C’è una verità scomoda che aleggia nell’industria del risparmio gestito. I fondi attivi, nella loro forma tradizionale, nella maggior parte dei casi non funzionano. Non funziona nel senso più concreto e misurabile possibile per un investitore: non batte il mercato. E quando lo fa, raramente riesce a farlo in modo persistente.
Non è un’opinione. È una fotografia statistica. A metterla nero su bianco, da anni, è la serie di report SPIVA (S&P Indices Versus Active), probabilmente la fonte più completa, sistematica per l’industria stessa. L’ultimo aggiornamento relativo all’Australia, apparentemente distante dal contesto europeo ma in realtà perfettamente rappresentativo delle dinamiche globali, è solo l’ennesima conferma di un trend che ormai non può più essere considerato episodico.
Nel primo semestre del 2025, il 71% dei fondi azionari australiani ha sottoperformato il proprio benchmark. Ma è quando si allunga lo sguardo che la realtà emerge in tutta la sua durezza: su un orizzonte di 15 anni, la percentuale sale all’85%. E non è un caso isolato.
In questo articolo:
- Fondi attivi, il tempo: il giudice più severo
- L’Europa e l’Italia
Fondi attivi, il tempo: il giudice più severo
Nel breve periodo, tutto è possibile. Un gestore può sovraperformare per un anno, due anni, talvolta anche cinque. Ma nel lungo periodo il rumore si dissolve e resta solo la struttura. E la struttura dice che la maggioranza perde. I dati SPIVA lo mostrano con una regolarità quasi brutale. Nei fondi azionari globali, si passa da una sottoperformance già significativa nel breve termine a percentuali che sfiorano il 96% su 15 anni. Nei fondi obbligazionari, spesso raccontati come terreno più favorevole alla gestione attiva, il risultato cambia poco: tra il 67% e il 76% dei fondi resta indietro su 10 e 15 anni.
Peraltro, c’è un altro fattore in più da considerare: un fondo attivo non deve solo essere bravo. Deve essere più bravo del mercato abbastanza da coprire i costi. E questo, nella maggior parte dei casi, non accade. Il risultato è inevitabile: la media dei fondi attivi finisce sotto il benchmark.
A questo punto, la difesa dell’industria si sposta su un altro piano. Non tutti i fondi battono il mercato, è vero. Ma alcuni sì. E il compito dell’investitore sarebbe quello di trovare i migliori. Tuttavia, anche i fondi che sono tra i migliori in un periodo raramente restano tali nel periodo successivo. In molti casi, la probabilità è statisticamente indistinguibile dallo zero.
C’è poi un’altra linea difensiva: la gestione attiva funzionerebbe meglio in alcuni segmenti meno efficienti, come le small cap o alcuni mercati obbligazionari. Anche qui, c’è un fondo di verità. È una verità che non cambia la sostanza. In alcune categorie, la percentuale di fondi che battono il benchmark è più alta. Ma resta comunque minoritaria. E soprattutto, tende a ridursi drasticamente con il tempo.
Inoltre, uno degli aspetti più sottovalutati riguarda la sopravvivenza dei fondi. Nel corso degli anni, una quota enorme di prodotti viene chiusa o fusa. Non perché abbia raggiunto i propri obiettivi, ma perché ha performato male. Questo crea un’illusione statistica. I dati che osserviamo sono già “filtrati”: includono solo i fondi sopravvissuti, cioè quelli relativamente migliori. Eppure, anche dopo questa selezione naturale, la maggioranza continua a sottoperformare. Se includessimo anche i fondi scomparsi, il quadro sarebbe ancora più severo.
L’Europa e l’Italia
Nel breve periodo, i numeri oscillano. Ma già su un orizzonte di cinque anni, la situazione diventa chiara: nella maggior parte delle categorie azionarie europee, oltre il 70% dei fondi attivi non riesce a battere il benchmark.
Superata la soglia dei dieci anni, si entra in un’altra dimensione. Le percentuali di sottoperformance salgono spesso tra l’80% e il 90% a seconda della categoria. E su 15 anni, in diverse aree del mercato azionario europeo, si arriva a livelli analoghi a quelli osservati in altri mercati globali: la stragrande maggioranza dei fondi resta indietro.
Non è un problema locale. È un problema sistemico. A questo punto entra in gioco il dato più scomodo, perché riguarda direttamente l’investitore italiano. All’interno dello SPIVA Europe Scorecard, le categorie che includono l’azionario europeo – e quindi i fondi tipicamente distribuiti anche in Italia – mostrano la stessa dinamica:
- su 5 anni, oltre il 70% dei fondi non batte il benchmark
- su 10 anni, si sale frequentemente sopra l’80%
- su 15 anni, in molte categorie si sfiora o si supera il 90%
Questo significa che, su un orizzonte coerente con la pianificazione finanziaria reale, 9 fondi su 10 fanno peggio del mercato. Non “non brillano”. Fanno peggio.









