Il private credit continua a espandersi e ad attirare l’interesse di una platea sempre più ampia di investitori. Quella che fino a pochi anni fa era un’asset class riservata quasi esclusivamente agli investitori istituzionali sta aprendo progressivamente le proprie porte anche agli investitori retail più facoltosi. Ma questa evoluzione, propagandata con il termine “democratizzazione” non è priva di rischi. È quanto emerge dal report Private Credit: Market Structure, Fund Design, and Retail Access, elaborato da Cfa Institute Research & Policy Center di Cfa Society Italy.
Secondo lo studio, il comparto del private credit ha raggiunto una dimensione globale di circa 2.600 miliardi di dollari, confermandosi come uno dei segmenti a maggiore crescita della finanza alternativa. Alla base dello sviluppo vi è il crescente ricorso al finanziamento non bancario, mentre l’industria sta costruendo nuovi strumenti per intercettare la domanda proveniente dagli investitori private e dalla fascia mass affluent.
In questo articolo:
- Democratizzazione del private credit: nuovi strumenti ma complessità in aumento
- Democratizzazione asimmetrica
- Come tutelare la “democrazia” nel private credit
Democratizzazione del private credit: nuovi strumenti ma complessità in aumento
La crescita del private credit è sostenuta soprattutto dalla nascita di nuovi veicoli di investimento che facilitano l’operatività e che sono destinati a una clientela più ampia. Tra questi strumenti figurano fondi semi-liquidi, business development company non quotate, veicoli tokenizzati e piattaforme digitali di distribuzione. Secondo il report di Cfa Institute, questa evoluzione modifica profondamente le caratteristiche dell’asset class. Strategie nate per investitori professionali vengono infatti adattate a un pubblico differente, introducendo nuove criticità legate alla gestione della liquidità, alla valutazione degli attivi, alla governance e alla tutela degli investitori.
Dal punto di vista finanziario, il private credit continua a offrire elementi di forte interesse. Lo studio ricorda come questa asset class possa garantire rendimenti a tasso variabile, maggiore diversificazione del portafoglio e una certa capacità di resistere durante le fasi di ribasso dei mercati. Tali vantaggi, però, derivano proprio dalle peculiarità strutturali del settore: strumenti poco liquidi, contratti altamente personalizzati e operazioni caratterizzate da una significativa complessità.
Sono gli stessi elementi che, secondo gli autori della ricerca, rendono più difficile monitorare il rischio effettivo dei portafogli, attribuire valutazioni corrette agli attivi e mantenere un adeguato allineamento degli interessi tra gestori e investitori. Problematiche che tendono ad accentuarsi proprio quando il private credit si apre progressivamente al segmento semi-retail.
Democratizzazione asimmetrica
La democrazia funziona bene quando c’è un’informazione libera, di qualità e accessibile a chiunque. Uno degli aspetti più delicati evidenziati dalla ricerca di Cfa Institute riguarda proprio questo tema: l’esistenza di un’asimmetria informativa tra investitori istituzionali e investitori retail. Insomma, se c’è democratizzazione, forse è ancora zoppa. Non potrebbe essere altrimenti vista la complessità degli argomenti.
Gli operatori istituzionali, spiega il testo dello studio “possono normalmente beneficiare di negoziazioni dirette, maggiore trasparenza sulle operazioni e tutele contrattuali personalizzate. Gli investitori retail, invece, accedono quasi sempre attraverso intermediari finanziari o piattaforme distributive e devono fare affidamento su informazioni più standardizzate”. Questo comporta una minore capacità di valutare il rischio effettivo degli investimenti e può tradursi in maggiori difficoltà nei momenti di tensione dei mercati, soprattutto quando si presentano richieste di rimborso o quando occorre determinare il valore reale degli attivi in portafoglio.
Inoltre, sebbene gran parte degli investitori retail oggi presenti nel private credit sia costituita da soggetti sofisticati — come clienti del private banking, investitori accreditati o consulenti finanziari — essi restano comunque in una posizione strutturalmente meno favorevole rispetto agli investitori istituzionali.
L’apertura del mercato non deve quindi essere interpretata come una piena democratizzazione. Piuttosto rappresenta un’espansione selettiva che interessa prevalentemente la fascia più elevata della clientela retail, ancora soggetta a requisiti patrimoniali, reddituali e di adeguatezza dei prodotti.
Come tutelare la “democrazia” nel private credit
L’analisi del Cfa Institute invita a guardare oltre l’entusiasmo che accompagna la crescita del private credit. L’incremento della partecipazione retail potrebbe generare vulnerabilità sistemiche qualora quote sempre maggiori di capitale confluissero in fondi semi-liquidi o in strutture soggette a regole meno stringenti. In tali circostanze potrebbero emergere squilibri tra liquidità disponibile e richieste di rimborso, maggiore opacità nelle valutazioni degli attivi e potenziali effetti di contagio verso altri segmenti dei mercati finanziari durante le fasi di maggiore volatilità.
Per questo motivo la ricerca propone un approccio prudente. “La democratizzazione del private credit – osservano gli autori – può rappresentare un’opportunità soltanto se accompagnata da solidi meccanismi di governance, da una piena comprensione dei rischi da parte degli investitori e da adeguate salvaguardie nella progettazione dei prodotti. Il semplice trasferimento di strategie nate per investitori istituzionali all’interno di veicoli destinati al mercato semi-retail, senza modificare i processi di gestione della liquidità, le metodologie di valutazione e i sistemi di controllo, rischierebbe di compromettere sia i rendimenti di lungo periodo degli investitori sia la stabilità complessiva del sistema finanziario.









