Il tempo, per le auto aziendali, non è mai stato così caro quanto ora. Fino a ieri contava solo il chilometraggio, la manutenzione, l’usura percepita da chi la guidava ogni giorno; con il decreto Omnibus, quarto correttivo dei decreti attuativi della delega fiscale, a pesare sul bilancio aziendale diventa anche la data sul libretto. Superato il quinto anno dalla prima immatricolazione, la base imponibile del fringe benefit sale del 50%, senza distinzione tra benzina, diesel o elettrico.
Il provvedimento, approvato dal Consiglio dei ministri il 10 giugno e già passato al vaglio della Ragioneria generale dello Stato, entra ora nella fase parlamentare, e la sua portata va oltre le quattro ruote: interviene sul sistema dei fringe benefit nel suo complesso, ridefinisce il trattamento dei crediti d’imposta per i lavoratori autonomi e tocca persino il calcolo delle imposte di successione.
In questo articolo:
- Più tasse per le auto aziendali oltre i cinque anni
- Cosa sono i fringe benefit
- I fringe benefit sono tassati? Le soglie in vigore
- Non tutte le auto aziendali pagano allo stesso modo
- Auto aziendali, meno oneri per chi le riassegna
- Non solo auto: le altre mosse del decreto Omnibus
Più tasse per le auto aziendali oltre i cinque anni
Il cuore della misura riguarda proprio l’età del parco auto aziendale. Superata la soglia dei cinque anni dalla prima immatricolazione, la base imponibile ai fini del calcolo del fringe benefit viene maggiorata del 50%. Il decreto non distingue tra motori a benzina, diesel, ibridi o elettrici, e colpisce quindi anche i veicoli a zero emissioni se anziani abbastanza.
L’obiettivo dichiarato del legislatore è accelerare il rinnovo delle flotte aziendali, spingendo le imprese a sostituire i mezzi più datati con veicoli di nuova immatricolazione.
Cosa sono i fringe benefit
Un dipendente che riceve il rimborso della bolletta del gas o l’uso di un’auto aziendale sta ricevendo, a tutti gli effetti, una parte della propria retribuzione. I fringe benefit sono infatti beni e servizi che l’azienda mette a disposizione dei lavoratori in aggiunta o in alternativa alla busta paga: auto aziendale, buoni pasto, polizze assicurative, strumenti tecnologici, rimborsi di utenze domestiche, dell’affitto o del mutuo sulla prima casa.
Essendo erogati come corrispettivo della prestazione lavorativa, hanno natura retributiva e non liberale: il loro valore può incidere sul calcolo di istituti retributivi indiretti o differiti e, in presenza del principio di irriducibilità della retribuzione, il datore di lavoro non può eliminarli unilateralmente. Le imprese vi ricorrono perché, entro certi limiti, riducono il carico contributivo e fiscale rispetto a un compenso monetario equivalente, oltre a svolgere una funzione di fidelizzazione del personale.
I fringe benefit sono tassati? Le soglie in vigore
La risposta dipende dal superamento o meno di una soglia di esenzione. Per i periodi d’imposta 2025, 2026 e 2027 i beni e servizi concessi ai dipendenti non concorrono a formare reddito fino a un massimo di 1.000 euro annui, soglia che sale a 2.000 euro per i lavoratori con figli fiscalmente a carico, come stabilito dalla legge 207/2024. Entro questi limiti rientrano anche i rimborsi per utenze domestiche, l’affitto dell’abitazione principale e gli interessi sul mutuo della prima casa; per accedere alla soglia più alta il dipendente deve comunicare al datore di lavoro i dati richiesti, incluso il codice fiscale dei figli a carico, e il datore deve a sua volta informare le eventuali rappresentanze sindacali aziendali.
Basta un euro di troppo per cambiare completamente le carte in tavola: se il valore complessivo dei benefit resta entro la soglia, l’importo non concorre alla formazione del reddito né genera oneri contributivi; se la soglia viene superata, anche di poco, l’intero importo diventa imponibile, e non solo la parte eccedente. Per questo motivo molte aziende adottano piattaforme di monitoraggio dedicate, per evitare che un piccolo sconfinamento si trasformi in un costo fiscale imprevisto.
Non tutte le auto aziendali pagano allo stesso modo
Per l’auto assegnata in uso promiscuo (l’auto aziendale che il dipendente utilizza sia per finalità di lavoro sia per finalità private) la normativa in vigore dal 2025 ha cambiato il criterio di calcolo del fringe benefit, ancorandolo alle emissioni del veicolo anziché al solo costo chilometrico. Le percentuali applicate al valore convenzionale ACI variano in base all’alimentazione: 10% per le auto elettriche, 20% per le ibride plug-in, 50% per i veicoli a benzina o diesel.
A parità di modello e di utilizzo, la base imponibile può quindi variare sensibilmente a seconda della motorizzazione scelta, rendendo la composizione della flotta una variabile che incide direttamente sul costo del lavoro e sul carico fiscale a carico del dipendente. È su questo impianto che si innesta la maggiorazione del 50% prevista dal decreto Omnibus per i veicoli oltre il quinto anno di immatricolazione, che si somma al criterio basato sulle emissioni.
Auto aziendali, meno oneri per chi le riassegna
Il decreto interviene anche per sciogliere alcuni nodi interpretativi emersi dopo l’entrata in vigore della legge di bilancio 2025. Per le vetture ordinate nel 2024 e assegnate ai dipendenti dopo il primo luglio 2025, viene confermata la possibilità di procedere alla riassegnazione senza applicare il più oneroso criterio del “valore normale”. Per semplificare il calcolo del fringe benefit sugli optional non presenti nelle tabelle ACI e non acquistati direttamente dal lavoratore, è previsto un incremento forfettario del 5%.
Il provvedimento modifica, inoltre, la disciplina dei familiari a carico ai fini dei piani di welfare aziendale, eliminando il requisito della convivenza o della percezione di assegni alimentari: la modifica si applicherà a partire dal periodo d’imposta in corso al 20 dicembre 2025.
Non solo auto: le altre mosse del decreto Omnibus
Oltre al capitolo auto, il decreto Omnibus introduce un’imposta sostitutiva del 26% sui crediti d’imposta acquistati dai lavoratori autonomi, applicabile anche retroattivamente ai crediti acquistati nel periodo d’imposta 2024 tramite dichiarazione integrativa.
Sul fronte delle imposte di successione e donazione, gli interessi sulla maggiore imposta dovuta decorreranno solo dopo 90 giorni dalla scadenza del termine di presentazione della dichiarazione, mentre viene esteso il pagamento anticipato alle imposte ipotecaria e catastale.
Si allunga anche il termine per la registrazione delle fatture ai fini della detrazione Iva, prorogabile fino alla dichiarazione relativa al secondo anno successivo a quello di ricezione del documento.









