È morto Giorgio Armani, il genio creativo che ha contribuito in maniera decisiva a portare la moda e lo stile italiani nel mondo. Il designer si è spento il 4 settembre 2025 all’età di 91 anni. Tempo prima della sua scomparsa, “Re Giorgio” aveva pianificato nei minimi dettagli la sua successione, ritrovandosi spesso a parlare di come sarebbe stato l’assetto societario della sua azienda quando lui non ci sarebbe più stato. Una volontà emersa in un documento riservato approvato dall’assemblea straordinaria del Gruppo.
Armani è stato uno degli uomini più ricchi del mondo (208esimo nella World’s Billionaires List 2025 di Forbes) e la quarta persona più ricca d’Italia con un patrimonio personale di 11,8 miliardi di dollari. Nelle ore successive alla sua morte, l’eredità dell’imprenditore piacentino è tornata d’attualità. Lo stilista, infatti, non si era mai sposato e non aveva eredi diretti, oltre ad aver sempre mantenuto massimo riserbo sulla sua vita privata. Era nota la lunga relazione con il socio d’affari e compagno Sergio Galeotti, scomparso nel 1985 e in memoria del quale ha comprato la Capannina, storico locale di Forte dei Marmi dove l’aveva conosciuto negli anni Sessanta.
In questo articolo:
- L’eredità dello stilista e il ruolo dei tre nipoti
- Come funzionerà la successione di Armani
L’eredità dello stilista e il ruolo dei tre nipoti
“I miei nipoti hanno tutto il mio affetto! Cosa devo dire di più?”, aveva scherzato nel 2012 in Cina, in occasione della sfilata One Night Only a Pechino. Classe 1934, primo figlio di Ugo Armani e Maria Raimondi, l’imprenditore aveva due fratelli, Rosanna e Sergio Armani. Il fratello, scomparso da tempo, aveva due figlie, Silvana e Roberta Armani; la sorella ha un figlio, Andrea Camerana. Nel 2016 il designer ha costituito una fondazione per curare la sua successione e assicurarsi che gli asset di famiglia rimangano “rispettosi e coerenti con alcuni principi che mi stanno particolarmente a cuore e che da sempre ispirano la mia attività di designer e imprenditore”.
All’età di 91 anni, Armani era ancora direttore creativo, amministratore delegato e unico azionista (al 99,9%: lo 0,1% restante è della fondazione) di Giorgio Armani Spa, un’azienda dal fatturato netto di 2,3 miliardi di euro nel 2024. In passato si è spesso parlato di una quotazione in Borsa o di una fusione con una società concorrente. “I miei piani per il dopo consistono in un graduale passaggio delle responsabilità che ho sempre ricoperto alle persone più vicine a me come Leo Dell’Orco, i membri della mia famiglia e l’intero team di lavoro”, aveva detto in un’intervista al Financial Times.
Le persone più vicine sono quelle che nella sua autobiografia, Per amore, aveva definito i suoi “luogotenenti dello stile”. Nel consiglio di amministrazione del Gruppo, insieme ai parenti diretti Andrea, Silvana e Roberta, siedono il suo compagno e braccio destro Leo Dell’Orco, con il quale collaborava da quasi 50 anni, e il fondatore di Yoox, Federico Marchetti. Dell’Orco è anche il responsabile del design uomo e il presidente del cda dell’Olimpia Milano, la squadra di basket (la più titolata d’Italia) che il patron Giorgio sponsorizzava da sempre e di cui era alla guida dal 2008.
Come funzionerà la successione di Armani
“Vorrei che la successione fosse organica e non un momento di rottura”, aveva dichiarato al Financial Times. Nel 2017, parlando sempre al quotidiano britannico, aveva aggiunto che per la successione era già “tutto pronto”. L’ago della bilancia è rappresentato proprio dalla Fondazione Giorgio Armani: nello statuto approvato nel 2016 e integrato nel 2023, visionato per la prima volta da Reuters, sono definiti gli aspetti specifici del futuro architrave societario. Gli esperti di governance consultati dall’agenzia hanno definito il modello “un’organizzazione che riduce i margini di disaccordo tra gli eredi”.
Secondo le indiscrezioni raccolte, il capitale sociale sarà diviso in sei categorie di azioni dalla A alla F, con poteri e diritti di voto diversi. Negli anni le categorie sono state modificate per crearne due senza diritto di voto. I soci A avranno il 30% del capitale, i soci F il 10% e tutti gli altri il 15% a testa. Ogni azione A darà diritto a 1,33 voti e ogni F a tre voti: pur con una minoranza di azioni ordinarie pari al 40% del capitale totale, A e F avranno più del 53% dei voti nelle assemblee, oltre a poteri determinanti nelle decisioni strategiche e al diritto di veto sulla scelta dei responsabili stile.
In aggiunta, su un board fissato a otto componenti, i soci A potranno nominare tre consiglieri e gli F due: tra i primi verrà selezionato il presidente, tra i secondi l’amministratore delegato. Tutto lascia pensare che la fondazione si collocherà in queste due categorie. Lo statuto contempla inoltre che basterà la maggioranza assoluta dei presenti nel cda per approvare il bilancio e la distribuzione del 50% degli utili netti agli azionisti. Sulle retribuzioni, previste anche sotto forma di partecipazione agli utili o di stock option, servirà almeno il 51% dei voti, altrimenti “agli amministratori non viene attribuito alcun compenso”.
Non mancano altre due fondamentali indicazioni obbligatorie: il divieto di quotazione in Borsa per i primi cinque anni dall’entrata in vigore dello statuto e una serie di regole chiare per qualsiasi fusione, acquisizione, scissione e aumento di capitale, operazioni per le quali occorre il 75% dei voti in assemblea straordinaria e che dovranno essere finalizzate “unicamente a sviluppare competenze che non esistono internamente dal punto di vista del mercato, del prodotto o del canale”. Infine, la partecipazione al Gruppo dovrà essere gestita con l’obiettivo di creare valore, perseguire i principi guida dell’azienda e mantenere i livelli occupazionali.









