A tredici anni dal lancio, il “Dry January” è ormai un termometro dei consumi: negli Stati Uniti, a gennaio 2025, una persona su tre ha almeno provato a rinunciare all’alcol. Il punto per i mercati finanziari, però, è che la riduzione non finisce il 31 gennaio: si sta trasformando in un trend strutturale, visibile nelle performance di Borsa. In cinque anni un portafoglio di produttori di bevande analcoliche ha guadagnato circa il 71%, mentre un paniere di big degli alcolici quotati ha perso circa il 20%, con un rimbalzo nell’ultimo anno trainato soprattutto dai birrifici.Dietro ai prezzi ci sono numeri operativi meno brillanti: volumi in calo per Heineken, vendite nette in flessione per Diageo, scivolone più marcato per Pernod Ricard. Quando la crescita rallenta, anche la redditività soffre: l’utile operativo di Diageo nell’esercizio chiuso a giugno 2025 è sceso sensibilmente, e anche chi ha contenuto l’urto ha visto ridursi l’utile per azione. A monte, Circana fotografa un’Europa che beve meno: il 71% dei consumatori dichiara di aver ridotto l’alcol e quasi un quarto tra 25 e 35 anni dice di aver smesso di acquistarlo. Non stupisce quindi il “valzer” ai vertici e i piani di razionalizzazione: i produttori devono difendere volumi e marchi proprio mentre cambia la domanda.
Azioni Campari: ristrutturazione, dismissioni e il test dei conti 2025
In questo scenario, le azioni Campari restano il barometro italiano del settore a Piazza Affari: negli ultimi cinque anni il titolo ha ceduto oltre il 30%, con un recupero contenuto nell’ultimo anno (circa +2,7% al 16 gennaio 2026). La traiettoria è coerente con un comparto sotto pressione, ma – come osservano diversi analisti – Campari mostra una tenuta relativa migliore rispetto ad alcuni colossi internazionali.
La società, dopo una fase di cambi al vertice, con Simon Hunt ha impostato un percorso di focus: taglio costi e cessione di marchi meno strategici. Nel 2025 sono usciti dal perimetro, tra gli altri, Cinzano e Frattina, oltre ad Averna e Zedda Piras. Il prossimo snodo per gli investitori è il 4 marzo, quando arriveranno i risultati 2025: secondo Equita, il fatturato organico atteso sarebbe intorno al +2% (leggermente sopra il consenso), con un quarto trimestre ancora in crescita ma più “normale” per confronti più difficili, specie in Europa. Sullo sfondo restano elementi specifici (disputa commerciale in Germania, uragano in Giamaica) e la normalizzazione negli Usa dopo il destocking che aveva pesato su Aperol. Margini 2026 e livelli tecnici: dove si gioca la partita per investimenti e trading
Il tema vero, più della crescita, è il margine: il mercato si aspetta stabilità, ma Equita ha limato le stime perché ritiene che gli investimenti di marketing siano rimasti elevati e che l’effetto tariffe sia più visibile, pur con un mix potenzialmente migliore. Il 2026 è l’incognita: domanda ancora difficile sia negli Usa sia in Europa, con Campari che “sovraperforma” leggermente il mercato ma resta in territorio negativo. Da qui l’idea che l’azienda possa ribadire un miglioramento graduale, senza tornare subito ai ritmi “high single digit” della guidance di medio periodo, e con possibile ulteriore impegno su pubblicità e promozioni.
Sul fronte valutazioni, il titolo viene descritto come più interessante di quanto racconti il sentiment: Equita ha tagliato il target price a 7,5 euro (da 8) ma conferma “buy”, citando deleverage, razionalizzazione e multipli compressi (P/E 2026 a 18,7 volte contro una media storica ben più alta). Guardando al grafico, le azioni Campari hanno oscillato per mesi in un canale laterale tra 5,34 e 6,11 euro: il superamento delle medie mobili segnala che il mercato sta provando a costruire un recupero.
In ottica di trading, un’impostazione rialzista può avere senso sopra area 5,9 con obiettivo 6,3 e stop a 5,5: la direzione è chiara, ma la partita – nel nuovo mondo in cui si brinda meno – si vincerà soprattutto tenendo insieme investimenti di marca e disciplina sui margini.