Open Innovation, cos’è e perché è sempre più importante

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Nel 2024 l’88% delle grandi aziende italiane ha utilizzato tecnologie, pratiche e servizi di open innovation e il 27% ha usato le startup come fonte di ricerca e innovazione, al pari di vendor e sourcer ICT al livello di università, centri di ricerca e società di consulenza. Lo rivelano i dati dell’Osservatorio Startup Thinking e dell’Osservatorio Digital Transformation Academy del Politecnico di Milano presentati durante il convegno Digital & Open Innovation 2025: per imprese e startup è ora di misurare l’impatto!.

 

Cos’è l’open innovation? Definizione e significato

Il termine open innovation, ideato dall’economista statunitense Henry Chesbrough, può essere tradotto letteralmente come innovazione aperta, ovvero un approccio all’innovazione caratterizzato dall’apertura alle idee, agli stimoli e alle opportunità che arrivano dall’esterno. L’innovazione aperta può assumere un’ampia varietà di forme: adottarla in ambito aziendale vuole dire investire per implementare una strategia collaborativa, in particolare con le startup, allo scopo di accelerare la crescita, promuovere l’innovazione digitale ad alta tecnologia e l’agilità su scala globale. Le priorità di investimento in questo ambito si concentrano soprattutto sulla digitalizzazione e sulla trasformazione del livello di occupazione e di qualificazione.

L’open innovation è quindi la collaborazione, la condivisione e lo scambio continuo di conoscenze tra organizzazioni per stimolare l’innovazione. Esistono due forme principali di open innovation: inbound e outbound. Nel caso dell’inbound, l’azienda acquisisce idee e competenze dall’esterno: startup, fornitori, università, centri di ricerca, venture capital, programmatori, consulenti. Grazie alla collaborazione con questi partner, migliora la propria capacità innovativa. Nell’outbound, invece, l’impresa condivide con l’esterno le conoscenze e il know-how, cercando di valorizzare la propria innovazione con accordi di licenza, spin-off e forme diverse di collaborazione con altre organizzazioni.

La nuova frontiera dell’open innovation sarà la cyborg innovation, ovvero l’integrazione delle tecnologie di intelligenza artificiale, GenAI e AI agents all’interno delle organizzazioni, per potenziare le sinergie e le funzionalità reciproche tra capacità umane e artificiali. Naturalmente non mancano punti critici nell’adesione al paradigma dell’open innovation, un tema non ancora consolidato e che continua ad essere una sfida per le imprese. I dati raccolti dall’Osservatorio Startup Thinking rivelano che soltanto l’8% delle aziende ritiene di aver costruito un modello solido, sufficientemente strutturato e completo di apertura all’innovazione. Il 18% ne sta misurando gli impatti e il 60% ha in programma di farlo.

L’assenza di metriche corrette per la misurazione del valore generato dall’open innovation limita le capacità di analisi e capitalizzazione sui risultati tangibili ed economici raggiunti. La principale criticità del fare innovazione digitale in azienda è proprio la capacità di definire meccanismi efficaci per misurarne l’impatto. Puntare alle idee esterne e alla loro integrazione all’interno dell’organizzazione per i processi di ricerca e sviluppo richiede nuovi meccanismi di valutazione, diversi dai tradizionali indicatori con cui si misurano abitualmente i risultati aziendali.

La tendenza del momento è favorire un approccio trasversale e diffuso in tutta l’impresa che trasformi l’innovazione in cultura aziendale. Un percorso che ha portato alla nascita della figura interdisciplinare dell’innovation champion o innovation ambassador, un professionista che favorisce il coordinamento tra la direzione innovazione e il resto dell’azienda, in particolare il business. L’innovation champion raccoglie le esigenze e le necessità del vertice e le trasmette alla funzione specifica, promuove la cultura dell’innovazione nell’organizzazione, partecipa dinamicamente alle attività di scouting e alle progettualità.

 

Esempi e casi di studio di open innovation

L’Osservatorio Startup Thinking del PoliMi conferma che il 72% delle grandi imprese italiane collabora con startup e partner esterni per pratiche di open innovation. I casi di studio sono numerosi. Cariplo ha lanciato la Cariplo Factory, un hub di innovazione aperto a Milano all’interno dell’area ex Ansaldo. Una filiera del talento che riunisce la banca e la sua fondazione, startup e giovani talenti per numerosi progetti di open innovation, da Azionamenti | Laboratorio di possibilità, una piattaforma contro la dispersione e l’abbandono scolastico, a Yasika, un’iniziativa per lo sviluppo dell’ecosistema imprenditoriale in Congo.

La multiutility dell’energia Edison ha aperto Risolve, una piattaforma innovativa di servizi per la gestione delle utenze e della casa e la soluzione alle emergenze: pulizie domestiche, lavanderia, pulizia di auto e moto, soluzioni salva spazio, riparazione di computer, elettrodomestici e impianti domestici. Enel punta da tempo sull’Innovation Hub Italia, una rete strategica di laboratori di ricerca e sviluppo dedicati all’open innovation e allo scouting di tecnologie innovative e sostenibili. Al momento sono attivi tre Hub&Lab dedicati a Milano, Pisa e Catania.

Il gruppo Enercom, una delle maggiori realtà italiane private del settore dell’energia, coopera con il GEOsmartcampus (la farm dell’innovazione che sviluppa progetti di open innovation) a NexTown per migliorare la digitalizzazione dei comuni di piccole e medie dimensioni. Le aree di intervento per servizi, prodotti e attività tecnologicamente avanzate a favore delle amministrazioni pubbliche sono il coinvolgimento dei cittadini (il cosiddetto citizen engagement), la mobilità e i trasporti, il welfare urbano (ossia il sistema di servizi che una municipalità offre ai cittadini e alla popolazione temporanea per garantire un livello di benessere adeguato ai bisogni), la cultura e il turismo, l’integrazione di processi e servizi, la sicurezza e l’efficientamento energetico.

Da un’idea di Eni, in collaborazione con Acea, Autostrade per l’Italia, Cisco, Ferrovie dello Stato, Bridgestone e NextChem del gruppo Maire, è nato ROAD (Rome Advanced District), un distretto dell’innovazione che fa ricerca scientifica, industriale e tecnologica sulle nuove filiere energetiche. L’area scelta per il progetto è un luogo simbolico di Roma: il Gazometro di Ostiense. Leonardo, la multinazionale attiva nei settori difesa, aerospazio e sicurezza, guida l’evoluzione tecnologica con la piattaforma di scouting Solvers Wanted, aperta alle attività di networking con università, istituti di ricerca, startup e PMI su scala globale.

I programmi di open innovation di Poste Italiane sono sia in Italia che all’estero: le collaborazioni attive sono con il Fintech District, il think-tank assicurativo IoT Insurance Observatory, il consorzio Open Italy e la piattaforma di open innovation Plug and Play, la più grande al mondo. È diventata addirittura un case study della Harvard Business School l’evoluzione di Telepass: è il miglior esempio italiano di innovazione per la trasformazione. Grazie all’innovazione e ai servizi tecnologici data-driven, il gruppo è passato da azienda attiva nel telepedaggio ad ecosistema di mobilità integrata, smart ed intuitiva. Il caso di studio si intitola Telepass: From Tolling to Mobility Platform ed è stato presentato dalla Facoltà di Business Administration, nel dipartimento Technology and Operations Management.

Immagine di Alessandro Zoppo

Alessandro Zoppo

Ascolta musica e guarda cinema da quando aveva 6 anni. Orgogliosamente sannita ma romano d'adozione, Alessandro scrive per siti web e riviste occupandosi di cultura, economia, finanza, politica e sport. Impegnato anche in festival e rassegne di cinema, Alessandro è tra gli autori di Borsa&Finanza da aprile 2022 dove si occupa prevalentemente di temi legati alla finanza personale, al Fintech e alla tecnologia.

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