Banche centrali: ecco l'effetto dei rialzi dei tassi sull'inflazione - Borsa&Finanza

Banche centrali: ecco l’effetto dei rialzi dei tassi sull’inflazione

Banche centrali: perché l'aumento dei tassi d'interesse abbassa l'inflazione

Attualmente tutte le principali Banche centrali del mondo, eccezion fatta per quelle giapponese e cinese, hanno lanciato una lotta senza quartiere nei confronti dell’inflazione, che ha raggiunto livelli insostenibili mettendo  in crisi l’economia. Quando i prezzi al consumo crescono troppo vi è una serie di conseguenze pericolose per le famiglie e le imprese. Le prime, infatti, vedono ridotto il loro potere di acquisto e di conseguenza diminuiscono i consumi. Questo comporta che le aziende vendono di meno e vedono calare i profitti. Di conseguenza, potrebbero essere spinte a ridimensionare l’attività, licenziando il personale. Tale effetto si riverbera sulle famiglie, che avranno una fonte importante di reddito in meno e quindi ridurranno ancora di più i consumi. Si crea, insomma, un circolo vizioso che strangola l’economia.

Sulla base di studi empirici, il livello ottimale di inflazione in un Paese si aggira intorno al 2%. Ed è per questo che le principali Banche centrali fissano tale livello come obiettivo di lungo termine. Ogni qualvolta il costo della vita si allontana da tale target in maniera non transitoria, ecco che gli istituti monetari intervengono per cercare di riportarlo a quella soglia. Lo strumento che più di ogni altro viene considerato efficace per lo scopo è quello dei tassi d’interesse. Quindi, se vi è inflazione alta, come in questo momento, le Autorità centrali alzano il costo del denaro. Quest’anno la Federal Reserve ha effettuato ben cinque rialzi, portando i tassi al 3,25%; la Banca Centrale Europea ha attuato due strette, con il tasso ufficiale che è arrivato all’1,25%; mentre la Bank of England ha adottato sei aumenti, spingendo i tassi fino al 2,25%.

 

Banche centrali: la relazione tra inflazione e tassi d’interesse

Ma che relazione c’è tra inflazione e tassi d’interesse? E perché se questi ultimi aumentano, si abbassano i prezzi? Intanto bisogna dire che i tassi d’interesse fissati da una Banca Centrale sono definiti anche tassi di sconto o tassi di riferimento. Tassi di sconto perché in realtà rappresentano lo sconto che l’istituto centrale applica alle banche che portano presso di essa i titoli e i mutui in portafoglio per ottenere liquidità. Tassi di riferimento perché su di essi le aziende di credito si basano nell’applicazione dei tassi d’interesse sui finanziamenti e mutui concessi e sui depositi della clientela.

Quando l’inflazione è alta, spesso è perché la domanda per beni e servizi è cresciuta in maniera considerevole facendo alzare i prezzi. Questo porta anche a una richiesta salariale maggiore e quindi a ulteriore aumento della domanda, in quella che viene conosciuta come spirale salari-inflazione. Il problema è molto serio allorché la crescita si è basata sull’indebitamento, perché le imprese hanno finanziato gli investimenti approfittando di tassi bassi e le famiglie hanno finanziato i consumi seguendo lo stesso meccanismo. A quel punto si determina un surriscaldamento dell’economia.

In altri termini, i prezzi troppo alti rischiano, attraverso l’erosione del potere d’acquisto, di far saltare il rimborso del capitale mettendo in crisi il sistema bancario. Quindi, le Banche centrali intervengono alzando i tassi d’interesse, in modo da raffreddare l’economia, ovvero scoraggiare il prestito e rallentare la domanda. Inoltre, con tassi più alti, le famiglie saranno maggiormente stimolate a risparmiare piuttosto che consumare, potendo ottenere un ritorno superiore dai propri depositi. Tutto ciò inevitabilmente porta a una contrazione dell’inflazione.

 

E se l’inflazione non dipendesse dalla domanda?

Ma è sempre così? Cioè, è sempre vero che alzare i tassi d’interesse automaticamente significa far scendere l’inflazione? In realtà non sempre. Abbiamo visto che i prezzi al consumo possono abbassarsi quando il rally è determinato da una crescita nel tempo della domanda e quindi se l’economia è in espansione. Vi sono però dei casi in cui l’inflazione è determinata da un deficit di offerta.

Ciò è avvenuto durante il primo shock petrolifero del 1973, quando i Paesi esportatori dell’OPEC decisero di troncare le esportazioni verso i Paesi NATO per l’appoggio di questi ultimi a Israele nella guerra con Egitto e Siria. Il fenomeno si è ripetuto con il secondo shock petrolifero del 1979, allorché il settore fu turbato dalla rivoluzione iraniana che culminò nell’aggressione all’Ambasciata americana. In entrambi i casi ci furono squilibri nel mercato energetico che si trasferirono sull’economia facendo lievitare i prezzi, ma non dipesero da un eccesso di domanda, bensì da eventi eccezionali che influirono sulle forniture.

Ma una crisi dell’offerta sta accadendo proprio adesso, con le problematiche alla catena di approvvigionamento generata dal Covid-19 e aggravata dalla guerra Russia-Ucraina. Per questa ragione vi sono dei dubbi che la politica attuale delle Banche centrali di aumentare ripetutamente il costo del denaro per frenare l’inflazione alla fine sortisca l’effetto sperato. Le mosse finora non sono state molto efficaci e il rischio è che si possa arrivare alla stagflazione, ovvero a un’inflazione permanente e a una scarsa crescita o addirittura recessione per effetto della distruzione della domanda.

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