Allo scoccare della mezzanotte di venerdì, mentre un dazio scompare un altro prende immediatamente il suo posto: la tariffa universale temporanea del 10% imposta da Donald Trump dopo la bocciatura della Corte Suprema lascia spazio a un nuovo regime, questa volta giustificato dalla lotta al lavoro forzato nelle catene di approvvigionamento globali.
Il provvedimento, pubblicato giovedì sul Registro Federale, copre il 99,4% delle importazioni statunitensi con aliquote del 10% e del 12,5% su 60 partner commerciali, Unione Europea compresa. Dietro la nuova architettura tariffaria si muovono già le prime proteste internazionali, mentre per l’Italia la questione tocca da vicino l’export verso gli Stati Uniti.
In questo articolo:
- Dazi, le nuove aliquote Paese per Paese
- Cina, un capitolo a parte
- Perché i dazi sul lavoro forzato sono più difficili da contestare
- Il coro delle proteste, dalla Norvegia al Massachusetts
- Dazi, cosa cambia per l’Europa e per l’Italia
Dazi, le nuove aliquote Paese per Paese
C’è chi colleziona francobolli, c’è chi colleziona dazi: Donald Trump, dopo il pignoramento subito a febbraio dalla Corte Suprema, ha già trovato un nuovo album dove incollarli. Il Registro Federale ha pubblicato giovedì l’avviso che introduce due aliquote, 10% e 12,5%, su merci provenienti da 60 partner commerciali. Argentina, Bangladesh, Regno Unito, Cambogia, Canada, Ecuador, El Salvador, Guatemala, Honduras, India, Indonesia, Giordania, Malesia, Messico, Pakistan, Sri Lanka e Trinidad e Tobago sono soggetti al 10%.
Unione Europea, Taiwan, Giappone, Corea del Sud e Svizzera ricevono aliquote che, sommate alle tariffe già previste dal regime della nazione più favorita, raggiungono il 10% o il 12,5%. Agli altri 38 Paesi, tra cui la Cina, è stato assegnato il 12,5%.
Cina, un capitolo a parte
Con Pechino, come sempre, il conto si fa a parte: alcuni funzionari statunitensi hanno segnalato l’intenzione di riportare i dazi al 20%, livello concordato nell’accordo commerciale con il presidente cinese Xi Jinping nel novembre 2025, senza superarlo. Prima della decisione di venerdì, l’aliquota cinese era scesa al 10%, escludendo il 25% imposto sui prodotti industriali durante il primo mandato di Trump.
La transizione tra i due regimi prevede un’esenzione per le merci già in transito fino al 28 luglio, mentre i Paesi che hanno già adottato o si sono impegnati ad adottare un divieto sulle importazioni realizzate con lavoro forzato, tra cui Canada, Unione Europea, India e Regno Unito, ricevono l’aliquota ridotta del 10%.
Dopo il primo rifiuto della Corte Suprema, l’amministrazione si è rimessa a studiare, e questa volta ha portato a lezione un testo che i tribunali raramente bocciano. La misura poggia sulla Sezione 301 del Trade Act del 1974, norma che consente al presidente di colpire pratiche commerciali giudicate sleali o discriminatorie, e che l’amministrazione ha applicato citando la mancata adozione o applicazione, da parte di alcuni Paesi, di leggi che vietano l’importazione di merci prodotte con lavoro forzato.
Al centro della misura c’è il divieto statunitense, in vigore da quasi un secolo, di importare merci realizzate con lavoro forzato o schiavistico, un principio rafforzato nel 2021 con il divieto specifico sulle importazioni da una regione cinese dove è stata documentata una diffusione estesa del fenomeno.
A differenza della legge di emergenza utilizzata per i dazi reciproci, la Sezione 301 ha finora resistito ai ricorsi giudiziari. L’avvocato commercialista Ryan Majerus, ex funzionario del Dipartimento del Commercio, ha osservato che una volta stabiliti i dazi previsti da questa norma l’amministrazione dispone di ampia flessibilità per modificarli, un elemento che rende la misura più solida sul piano legale rispetto a quella bocciata dalla Corte Suprema.
Restano esclusi petrolio e gas, fertilizzanti, alcuni prodotti alimentari, i beni già soggetti alle tariffe di sicurezza nazionale dell’articolo 232 — automobili, acciaio, alluminio, rame — e i prodotti conformi all’accordo Stati Uniti-Messico-Canada, esentati per l’elevata integrazione delle catene di approvvigionamento nordamericane.
Il coro delle proteste, dalla Norvegia al Massachusetts
Da Oslo a Washington, la misura ha suscitato proteste immediate da parte di diversi governi e forze politiche. Il ministro degli Esteri norvegese Espen Barth Eide ha contestato l’esistenza di basi giuridiche per la tariffa contro Oslo, ricordando le norme già in vigore contro il commercio di beni prodotti con lavoro forzato. Australia e Brasile hanno definito ingiustificati i nuovi dazi, annunciando l’intenzione di chiederne la rimozione. Il Canada, colpito lunedì da dazi su merci per 20 miliardi di dollari, ha mantenuto un tono più concentrato sul dialogo, con il ministro Dominic LeBlanc che ha promesso il proseguimento dei negoziati con Washington.
Anche negli Stati Uniti c’è parecchio scetticismo: il senatore democratico Ron Wyden ha definito la giustificazione del lavoro forzato poco credibile, mentre il rappresentante Richard Neal ha accusato l’amministrazione di trasformare un problema reale in un pretesto per una politica tariffaria fondata su basi giuridiche discutibili.
Al contrario, il rappresentante per il Commercio Jamieson Greer ha invece rivendicato la misura come un passo per correggere una violazione dei diritti umani e una pratica commerciale distorsiva a beneficio dei lavoratori a livello globale.
Dazi, cosa cambia per l’Europa e per l’Italia
Washington sostiene che diversi partner commerciali dispongono di leggi analoghe in materia di lavoro forzato ma non le applichino con sufficiente rigore: è il caso dell’Unione Europea, il cui divieto sulle importazioni realizzate con lavoro forzato entrerà in vigore solo nel dicembre 2027, elemento che l’amministrazione statunitense considera insufficiente sul piano dell’applicazione effettiva.
Per Bruxelles, e quindi per l’Italia, l’aliquota resta al 10%. Le imprese italiane esportatrici verso gli Stati Uniti si trovano davanti a un impianto tariffario che, pur mantenendo l’aliquota già negoziata nei mesi scorsi in altri accordi commerciali, cambia base giuridica passando dalla legge di emergenza alla Sezione 301, più difficile da contestare nei tribunali americani.
Dopo i farmaci generici, colpiti da un meccanismo a fasi che porterà i dazi al 100% dal 2028 e al 200% l’anno successivo, tocca ora al lavoro forzato aggiungersi alla lista dei fronti tariffari aperti per le imprese italiane, mentre restano esclusi automotive, acciaio e alluminio in quanto già coperti dalle tariffe di sicurezza nazionale. L’amministrazione ha inoltre confermato che un’ulteriore indagine, sempre basata sulla Sezione 301, è in corso su 15 Paesi e sull’Unione Europea per presunte pratiche sleali nei rispettivi settori manifatturieri: un fronte ancora aperto che merita un monitoraggio attento da parte degli operatori italiani.









