Le azioni Usa hanno ripreso a correre a Wall Street dopo che il tribunale statunitense ha considerato illegali i dazi imposti dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump. La sentenza ha sospeso l’applicazione delle tariffe reciproche e dei prelievi relativi al fentanyl. Si è trattato di un colpo al cuore della politica commerciale dell’amministrazione Trump che ha però riportato entusiasmo in Borsa.
Tuttavia, secondo l’ultima nota sulla Strategia Macro Quantitativa Globale di Citigroup, i gestori patrimoniali si sono allontananti dalle azioni statunitensi. L’analisi condotta sulle tendenze di allocazione degli asset manager che gestiscono oltre 20.000 miliardi di dollari, riporta come il mercato azionario a stelle e strisce sia in questo momento il meno preferito a livello globale. “Abbiamo osservato un’ulteriore riduzione degli asset statunitensi”, hanno scritto gli analisti di Citi. “Le azioni Usa sono ora scese a un’allocazione neutrale e rappresentano il mercato meno preferito”, riversamente da quanto accade per le azioni europee e giapponesi, che invece sono le prescelte, sottolineano gli analisti della grande banca americana.
Azioni Usa: dove potrà portare la sentenza del tribunale?
Come avviene spesso di fronte a notizie che spostano notevolmente i prezzi delle azioni, ci si chiede se i movimenti derivanti dalla sentenza del tribunale Usa possano essere considerati temporanei oppure abbiano caratteristiche strutturali.
I dazi sono stati i principali responsabili delle tensioni a Wall Street quest’anno e, solo quando Trump ha congelato le tariffe per 90 giorni, prima nei confronti degli altri Paesi esclusa la Cina e in un secondo momento verso la Cina stessa, le azioni hanno ripreso a salire.
A giudizio di Ajay Rajadhyaksha, managing director della ricerca globale FICC di Barclays, il miglioramento in corso potrebbe non essere sostenuto da una maggiore propensione al rischio.
Uno dei problemi derivanti dalla sentenza è che imprese e famiglie potrebbero accelerare le importazioni, nella prospettiva che ci possa essere un ribaltamento legale fino alla Corte Suprema, a cui l’amministrazione Trump ha detto di voler far ricorso. “Se l’anticipazione significa che molte delle importazioni del 2025 avvengono in un’era di tariffe molto basse (per alcuni mesi), le entrate tariffarie del 2025, almeno, deluderanno le aspettative”, ha affermato Rajadhyaksha, che ha avvertito di un ampliamento del deficit commerciale nella prima metà del 2025.
Tra l’altro, il disegno di legge fiscale approvato pochi giorni fa alla Camera comporta una riduzione delle tasse proprio perché conta sulle entrate previste dalle tariffe. “Questa sentenza indebolisce l’argomento politico per una nuova legge fiscale fiscalmente espansiva”, ha continuato Rajadhyaksha, “e potrebbe bloccare sia i negoziati commerciali che la pianificazione della politica fiscale”. In definitiva, la crescita a breve termine potrebbe essere stimolata dall’aumento dei flussi di importazione, ma “non è chiaro se questo sia un catalizzatore per un nuovo e sostenuto orientamento al rischio, date le complicazioni che potrebbe comportare per le entrate tariffarie, la legge fiscale e i mercati obbligazionari”, ha concluso l’esperto.









