Latte, dal biennio d’oro al crollo dei prezzi: come la filiera è finita sotto stress

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Nel 2025 il latte sembrava non bastasse mai e il mercato premiava ogni litro prodotto, oggi ce n’è in eccesso e il prezzo spot è scivolato fino a 23,20 euro per 100 litri, il livello più basso dal 2015 e lontano dai picchi registrati appena pochi mesi fa.

Il cambio di scenario, arrivato dopo un biennio di forte redditività per la filiera, ha innescato la disdetta di contratti, un crescente ricorso all’import di latte a basso prezzo e sta mettendo sotto forte pressione gli allevatori, ai quali viene chiesto di ridurre bruscamente la produzione, spesso anticipando la fine carriera delle bovine e rivedendo al ribasso i piani di stalla.

 

In questo articolo:

 

  • Latte, prezzi spot in caduta libera
  • Cosa sta schiacciando il prezzo del latte italiano
  • Crisi del latte, le mosse della politica e l’allarme della filiera

 

Latte, prezzi spot in caduta libera

Prezzo del latte crudo spot nazionale
Prezzo del latte crudo spot nazionale. Fonte: CCIAA Milano Monza Brianza Lodi

La filiera lattiero-casearia italiana è entrata, nel giro di pochi mesi, in una delle crisi di prezzo più brusche dall’abolizione delle quote (un sistema di contingentamento della produzione di latte nell’Unione Europea volto a limitare l’eccesso di offerta e stabilizzare i prezzi). A luglio 2025 il latte spot quotato dalla Camera di commercio di Milano-Lodi viaggiava in media a 68,30 euro per 100 litri, a gennaio 2026 il prezzo si è più che dimezzato a 28,78 euro e il 23 febbraio è sceso a 23,20 euro, il livello più basso dal 2015. Il mercato spot rappresenta una quota minoritaria ma sempre più rilevante del latte trasformato, stimata sopra il 10% del totale. È qui che il calo dei prezzi è stato più violento, trascinato anche dalle quotazioni del latte pastorizzato in cisterna importato soprattutto da Germania e Francia, quasi 900 mila tonnellate nel 2024. L’effetto si è rapidamente trasmesso agli accordi interprofessionali: per il periodo gennaio-marzo 2026 il prezzo è stato fissato su una scala discendente fino a 52 euro per 100 litri, circa il 13% in meno rispetto al livello in vigore fino ad agosto 2025. A fronte di questa dinamica, i prezzi al consumo seguono un’altra traiettoria: a dicembre 2025 l’indice dei prezzi alla produzione dei lattiero-caseari è sceso del 6% su base annua, mentre l’indice al consumo di latte e derivati è aumentato del 4,4%, complice lo sfasamento temporale tra listini all’ingrosso e scaffale e il recupero dei margini distributivi compressi nel 2024.

 

Cosa sta schiacciando il prezzo del latte italiano

All’origine della crisi c’è un forte eccesso di offerta. Tra metà 2023 e metà 2025 la combinazione di prezzi in rialzo e costi in lieve calo ha spinto gli allevatori ad aumentare numero di capi e rese produttive. Nel secondo semestre 2025 la produzione europea è salita di circa il 4% rispetto allo stesso periodo del 2024, con incrementi anche negli Stati Uniti, in Nuova Zelanda e nel Regno Unito. Nel nostro Paese il movimento si innesta su una tendenza di lungo periodo: dalla fine delle quote (2015) la produzione italiana è cresciuta di circa il 20% contro un +8% scarso dell’Unione, mentre il tasso di autoapprovvigionamento è passato dal 75% del 2015 all’attuale 95%. Importazioni complessive di latte e derivati sono rimaste stabili tra 7 e 8 milioni di tonnellate equivalenti, ma le esportazioni sono salite da 2,5 a oltre 7 milioni di tonnellate, rendendo la filiera più esposta agli shock internazionali. In parallelo, le eccedenze hanno alimentato le vendite all’estero di burro e latte scremato in polvere; la svalutazione del dollaro ha reso meno costose le importazioni nell’area euro e più care le esportazioni verso i Paesi extra-UE, mentre la fissazione di dazi, seppur variabili, ha ridotto del 5% le importazioni di formaggi negli Stati Uniti. Nella seconda metà del 2025 i prezzi all’ingrosso europei e mondiali dei lattiero-caseari sono così scesi rapidamente, con ribassi nell’ordine del 50% per il burro e del 10% per il Grana Padano, a fronte di aumenti per il Parmigiano Reggiano e la maggior parte degli altri formaggi.

 

Crisi del latte, le mosse della politica e l’allarme della filiera

 Nel breve periodo le prospettive indicano prezzi spot ancora su livelli bassi, seppur con un possibile recupero graduale legato alla riduzione dell’offerta attraverso la macellazione degli animali meno produttivi e a una domanda estera stimolata da listini più contenuti. Sul piano delle politiche di settore, a fine gennaio si è riunito il tavolo latte” al Ministero, che ha messo sul tavolo alcune proposte da portare a Bruxelles: un programma europeo di finanziamenti per la riduzione volontaria della produzione e aiuti all’ammasso privato per i derivati. Le iniziative sono state presentate nel Consiglio Agrifish del 26 gennaio insieme a quelle di altri Stati membri, ma finora non sono state assunte decisioni e il tema non è stato ripreso nella riunione del 23 febbraio. A livello nazionale è prevista l’estensione anche al 2026 degli strumenti di sostegno alla domanda interna, come il programma “latte nelle scuole” e gli acquisti di formaggi per il fondo indigenti.

All’interno della filiera cresce intanto la preoccupazione per gli effetti strutturali della crisi. “La sovrapproduzione avvenuta nel 2025 di latte è stata devastante”. A dirlo è Stefano Berni, direttore generale del Consorzio Tutela Grana Padano, in un’intervista a Il Dolimiti, che collega il deterioramento delle condizioni di mercato alle spinte eccessive alla produzione, soprattutto nelle stalle di pianura in Italia, Germania e Francia. L’accordo siglato al Ministero prevede che i quantitativi pari a quelli dello scorso anno vengano pagati 55 centesimi al litro, mentre sulla produzione eccedente il prezzo scende a 22 centesimi, con l’obiettivo di frenare l’aumento di volumi registrato nel 2025. Secondo Berni, l’eccesso di redditività ha indotto numerosi allevamenti a trattenere in produzione un numero elevato di bovine anziane e a inserire nuove manze senza procedere alle necessarie macellazioni: “Bisogna finirla di tenere in stalla le vacche ‘dalla barba bianca’.” Una dinamica che ha spinto in alto anche il valore di questi capi e della carne e che, nel nuovo contesto di prezzi, rischia di mettere in difficoltà soprattutto gli allevamenti più fragili, in particolare nelle aree montane, con ricadute economiche e sulla gestione del territorio.

Immagine di Hillary Di Lernia

Hillary Di Lernia

Classe 1994 e laureata in scienze della comunicazione, si è specializzata in sociologia conseguendo successivamente un master in criminologia. Giornalista pubblicista, ha collaborato con diverse testate finanziarie tra cui Bluerating e Milano Finanza, occupandosi di risparmio gestito e approfondimenti sui mercati finanziari. Oggi svolge anche la professione di criminologa e giornalista d’inchiesta, con particolare attenzione alle dinamiche sociali, economiche e criminali.

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