Un rally del 14% in una singola seduta non si vede spesso sui listini del lusso, eppure è quanto accaduto ieri a Parigi al titolo Kering. Il gruppo francese ha diffuso i conti del secondo trimestre 2026, mostrando un fatturato superiore alle attese e, soprattutto, un netto rallentamento del calo delle vendite di Gucci.
La reazione del mercato ha premiato in particolare i primi segnali di ripresa della maison fiorentina, da mesi al centro delle preoccupazioni degli investitori, in una seduta che riflette la revisione al rialzo delle stime sugli utili per azione per il 2026. Anche oggi il titolo ha guadagnato il 14,21% nel corso della seduta odierna a Parigi, portandosi a 285,35 euro per azione, dopo aver toccato un massimo intraday di 289 euro: la migliore performance giornaliera degli ultimi mesi, che porta la performance a un mese al +6,95% e quella a un anno al +32,23%
In questo articolo:
- Kering, il trimestre che cambia la narrazione
- Gucci prende fiato
- Kering alleggerisce i conti
- Torna la fiducia “cauta” degli analisti
- La ricetta di Luca De Meo
Kering, il trimestre che cambia la narrazione
Nei tre mesi conclusi a giugno Kering ha realizzato ricavi per 3,65 miliardi di euro, in crescita del 2% a parità di perimetro e leggermente sopra le stime degli analisti, ferme a 3,63 miliardi. Il dato più atteso riguardava Gucci: il marchio ha limitato la flessione delle vendite comparabili al 2%, un miglioramento di 7 punti percentuali rispetto al primo trimestre e la più forte accelerazione sequenziale registrata dal brand negli ultimi trimestri.
Nel primo semestre il fatturato del gruppo ha raggiunto 7,22 miliardi di euro, in crescita dell’1% a parità di perimetro rispetto ai 7,44 miliardi dello stesso periodo dell’anno precedente. A sostenere la tenuta dei ricavi ha contribuito anche il ritorno alla crescita della rete wholesale, aumentata del 5% a tassi comparabili, mentre le vendite dirette del gruppo sono cresciute del 2% su base comparabile nel trimestre, con un recupero di 4 punti percentuali rispetto ai primi tre mesi dell’anno.
Commentando i risultati, il ceo Luca de Meo ha dichiarato: “Kering ha registrato un miglioramento delle performance nel secondo trimestre, con un ritorno alla crescita dei ricavi. In tutto il gruppo, stiamo osservando i primi segnali di progresso in termini di attrattiva del marchio, slancio commerciale e performance operative”.
Gucci prende fiato
Gucci ha chiuso il trimestre con ricavi per 1,41 miliardi di euro, in calo del 3% a tassi correnti e del 2% su base comparabile, un netto miglioramento rispetto alle contrazioni più marcate dei trimestri precedenti. L’intera divisione moda e pelletteria, che comprende anche marchi in accelerazione come Saint Laurent, Bottega Veneta e Brioni, ha totalizzato 2,9 miliardi di euro nel trimestre, attestandosi su livelli di sostanziale stabilità a perimetro costante.
La gioielleria si è confermata il motore di crescita più solido del gruppo: trainato da Boucheron e Pomellato, con performance record in Giappone e Asia Pacifico, il segmento ha segnato un balzo del 15% nel trimestre a 252 milioni di euro e del 14% nel semestre a 521 milioni. L’occhialeria ha raggiunto 476 milioni di euro nel trimestre, in crescita del 7% a tassi correnti e dell’8% a tassi comparabili, sostenuta da iniziative di prodotto come la capsule per i 40 anni di Lindberg, il rilancio dell’ottico Maui Jim e il debutto della collezione Valentino; nel semestre il segmento ha totalizzato 965 milioni di euro, in aumento del 5% a tassi correnti e dell’8% a tassi comparabili.
Per area geografica, il Nord America si è confermato il principale motore di crescita del gruppo nel trimestre, mentre Europa occidentale e Asia-Pacifico hanno mostrato i primi segnali di ripresa e la Cina è rimasta un mercato complesso per l’intero settore del lusso. L’impatto delle tensioni geopolitiche in Medio Oriente ha sottratto circa un punto percentuale alla crescita trimestrale del gruppo.
Kering alleggerisce i conti
Il margine operativo ricorrente si è attestato al 12,8% nel primo semestre, in aumento di 40 punti base su base annua, per un valore di 921 milioni di euro. L’utile netto attribuibile al gruppo è sceso a 189 milioni di euro dai 474 milioni dello stesso periodo dell’anno precedente, appesantito da oneri non ricorrenti e svalutazioni legate alle dismissioni immobiliari, tra cui la riorganizzazione delle proprietà di prestigio a Milano.
Sul fronte patrimoniale il gruppo ha attuato un piano di deleveraging che ha quasi dimezzato l’indebitamento finanziario netto, ridotto a 3,3 miliardi di euro dal 31 dicembre 2025, grazie a circa 4,7 miliardi di euro incassati da operazioni straordinarie sul patrimonio immobiliare e dalla formalizzazione della cessione di Kering Beauté a L’Oréal. Durante la conference call il management ha ribadito l’obiettivo di un margine ebit superiore nella seconda metà del 2026 rispetto alla prima, indicando per il terzo trimestre una crescita “sostanziale” a livello di gruppo.
Torna la fiducia “cauta” degli analisti
Sull’onda dei risultati, Hsbc ha alzato il rating del titolo da “Hold” a “Buy”, portando il prezzo obiettivo da 290 a 340 euro e segnalando “un andamento migliore del previsto a livello di gruppo, incluso Gucci”. L’analista Anne-Laure Bismuth ha aggiunto: “Come abbiamo più volte sottolineato, ciò che riteniamo più importante nel settore del lusso è il miglioramento della crescita organica delle vendite, lo slancio che dovrebbe continuare a rafforzarsi nel corso dell’anno, nonostante un confronto più difficile, grazie a iniziative molto sensate che dovrebbero dare i loro frutti”.
Più caute le valutazioni degli analisti di Bernstein, secondo cui “la svolta di Kering sembra procedere nella giusta direzione; le valutazioni attuali suggeriscono che questo sia già in gran parte scontato. Non si possono escludere ulteriori oscillazioni di prezzo“. L’entità del rally registrato ieri risulta sostanzialmente in linea con la revisione al rialzo delle stime sugli utili per azione per il 2026 formulata dagli analisti dopo la pubblicazione dei conti.
La ricetta di Luca De Meo
Presentato lo scorso aprile davanti a una platea internazionale di analisti, investitori e giornalisti, con in prima fila François-Henri Pinault, predecessore di de Meo e tuttora presidente del consiglio di amministrazione, il piano “Reconkering“ si fonda sul rafforzamento dell’identità dei singoli marchi, sulla semplificazione della struttura organizzativa e sul recupero di efficienza operativa.
De Meo ha fissato un orizzonte di due anni entro cui tutti i marchi dovranno raggiungere la redditività, affermando: “Penso che un marchio di lusso si definisca dal fatto che genera utili. Tutti i marchi del gruppo devono essere redditizi, tutti senza eccezioni. Altrimenti, li espello dal sistema”. Solo McQueen, con vendite per alcune centinaia di milioni di euro trainate principalmente dalle sneaker, pone secondo il dirigente interrogativi sulla capacità di raggiungere la redditività entro 24 mesi.
Sulla Cina, de Meo ha spiegato: “La Cina resta un mercato critico, ma sta entrando in una fase più selettiva e digitale. Il successo lì dipenderà meno dall’apertura di negozi che dalla rilevanza culturale”, annunciando circa 130 chiusure nette di boutique entro il 2030 e puntando sulla partecipazione di minoranza nel gruppo Icicle per rafforzare l’approccio al mercato cinese.
Guardando ai mercati emergenti, il dirigente ha delineato un nuovo fronte di espansione: “Questo ‘6-pack’ emergente comprende il Medio Oriente, l’India, il Sud-Est asiatico, nonché il Messico, il Brasile e nuovi mercati in Africa come la Nigeria rappresentano già un importante motore di crescita, con un peso finanziario che dovrebbe eguagliare quello della Cina continentale entro il 2035″, mercati che oggi valgono complessivamente 34 miliardi di euro contro i 45 miliardi della Cina continentale.









