In questo articolo:
- Fed, una riunione senza proiezioni economiche
- L’inflazione che non si decide
- Il bivio della Fed: fermarsi o alzare i tassi?
- Le parole di Warsh, attese quanto il voto stesso
- Le implicazioni per gli investitori obbligazionari
- Quando il reddito fisso torna a bussare alla porta
Fed, una riunione senza proiezioni economiche
La decisione sarà comunicata il 29 luglio alle 14:00, seguita mezz’ora dopo dalla conferenza stampa di Warsh, come confermato dalla stessa Fed. In questa occasione il Fomc non pubblicherà le proiezioni economiche trimestrali (SEP), lasciando alla comunicazione verbale del presidente il compito di orientare le aspettative degli operatori.
Il tasso di riferimento resta fissato nella fascia 3,50%-3,75%, livello sul quale converge la maggior parte delle previsioni raccolte. Amundi inquadra la riunione come un passaggio delicato: in assenza di indicazioni prospettive, agli investitori non resta che “analizzare i dati per ipotizzare quale sarà la prossima mossa della Fed”, secondo quanto dichiarato da Alessia Berardi, head of global macroeconomics & emerging markets strategy dell’Amundi Investment Institute.
La stessa Berardi fa riferimento a task force interne alla banca centrale i cui risultati sono ancora attesi, elemento che contribuisce a mantenere alta l’incertezza sulla riunione di luglio.
L’inflazione che non si decide
I dati di giugno hanno mostrato un rallentamento dell’inflazione più marcato del previsto, con l’indice dei prezzi al consumo (CPI) e il PPI risultati entrambi più contenuti delle attese. Il quadro si è complicato con l’improvvisa escalation in Medio Oriente, che ha riportato pressione sui prezzi dell’energia.
Pgim ricorda che il verbale della riunione di giugno del Fomc ha individuato in energia, dazi e intelligenza artificiale i principali fattori di accelerazione dell’inflazione nell’ultimo anno, elementi che, se dovessero mantenere i prezzi elevati, potrebbero costringere la banca centrale ad alzare i tassi. È proprio questa combinazione a rendere per PGIM quasi paritaria la probabilità di un rialzo dei tassi già a luglio.
Il discorso hawkish tenuto dal governatore Waller il 13 luglio va letto nella stessa chiave: l’ipotesi era che un’inflazione elevata avrebbe giustificato un intervento immediato, sebbene i dati pubblicati successivamente abbiano in parte raffreddato queste aspettative senza tuttavia modificare il tono dei funzionari della Fed. Su un orizzonte più ampio, Pimco osserva che i dati sull’inflazione di luglio hanno mostrato un raffreddamento diffuso delle pressioni sui prezzi, con il calo dei costi energetici e la moderazione dell’inflazione dei servizi a sorprendere al ribasso sia l’indice generale sia quello core, in un contesto di forze disinflazionistiche che tornano a riaffermarsi dopo lo shock innescato dal conflitto in Iran.
Il bivio della Fed: fermarsi o alzare i tassi?
Sul fronte della decisione vera e propria, gli scenari restano divergenti nelle sfumature pur convergendo su un possibile mantenimento dei tassi. AllianzGI si attende che la Fed “mantenga i tassi invariati a luglio”, conservando al contempo una posizione hawkish sull’inflazione, secondo la cio fixed income Jenny Zeng, che stima 50 punti base di rialzi complessivi entro fine anno nonostante l’attenuazione dei prezzi al consumo. Nell’analisi di AllianzGI, l’inflazione core resta sopra il 3% su base annua, mentre il rincaro del petrolio, le tensioni sui dazi e i colli di bottiglia legati agli investimenti in intelligenza artificiale continuano a rappresentare rischi al rialzo.
Pgim colloca la probabilità di un aumento dei tassi in questa riunione vicino al 50%, pur mantenendo come scenario di base un primo rialzo a settembre, il primo di tre interventi da 25 punti base ciascuno, motivato dal fatto che il CPI di giugno è risultato troppo debole per spingere la maggioranza dei funzionari ad agire immediatamente. Qualora i tassi restassero fermi, Pgim definisce l’esito come una “pausa hawkish”, segnale di una preoccupazione persistente per l’inflazione e di un rischio di rialzo nelle riunioni successive.
Amundi, dal canto suo, prevede che la Fed lasci i tassi fermi al livello attuale, segnalando come il persistere delle pressioni sui costi possa rimettere in discussione questa previsione nei mesi a venire, in assenza di evidenze di effetti di secondo livello sui prezzi.
Su posizioni più distanti dall’ipotesi di un rialzo si colloca Pimco, il cui scenario di base prevede che la Fed mantenga il tasso di riferimento invariato per l’intero resto del 2026, in un contesto di graduale allentamento delle pressioni sui prezzi che, secondo Marc Seidner e Pramol Dhawan, i recenti dati sull’inflazione contribuiscono a rafforzare.
Le parole di Warsh, attese quanto il voto stesso
Pgim ipotizza un possibile voto diviso all’interno del Fomc, con un esito che potrebbe attestarsi su 10 a 2 o addirittura 9 a 3, riconducibile alle posizioni hawkish già espresse da Lorie Logan e Beth Hammack prima del periodo di silenzio stampa. Nella lettura di Pgim, l’orientamento restrittivo all’interno della Fed starebbe raggiungendo una “massa critica”, coinvolgendo anche membri tradizionalmente meno falco come la governatrice Cook e il vicepresidente Jefferson, entrambi citati per aver avvertito che un mancato raffreddamento dell’inflazione potrebbe portare a un rialzo dei tassi.
Una possibile obiezione a questo scenario di voto diviso riguarda la fase di avvio della presidenza Warsh, durante la quale i membri del board potrebbero preferire mostrare unità: Pgim ritiene tuttavia che eventuali voti contrari sarebbero comunque coordinati e pienamente approvati dallo stesso Warsh, con l’obiettivo di segnalare quanto sia acceso il dibattito interno sui tassi. In conferenza stampa Warsh dovrebbe evitare di fornire indicazioni esplicite sulla prossima mossa, ribadendo l’obiettivo di portare l’inflazione al 2,0% “senza arrotondamenti” e sottolineando, come già fatto in occasione della sua testimonianza al Congresso, di non voler basare le decisioni su un singolo mese di dati.
AllianzGI aggiunge che Warsh, pur considerato un “falco ortodosso” sull’inflazione, nutre anche una convinzione radicata nella disinflazione trainata da intelligenza artificiale e produttività, un approccio che secondo la società richiede prima un consolidamento della credibilità anti-inflazione della banca centrale.
Le implicazioni per gli investitori obbligazionari
Al di là della singola decisione di luglio, Marc Seidner e Pramol Dhawan di Pimco leggono nell’insediamento di Warsh un cambio di paradigma nella conduzione della politica monetaria, definito come un’occasione per “azzerare la memoria muscolare di un’intera generazione di investitori”. Gli investitori dovrebbero prepararsi a una Fed più silenziosa e meno prevedibile: meno indicazioni prospettiche, un bilancio utilizzato con maggiore parsimonia e un board interno più propenso al confronto, persino a costo di sbagliare pur di agire con decisione in entrambe le direzioni.
Questo approccio si discosta dal mandato implicito che ha caratterizzato la Fed per gran parte degli ultimi due decenni, orientato al contenimento della volatilità dei mercati e alla comunicazione anticipata delle proprie intenzioni attraverso strumenti come il dot plot. Pimco stima che il tasso di riferimento resti invariato per il resto del 2026, in un contesto di graduale allentamento delle pressioni sui prezzi. Su questa base, la società ritiene che le obbligazioni di alta qualità possano offrire rendimenti totali positivi in un’ampia gamma di scenari macroeconomici, dall’atterraggio morbido alla recessione, passando per l’ipotesi di nessun atterraggio o di stagflazione.
Quando il reddito fisso torna a bussare alla porta
Da questa visione macro discende un dato concreto per gli investitori: il Treasury a 10 anni si attesta oggi intorno al 4,55%, circa quattro punti percentuali sopra i minimi storici toccati nel 2020. Un livello di partenza che, secondo Pimco, ha storicamente anticipato rendimenti solidi nei cinque anni successivi. In uno scenario di shock alla crescita, evento creditizio o shock geopolitico, la società stima che le banche centrali taglierebbero i tassi in modo significativo, portando il rendimento totale di quel Treasury decennale fino al 10% nell’anno successivo, con un potenziale vicino al 20% in caso di recessione grave.
L’asset manager segnala inoltre come la diversificazione sia diventata più scarsa in altre componenti dei portafogli: nell’S&P 500 i primi dieci emittenti rappresentano circa il 37% dell’indice, mentre nel credito diretto privato circa il 31% dell’esposizione delle società di sviluppo aziendale (BDC) risulta concentrato nei settori software e tecnologia. Su questa base, la società ritiene che una Fed meno interventista possa restituire rilevanza ai gestori attivi obbligazionari, favorendo strategie basate sull’analisi della curva dei rendimenti, sulle view direzionali e sulle operazioni di valore relativo.









