Titoli di Stato USA: rendimenti al 3% e ora arriva la Fed - Borsa e Finanza

Titoli di Stato USA: rendimenti al 3% e ora arriva la Fed

Titoli di Stato USA: rendimenti al 3% e ora arriva la Fed

I titoli di Stato USA hanno raggiunto la soglia psicologica di rendimento del 3% per le scadenze decennali. Non accadeva dal 3 dicembre 2018, anche allora a seguito di una serie di rialzi dei tassi da parte della Federal Reserve. Dopo aver chiuso il 2021 intorno all’1,5%, il rendimento dei T-Note USA decennali ha visto una rapida ascesa in questo 2022, dopo che è apparso chiaro che la Banca Centrale statunitense avrebbe impresso un atteggiamento particolarmente aggressivo per combattere un’inflazione che non è mai stata così alta da 40 anni a questa parte.

Secondo Katie Stockton, fondatrice a amministratrice di Fairlead Strategies, i rendimenti dei titoli di Stato USA hanno superato un ostacolo psicologico molto significativo, tuttavia questo non è un livello di resistenza importante. A suo giudizio, si arriverà al massimo del 2018, ossia al 3,25%.

Questo non ha turbato le azioni nella giornata di ieri a Wall Street, con gli indici che hanno chiuso in rialzo. In particolare il NASDAQ, che è il benchmark rappresentativo dei titoli tecnologici che maggiormente risentono delle dinamiche dei tassi, è salito dell’1,63%. Occorre dire però che l’indice proviene da un mese di aprile orribile, dove ha lasciato sul terreno il 13,26%.

 

Fed: attesa febbrile per il meeting di questa settimana

Oggi iniziano i 2 giorni del meeting periodico della Fed, che ha l’ingrato compito di intervenire per controllare l’inflazione senza affossare troppo l’economia americana. Gli analisti si aspettano che l’istituto guidato da Jerome Powell annunci un aumento dei tassi d’interesse dello 0,5%, portando il tasso ufficiale di sconto all’1%. In questo momento sembra che la Banca Centrale non abbia altra scelta che usare la mano pesante correndo qualche rischio.

L’ex Vicepresidente della Fed, Roger Ferguson, ha dichiarato che in questa fase una recessione è quasi inevitabile, perché l’unica cosa che la Banca può controllare è la domanda aggregata, mentre il problema dell’inflazione arriva dall’offerta. Ferguson ha sottolineato come i funzionari della Fed si siano resi conto che il problema è molto più profondo e persistente di quanto avessero immaginato, dopo aver passato gran parte dello scorso anno a ribadire che il fenomeno inflazionistico avesse natura transitoria e fosse destinato a dissiparsi nel momento in cui tutto quanto fosse tornato alla normalità. Adesso si aspetta che nel 2023 il Paese andrà in recessione; la speranza è che questa sia lieve.

Alla fine di questi 2 giorni è molto probabile che il FOMC non solo annunci una stretta sui tassi di 50 punti base, ma anche una riduzione del bilancio Fed dopo aver accumulato una quantità enorme di titoli di Stato USA e obbligazioni private durante la pandemia. In questo sarà estremamente importante la comunicazione di Powell, che dovrà spiegare come l’istituto centrale intenda soffocare l’inflazione senza allo stesso tempo creare uno shock all’economia.

Secondo Danielle DiMartino Booth, CEO di Quill Intelligence e uno dei principali consiglieri dell’ex Presidente della Fed di Dallas Richard Fisher, il messaggio sarà estremamente difficile da comunicare, perché bisognerà mantenere la credibilità della riduzione del bilancio e allo stesso tempo affrontare la recessione che ne scaturisce.

John Stoltzfus, Chief Investment Strategist di Oppenheimer, in una nota ai clienti ha affermato che la natura dell’inflazione rende il lavoro della Fed ancora più difficile. L’esperto rileva che la gran parte della pressione sui prezzi provenga da fattori esogeni come il rally del petrolio, i vincoli alla catena di approvvigionamento e la politica Covid free dalla Cina. L’uso della principale leva della Fed, ossia di far salire il costo di finanziamento per famiglie e imprese, ha un limitato potere di arrestare queste pressioni.

Ad ogni modo la gran parte degli economisti ritiene che alla fine Powell adopererà un atterraggio morbido, dove ci potrebbe essere un aumento del costo del denaro dello 0,5% a questo giro, poi di 75 punti base a giugno, per riportarsi a un ritmo più lento successivamente, fino ad arrivare a tassi del 3% entro la fine dell’anno.

Laureato in economia, con specializzazione in finanza. Appassionato di mercati finanziari, svolge la professione di trader dal 2009 investendo su tutti gli strumenti finanziari. Scrive quotidianamente articoli di economia, politica e finanza.

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