette o inserisce dati inesatti nella busta paga? Esistono multe pesanti previste dalla normativa vigente, senza considerare gli omessi contributi INPS che se superano un limite specifico diventano un reato penale. Oltre all’obbligo di pagamento degli stipendi non saldati, le sanzioni amministrative vanno da un minimo di 150 euro a un massimo di 900 euro.

Se il pagamento mancato o ritardato si ripete, le sanzioni aumentano fino al triplo, a seconda dei mesi di ritardo e del personale colpito dal cattivo comportamento. Quando la violazione colpisce più di cinque lavoratori o si allunga ad un periodo superiore a sei mesi, la sanzione va da 600 euro a 3.600 euro. Con più di dieci lavoratori danneggiati e un lasso di tempo che oltrepassa i dodici mesi, la sanzione sale da 1.200 euro a 7.200 euro.

AUTORE

Alessandro Zoppo

Alessandro Zoppo

Ascolta musica e guarda cinema da quando aveva 6 anni. Orgogliosamente sannita ma romano d'adozione, Alessandro scrive per siti web e riviste occupandosi di cultura, economia, finanza, politica e sport. Impegnato anche in festival e rassegne di cinema, Alessandro è tra gli autori di Borsa&Finanza da aprile 2022 dove si occupa prevalentemente di temi legati alla finanza personale, al Fintech e alla tecnologia.

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