Fondi indicizzati: ecco 5 ragioni per cui sono preferibili alla gestione attiva

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Quando nel 1976 Jack Bogle – fondatore di Vanguard, uno dei più grandi gestori patrimoniale del mondo – lanciò il primo tra i fondi indicizzati sull’indice S&P 500, il mondo del risparmio gestito cambiò e da allora non tornò più come prima. La mossa di Bogle ruppe lo status quo di un sistema che remunerava i gestori dei fondi con generose commissioni a scapito dei rendimenti degli investitori. Da allora si verificò un graduale passaggio dalla gestione attiva ai fondi che riproducevano fedelmente un indice borsistico e che presentavano l’enorme vantaggio di costare poco. In questo articolo:

 

  • La scommessa di Warren Buffett
  • Fondi indicizzati: perché battono la gestione attiva

 

La scommessa di Warren Buffett

Nel 2006, in occasione della riunione annuale degli azionisti della Berkshire Hathaway, il più grande investitore di ogni tempo Warren Buffett lanciò uno sfida: nessun gestore attivo avrebbe battuto un fondo indicizzato all’S&P 500 in un orizzonte temporale di 10 anni. L’oracolo di Omaha mise sul piatto 1 milione di dollari. Per due anni nessuno si fece avanti, mentre periodicamente Buffett rinnovava la scommessa. Il motivo per cui azzardò così tanto era dettato dal fatto che il leggendario investitore aveva poca stima dei gestori e contestava le loro ricche commissioni. “Preferirei che i miei soldi venissero gestiti da un branco di scimmie cieche che lanciano freccette verso l’S&P 500 piuttosto che da idioti strapagati”, dichiarò una volta.

Nel 2008, però, qualcuno accettò la sfida. Si trattava di Ted Seides, gestore dell’hedge fund Protégé Partners. In verità, il suo era un fondo di fondi. Quindi, Seides rappresentava più un venditore che un gestore patrimoniale, in quanto selezionava i fondi che gestivano il denaro per lui. Come andò a finire? L’esito del match fu clamoroso. Nel 2018, alla scadenza della scommessa, il fondo indicizzato scelto da Buffett ottenne una performance del 125,9%, a fronte di appena il 36% degli hedge fund di Seides. Bisogna considerare che un 60% di rendimento finì nelle tasche dei gestori attivi come commissioni. Quindi, anche escludendo i costi, la bilancia era nettamente a favore di Buffett.

 

Fondi indicizzati: perché battono la gestione attiva

C’era bisogno della scommessa di Buffett per dimostrare la supremazia dei fondi indicizzati rispetto a quelli a gestione attiva? Non proprio. Molti studi negli anni hanno dimostrato una realtà fin troppo evidente. Le ragioni sono cinque:

 

  • Costi di gestione delle operazioni
  • Tassazione
  • Prevedibilità
  • Sempre a mercato
  • Valutazione semplice

 

La prima sono i costi di gestione e delle operazioni. Prima che Jack Bogle rivoluzionasse il mondo del risparmio gestito, vigeva la regola del 2/20, ovvero il gestore patrimoniale tratteneva il 2% di spese di gestione annuale e il 20% sulla performance del fondo. Senza contare le spese di ingresso e di uscita dal fondo stesso. Tra l’altro, all’inizio di ogni anno la situazione veniva azzerata, nel senso che se il fondo chiudeva in perdita un anno, in quello successivo tale perdita non veniva conteggiata nel calcolo del risultato finale su cui applicare il prelievo del 20%. Oggi i fondi gestiti attivamente caricano spese annuali che normalmente arrivano anche a oltre un punto percentuale su base annua. Al confronto, i fondi indicizzati addebitano spese di gestione che possono essere inferiori allo 0,05% dell’investimento. Il motivo di questo divario sta nel fatto che mentre i fondi attivi esercitano una rotazione dei titoli che in media si aggira intorno al 100% su base annua, quelli passivi hanno un’operatività pari allo stretto indispensabile per mantenere il fondo proporzionato all’indice seguito.

La seconda ragione è la tassazione. I fondi indicizzati sono molto più efficienti dal punto di vista fiscale, perché non vendono in continuazione i titoli per realizzare profitti su cui occorre pagare le tasse, così come fanno invece i fondi attivi. Le tasse sono una variabile molto importante, perché quando sono pagate sui redditi da capitale riducono sostanzialmente il rendimento netto. I fondi indicizzati permettono di rinviare la tassazione al momento in cui l’investitore decide di vendere la quota, evitando l’assoggettamento alle imposte quando il reddito da capitale è in formazione.

Una terza ragione che rende preferibile i fondi indicizzati è la loro maggiore prevedibilità. In sostanza, si può essere ragionevolmente certi che seguiranno il benchmark. Quando si acquista un fondo gestito attivamente, non si è mai sicuri di come si comporterà rispetto a uno strumento analogo.

In quarto luogo, il fondo indicizzato è sempre pienamente investito. Il fondo a gestione attiva alterna periodi di elevata liquidità ad altri in cui questa è bassa. Il fatto è che non è mai dato di saperlo in tempo reale e il tempismo sui mercati non sempre funziona a dovere.

Infine, mentre è facile valutare i fondi indicizzati, la stessa cosa non può dirsi per quelli a gestione attiva. Con i primi, si sa benissimo cosa si sta acquistando e tutta la procedura di investimento è estremamente semplificata e trasparente. Al contrario, esistono fondi attivi  dove è difficile sapere cosa stiano effettivamente facendo.

Immagine di Redazione

Redazione

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