Meno alcol nel bicchiere e nei conti: il vino arretra ma cresce il dealcolato

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L’alcool non brinda più. Il rallentamento dei consumi di alcol non è più un segnale episodico né un fenomeno confinato a singoli mercati. I dati mostrano una contrazione che attraversa l’intera filiera, dal vino di lusso considerato per anni un asset alternativo, fino ai grandi gruppi quotati che fanno i conti con vendite ferme, margini sotto pressione e portafogli da rivedere. Sullo sfondo, un cambiamento profondo delle abitudini di consumo, trainato da una crescente attenzione alla salute e da nuove preferenze generazionali, mentre prende forma un segmento che fino a pochi anni fa era marginale: quello delle bevande analcoliche e del vino dealcolato.

In questo articolo:

 

  • Il declino del vino di lusso e la fine della stagione speculativa
  • Alcol, consumi in calo e pressione sui conti dei produttori
  • Il caso Campari
  • Bevande analcoliche e vino dealcolato: un segmento che prende forma

 

Il declino del vino di lusso e la fine della stagione speculativa

Il mercato dei vini di pregio, a lungo simbolo di status e strumento di diversificazione patrimoniale, sta attraversando una fase di correzione marcata. L’indice Liv-ex Fine Wine 100, riferimento per il settore e spesso paragonato a un Dow Jones del vino, ha perso circa l’11% negli ultimi due anni. La flessione è diffusa e colpisce le principali denominazioni: i 500 Bordeaux più importanti segnano un calo del 17%, i grandi vini della Borgogna del 19%, la California del 15% e l’Italia dell’8%. Secondo gli operatori, il rallentamento non è legato a un singolo fattore congiunturale ma a dinamiche strutturali. La domanda asiatica, che aveva sostenuto i prezzi negli anni della bolla, si è ridimensionata dopo le campagne anticorruzione in Cina, mentre l’idea del vino come trofeo o investimento finanziario ha perso attrattiva. “I vigneti sono investimenti a lungo termine, utilizzati per 30 o 40 anni. Questo rende difficile un rapido aggiustamento strutturale. Già ora si registrano una serie di insolvenze e correzioni di valore significative nelle aziende vitivinicole quotate” ha dichiarato Simone Loose, direttrice dell’Institute for Wine and Beverage Business dell’Università di Hochschule Geisenheim in Germania.

 

Alcol, consumi in calo e pressione sui conti dei produttori

Il raffreddamento della domanda non riguarda solo il vino di alta gamma. I dati sui consumi mostrano una riduzione generalizzata dell’alcol nei principali mercati occidentali. In Europa, secondo Circana, il 71% dei consumatori dichiara di bere meno rispetto al passato, mentre quasi una persona su quattro tra i 25 e i 35 anni ha smesso del tutto di acquistare bevande alcoliche. Anche la partecipazione al Dry January, l’impegno a non consumare alcolici di alcun tipo per tutto il primo mese dell’anno, è cresciuta in modo significativo negli ultimi anni, tanto da renderlo un fenomeno globale, oltre che una tendenza. Secondo i dati dell’organizzazione britannica Alcohol Change UK, più di 17,5 milioni di persone in tutto il mondo hanno pianificato di partecipare alla sfida nel 2026 e oltre 200.000 lo avevano fatto formalmente utilizzando gli strumenti offerti dalla campagna nel 2025.

Questi cambiamenti si riflettono sui risultati economici e sulle valutazioni di borsa. Negli ultimi cinque anni, un paniere di grandi produttori di alcolici ha perso circa il 20%, mentre le aziende attive nelle bevande analcoliche hanno registrato performance nettamente superiori. A pesare sono vendite stagnanti, costi elevati, livelli di scorte ancora alti e, in molti casi, una leva finanziaria significativa, con rapporti debito netto/ebitda superiori a 3 volte.

 

Il caso Campari

In questo contesto si colloca il caso Campari, che resta uno dei gruppi più osservati del settore a Piazza Affari. I risultati 2025, attesi per il 4 marzo, dovrebbero confermare una crescita organica moderata, coerente con la guidance. Secondo le stime di Equita, il quarto trimestre potrebbe aver risentito di fattori specifici, come la disputa commerciale in Germania e l’impatto dell’uragano in Giamaica, mentre negli Stati Uniti si è registrata una normalizzazione del destocking che aveva penalizzato alcuni marchi nei trimestri precedenti. Sul fronte della redditività, il consenso si attende margini sostanzialmente stabili, nonostante l’impatto delle tariffe e investimenti in marketing rimasti elevati. Guardando al 2026, il contesto di domanda rimane difficile, con dati di sell-out in peggioramento negli Usa e un calo stabile in Europa. Campari continua a sovraperformare il mercato di riferimento, ma resta esposta alle stesse pressioni che colpiscono l’intero comparto. La strategia del gruppo si concentra sulla razionalizzazione del portafoglio, sul controllo dei costi e sul rafforzamento dei brand core, in un quadro di progressivo deleverage.

 

Bevande analcoliche e vino dealcolato: un segmento che prende forma

Mentre il consumo di alcol rallenta, cresce l’interesse per le alternative analcoliche e a bassa gradazione. I grandi gruppi del beverage stanno ampliando l’offerta in questo segmento, che intercetta nuove abitudini di consumo e registra tassi di crescita superiori alla media del settore. Anche il comparto vinicolo sta seguendo questa traiettoria. Il mercato globale dei vini dealcolati vale oggi circa 2,4 miliardi di euro e potrebbe raggiungere i 3,3 miliardi entro il 2028. In Europa il segmento è trainato soprattutto da Francia e Germania, mentre in Italia rappresenta ancora una nicchia. Tuttavia, dopo un lungo confronto, il governo ha definito un quadro normativo chiaro con un decreto interministeriale che disciplina produzione, autorizzazioni, aspetti fiscali e operativi. La norma distingue i produttori per volumi, regola le attività collaterali e introduce certezza giuridica in un ambito fino a poco tempo fa privo di riferimenti chiari. Secondo l’Osservatorio UIV-Vinitaly, la produzione italiana di vini dealcolati potrebbe crescere del 60% nel 2026, spinta soprattutto dalla domanda estera. Il segmento entra così ufficialmente nel perimetro regolato del settore vitivinicolo, mentre il resto della filiera continua a confrontarsi con un cambiamento profondo e duraturo dei consumi.

Immagine di Hillary Di Lernia

Hillary Di Lernia

Classe 1994 e laureata in scienze della comunicazione, si è specializzata in sociologia conseguendo successivamente un master in criminologia. Giornalista pubblicista, ha collaborato con diverse testate finanziarie tra cui Bluerating e Milano Finanza, occupandosi di risparmio gestito e approfondimenti sui mercati finanziari. Oggi svolge anche la professione di criminologa e giornalista d’inchiesta, con particolare attenzione alle dinamiche sociali, economiche e criminali.

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