Nasdaq e Dow Jones, Dax e Ftse Mib, pala e piccone: chi guadagna oggi in Borsa

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Ci sono momenti in cui per capire i mercati non bisogna guardare solo chi corre più veloce, ma soprattutto chi vende gli strumenti (le scarpe ad esempio) a chi vorrebbe correre. Durante la corsa all’oro, non sempre guadagnava di più chi lo trovava, semmai quelli che vendevano pale, picconi, tende, cibo e servizi a chi partiva verso la miniera. Ogni Borsa ha una propria identità. Gli Stati Uniti hanno il Nasdaq, luogo naturale della tecnologia, e il Dow Jones, più legato all’industria tradizionale. In Europa la Francia mescola lusso, moda, industria e servizi, mentre la Germania, salvo Sap, resta legata a industria pesante, auto, chimica, export e macchina produttiva.

L’Italia ha una struttura diversa. Piazza Affari è dominata da banche, assicurazioni, risparmio gestito, energia e utility: molta meno fabbrica e molto più servizio, margine finanziario, distribuzione, infrastruttura e regolazione. Per anni questo è stato visto quasi come un limite, perché la Germania sembrava il paese della produzione, mentre l’Italia appariva come il listino della finanza domestica. Poi il contesto è cambiato, perché quando energia, inflazione e tassi restano bassi, produrre è più semplice, mentre quando i costi salgono e le catene produttive diventano fragili, chi produce deve comprare materie prime, pagare energia, sostenere salari e difendere margini sempre più compressi.

Chi vende servizi si trova spesso in una posizione diversa. Una banca può beneficiare di tassi più alti, un’assicurazione può reinvestire premi in un mondo obbligazionario più redditizio, una utility può muoversi dentro un contesto regolato e un gruppo energetico può beneficiare di prezzi sostenuti delle materie prime. Ed ecco il paradosso: la Borsa italiana può fare meglio proprio perché è meno industriale nel senso classico del termine. In un mondo in cui produrre costa sempre di più, può andare meglio chi vende energia, credito, protezione e infrastrutture rispetto a chi deve trasformare materia, energia e capitale in prodotti fisici.

È una rotazione quasi culturale, prima ancora che finanziaria. Chi sta dietro il banco e vende ciò che serve agli altri per lavorare può trovarsi in una posizione migliore di chi entra in negozio per comprare strumenti e materie prime. Ecco perché alcune Borse salgono per motivi diversi rispetto al passato: quando cambia il contesto, cambia anche la qualità dell’indice.

Qualcosa di simile accade negli Stati Uniti. La Borsa di Wall Street è tornata sui massimi storici, ma non tutto passa più soltanto dalle solite grandi piattaforme tecnologiche. Le Big tech restano centrali, ma il mercato guarda anche chi vende l’infrastruttura necessaria per alimentare l’intelligenza artificiale: chip, memorie, server, data center, energia e reti. Per questo titoli come Micron o Sandisk possono diventare protagonisti. Gli hyperscaler spendono cifre enormi per acquistare capacità di calcolo e costruire infrastrutture, trasformandosi in clienti con una capacità di spesa quasi smisurata. E quando qualcuno investe centinaia di miliardi, qualcun altro li incassa. Il mercato allora si chiede chi stia davvero beneficiando del ciclo: chi promette ritorni futuri dopo capex giganteschi, oppure chi vende oggi ciò che serve per renderli possibili? Non serve sapere chi vincerà la corsa all’AI, se si vendono pale a tutti quelli che partono per cercare la miniera.

Naturalmente il nuovo equilibrio non è eterno. Se gli investimenti rallentassero o se il mercato iniziasse a dubitare della sostenibilità della spesa tecnologica, anche i venditori di pale e picconi potrebbero scoprire di non essere invulnerabili. Però il segnale resta importante: le Borse non stanno salendo tutte per lo stesso motivo e non stanno premiando necessariamente gli stessi modelli del passato.  Forse è questo il vero messaggio della fase attuale: non basta chiedersi dove stia andando il mondo, bisogna anche chiedersi chi venga pagato mentre il mondo prova ad andarci. In certi momenti la risposta è quasi sempre la stessa: chi vende pala e piccone.

Dimenticavo. Tra i titoli della minoranza più industriale di Piazza Affari c’è anche Stmicroelectronics, che di vendere chip a chi ha soldi da spendere per costruire il futuro digitale ha fatto la propria vocazione. Ebbene, il suo prezzo in Borsa è raddoppiato in pochi mesi. Non è un caso che persino Walmart sia passata dal Nyse al Nasdaq: formalmente è solo un cambio di mercato, ma simbolicamente racconta molto di più, perché anche il retail più classico vuole essere letto come piattaforma, tecnologia, logistica, dati e intelligenza artificiale.

Allo stesso modo può capitare che Ford, nome associato all’auto tradizionale, venga riletta con occhi diversi: non più soltanto produttore di automobili, ma possibile fornitore di batterie e sistemi di accumulo per clienti industriali, data center e infrastrutture legate all’AI. Quando il mercato smette di guardare solo l’etichetta storica, anche un titolo “vecchio mondo” può performare come un missile.

Immagine di Davide Biocchi

Davide Biocchi

Trader professionista, formatore e divulgatore con oltre 25 anni di esperienza sui mercati, Davide Biocchi è socio Professional SIAT ed educatore certificato AIEF. Due volte miglior fininfluencer italiano e dodici volte campione nazionale e internazionale di trading, ha ideato e brevettato TWbook, fondato TradingWeek.net, la Trading League e la Membership Biocchi. Conduce ogni mattina su YouTube Market Briefing e la videoanalisi settimanale e il podcast “I mercati dietro le quinte”. Hha pubblicato L’ABC di Borsa e Le Aste (con Giovanni Borsi). Oltre che con Borsa&Finanza, da anni collabora con Directa SIM, QN, Il Secolo XIX e RaiRadio1, con contributi anche per SkyTG24 e Giornale Radio.

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