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Mercati emergenti: cosa ci insegna l’ennesimo crollo

Mercati emergenti, storia di crisi

Nel primo semestre 2022 l’indice Msci Emerging Markets ha segnato un passivo di -15%. Le tensioni geopolitiche, la crescita globale in rallentamento, la ripresa dell’inflazione, la maggiore vulnerabilità di questi mercati al ciclo di rialzo dei tassi USA e i minori spazi di manovra fiscale, stanno esercitando pressioni al ribasso sui mercati emergenti. Guardando alla storia si può capire come esista una ciclicità precisa che guida i movimenti di questi mercati, che nel corso del tempo hanno abituato gli investitori ad ascese sorprendenti seguite da rovinose cadute.

 

Mercati emergenti: tra eccessi e crolli

Un primo illuminante esempio di come si muovano i mercati emergenti, in conseguenza dei flussi di capitale dall’estero da cui sono strettamente dipendenti, risale al 1824/1825. In questi anni si diffuse alla Borsa di Londra un’eccitazione febbrile legata all’acquisto di titoli di Stato dei nascenti paesi dell’America latina, divenuti indipendenti in seguito della disgregazione degli imperi coloniali di Spagna e Portogallo. L’acquisto dei titoli di Stato di questi Paesi lasciava intravedere corsi crescenti e promettenti guadagni di capitale, ingolosendo contro ogni principio di razionalità economica, un crescente numero di investitori britannici. Il risultato fu la creazione di una bolla attorno a titoli di emittenti scarsamente affidabili. Ma questa è solo la parte finale della storia.

È bene raccontare perché si arrivò a tale punto. Negli anni venti dell’Ottocento l’Inghilterra usciva da una lunga crisi monetaria dovuta alle guerre napoleoniche, caratterizzata da alta inflazione ed elevato debito pubblico. Quest’ultimo nel 1815 aveva raggiunto la cifra monstre di 778 milioni di sterline. Una nuova disponibilità di capitali da mettere a rendita si concentrava nuovamente sulla piazza di Londra, divenuta il crocevia della finanza globale. La grande liquidità in cerca di investimenti fu attratta dalla sterminata disponibilità d’oro e argento delle miniere del Nuovo mondo. Nel momento in cui i Paesi sudamericani si rivolsero al mercato per reperire risorse con cui finanziare la spesa pubblica per la propria crescita, i merchant banker di Lombard Street e i loro clienti non si fecero trovare impreparati. In un clima di “euforia irrazionale” questi Stati di recente formazione raccolsero oltre 20 milioni di sterline. In cambio sui mercati europei arrivarono bond rappresentativi dei prestiti diretti a Perù, Brasile, Argentina, Gran Colombia, Messico e Cile. Il tasso d’interesse era del 6% annuo.

La corsa all’acquisto di tutto ciò che aveva parvenza di essere un’obbligazione sudamericana raggiunse eccessi da manuale. Sir Ewan MacGregor, avventuriero scozzese e mercenario nell’esercito di Simon Bolivar, convinse i banchieri della City ad investire addirittura nel fantomatico Principato di Poyais, nella Baia di Honduras. Attraverso un’offerta al pubblico di obbligazioni raccolse 160.000 sterline. La truffa venne alla luce il 23 gennaio 1824. MacGregor riuscì perfino a persuadere 250 suoi connazionali ad attraversare l’Atlantico per stabilirsi nella capitale di Saint Joseph, fantomatica quanto il Principato di Poyais e ricca, a suo dire, di risorse incontaminate e terra fertile. Solo una cinquantina di loro fece ritorno sopravvivendo a malaria e febbri tropicali.

Anche il mercato azionario ebbe la sua bella bolla. La diffusione di obbligazioni dell’America meridionale aprì la strada al boom delle azioni delle compagnie minerarie. Nel solo 1824 sul Royal Exchange furono quotate 74 nuove società. Centro sterline investite nell’indice minerario latinoamericano nell’agosto 1824, diventarono ben 511 al picco della bolla, nel febbraio 1825.

 

Un continente in default

Avrete intuito che non finì proprio bene. Pochissimi riuscirono a ripagare le laute cedole promesse e a rimborsare integralmente il capitale nominale delle obbligazioni alla scadenza. Il continente finì in default, inaugurando una lunga serie di ristrutturazioni del debito pubblico che arriva fino ai giorni nostri. Cile, Colombia e Perù dichiararono bancarotta nel 1826, l’Argentina un anno più tardi, il Messico, che aveva raccolto ben 6,4 milioni di sterline, divenne insolvente nel 1827 per poi ripetersi nel 1833 e nel 1844.

Per quanto riguarda le azioni minerarie, nel 1826 il loro prezzo precipitò fino a raggiungere un minimo di 27 sterline. Anche Benjamin Disraeli, leader dei Tory e futuro primo ministro conservatore sotto la regina Vittoria nel 1868 e poi nel 1874-1880, venne travolto dalla bolla finanziaria. In affari con il finanziere John Diston Powles, nelle azioni minerarie aveva investito una fortuna. Nel 1849 gli rimanevano ancora da saldare 1.200 sterline di debito contratto per l’acquisto dei titoli sudamericani, di cui aveva incoraggiato pubblicamente la negoziazione anche dalle colonne del quotidiano The Representative.

Perfino le banche inglesi avevano investito direttamente nei titoli sudamericani. Quando la bolla scoppiò la banca Pole, Thorton and C. fu la prima a fallire. Questo innescò una corsa generalizzata agli sportelli in tutto il paese. Trenta banche fallirono nel dicembre 1825. Altre 33 lo fecero nel corso del primo trimestre 1826. Circa il 18% del sistema bancario inglese rimase coinvolto nella crisi. La Bank of England dovette intervenire per evitare il collasso dell’intero sistema bancario. La contrazione del PIL nazionale nel 1826 fu di circa il 5,3%. Il romanzo storico Ovington’s Bank, dello scrittore Stanley J. Weyman, racconta le vicende di quei giorni drammatici.

 

Le nuove miniere digitali

Oggi le nuove miniere sono digitali. Si estraggono criptovalute mediante l’attività di mining. La volatilità di tali attivi sul mercato è però rimasta la stessa delle miniere latinoamericane dell’Ottocento. Narrazioni collettive e virali hanno spinto anche i piccoli investitori ad acquistare tali asset in conseguenza dell’azzeramento dei rendimenti dei titoli governativi e della liquidità abbondante. Da novembre scorso sono 1.600 i miliardi di dollari persi dall’universo delle criptocurrency. Il solo Bitcoin ha ceduto il 50% rispetto al suo picco di sei mesi fa, a causa della fuga degli investitori dagli attivi più speculativi dopo l’ondata di aumento dei tassi a livello globale. Del resto, per mettere in crisi le sue quotazioni era stato sufficiente ben poco in passato. Un tweet di Elon Musk o un attacco hacker. Lo stesso vale per Ethereum che da inizio anno ha ceduto il 65% del suo valore. Una fine peggiore è toccata alla stablecoin Terra-Luna che ha perso l’ancoraggio con il dollaro, sua valuta di riferimento. Il prezzo della criptomoneta si è azzerato in pochi giorni a seguito del pesante sell-off. Anche i 250 dollari ad azione di fine 2021 della piattaforma Coinbase sono diventati a oggi 55, con una contrazione di valore di quasi l’80%.

Attenzione, quindi. Prima di investire bisogna valutare i fondamentali e solo dopo l’andamento del prezzo di Borsa. Corsi e ricorsi storici. Gianbattista Vico docet.

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