La finanza comportamentale si è sempre fondata sul principio che se c’è inefficienza sui mercati e che non ci sia modo di poterla eliminare attraverso operazioni di arbitraggio. Il concetto prende spunto dalla teoria dei castelli in aria che si contrappone a quella delle solide fondamenta. La prima si basa sul fatto che i prezzi degli asset sul mercato sono determinati dai comportamenti degli individui, che molto spesso sono irrazionali, e non da valutazioni fredde e lucide. Tra i più importanti sostenitori di questa scuola di pensiero figurava il grande economista John Maynard Keynes. La teoria delle solide fondamenta, che ha avuto in Benjamin Graham e Warren Buffett i più strenui paladini, basa le sue convinzioni sul fatto che i prezzi di mercato prima o poi si allineano a quelli che sono i fondamentali di un titolo. In questo articolo:
- Come realizzare un arbitraggio sui mercati
- Finanza comportamentale nemica dell’arbitraggio
Come realizzare un arbitraggio nei mercati
Chi crede nell’efficienza dei mercati è convinto che sia l’arbitraggio a renderli efficienti. Il meccanismo è semplice: vendere allo scoperto titoli troppo costosi e comprare quelli a buon mercato, in modo da correggere rapidamente qualsiasi errore di prezzo causato dagli investitori irrazionali. In buona sostanza, gli operatori razionali riescono a controbilanciare quelli irrazionali. In questo modo, qualsiasi inefficienza verrà domata.
Il pensiero di Graham e Buffett, in verità, è un po’ più ampio. I due hanno sempre sostenuto che l’inefficienza dei mercati sia caratterizzata dal fatto che non tutte le informazioni sono incorporate nei prezzi delle azioni in Borsa. Quindi, individuare i titoli sottovalutati è un modo per ottenere guadagni in quanto nel tempo il mercato riconoscerà il reale valore delle azioni. Anche qui si ha una forma di arbitraggio, giacché l’operatività di coloro che sfruttano l’inefficienza porta poi a rendere efficienti i mercati.
Finanza comportamentale nemica dell’arbitraggio
I “comportamentisti” ritengono che vi siano limiti importanti nell’arbitraggio che impediscono di correggere prezzi totalmente irrealistici. Uno attiene a determinati fattori specifici che interessano un asset. Si supponga che nello stesso settore, per ipotesi quello petrolifero, un’azione sia sopravvalutata e una sottovalutata. A quel punto gli arbitraggisti venderebbero allo scoperto la prima e acquisterebbero la seconda, contando sul fatto che eventi interessanti il settore di appartenenza (ad es. aumento del prezzo del greggio) impatterebbero allo stesso modo facendo salire o scendere entrambi i titoli.
Ci possono però essere elementi che colpiscono particolarmente una delle due società. Ad esempio, nel caso del titolo sottovalutato, l’azienda emittente deve affrontare un problema relativo all’esplosione di una sua piattaforma petrolifera. Ciò avviene mentre il prezzo del petrolio sale. Quindi cosa succede? Sul titolo sopravvalutato venduto allo scoperto, gli arbitraggisti perdono perché il prezzo sale a causa dell’aumento delle quotazioni del petrolio; sul titolo sottovalutato acquistato sul mercato, gli arbitraggisti perdono perché il prezzo scende per effetto del problema alla piattaforma petrolifera della società. Quindi l’arbitraggio non ha modo di essere realizzato.
Un secondo limite è l’errore di valutazione commesso dagli arbitraggisti. Quando si creò la bolla dot-com alla fine dello scorso millennio, i titoli in Borsa raddoppiavano, triplicavano e quadruplicavano il loro valore nell’arco di pochi mesi. Si poteva razionalmente immaginare che presto o tardi la bolla sarebbe scoppiata, ma il problema era l’impossibilità di definire una data. Quindi, il rischio di finire in braghe di tela vendendo allo scoperto titoli nell’ambito di un’operazione di arbitraggio era molto alto. In altri termini, i mercati azionari possono restare irrazionali più a lungo di quanto gli arbitraggisti possono rimanere solventi.
Proprio quest’ultimo aspetto è un terzo importante limite. Senza una capitalizzazione adeguata l’arbitraggio rischia di trasformarsi in una tragedia finanziaria. All’epoca della bolla dot-com, furono in molti a chiudere forzatamente le posizioni allo scoperto perché richiamati al margine. Ciò contribuì per un certo periodo a rendere i mercati ancora più irrazionali, perché le chiusure forzate spinsero ancora più in alto i prezzi portando a sopravvalutazioni folli.
In quarto luogo, c’è una questione tecnica da considerare. Per vendere allo scoperto un titolo da contrapporre a un altro simile in acquisto, è necessario prenderlo in prestito. Ammesso di riuscirci, bisogna pagare i dividendi al prestatore e già questo potrebbe rendere l’arbitraggio poco conveniente. Ma non è questo il punto. Il problema è proprio quello di riuscire a trovare un titolo da vendere allo scoperto che abbia le stesse caratteristiche del titolo che si sta acquistando. In alcuni casi, è davvero impossibile trovarne disponibili, il che giocoforza rende non praticabile l’arbitraggio.
Infine, i mercati su cui sono trattati le due azioni su cui realizzare un arbitraggio possono essere molto diversi. Ciò ha una grande rilevanza, quantunque i due asset siano praticamente identici per caratteristiche. Le regole diverse di ogni mercato potrebbero creare sfasature nei prezzi tali da risultare difficoltoso mettere in atto operazioni per gli arbitraggisti.









