Nel confronto sulla sostenibilità del sistema previdenziale, la pensione 64 anni torna al centro delle valutazioni del governo. Nel Documento programmatico di finanza pubblica non se ne fa menzione, ma il tema resta vivo ai tavoli tecnici del Ministero dell’Economia e del Lavoro. L’obiettivo è trovare un equilibrio tra il contenimento della spesa e la necessità di evitare che, dal 2027, scatti l’aumento automatico di tre mesi dell’età di pensionamento previsto dalla riforma Fornero.
Ma quanto costerebbe rinviare questo aumento? Chi potrebbe beneficiarne? E che ruolo avrebbe l’ipotesi di pensione anticipata con il Tfr trasformato in rendita?
In questo articolo:
- Quanto costa allo Stato il rinvio dello “scalino” del 2027
- Pensione 64 anni, stop aumento di 3 mesi per chi ha 64 anni nel 2027
- L’alternativa della Ragioneria: aumento minimo o finestra mobile
- Il legame tra aspettativa di vita e coefficienti di trasformazione
- Pensione a 64 anni con 25 anni di contributi e Tfr in rendita
- Il rischio di assegni più bassi con il blocco parziale
Quanto costa allo Stato il rinvio dello “scalino” del 2027
Il governo è consapevole che fermare lo scalino del 2027 avrebbe un impatto immediato sui conti pubblici. Secondo le proiezioni interne, posticipare l’aumento dell’età di uscita al 2029 comporterebbe una spesa aggiuntiva di circa 3 miliardi di euro. Un onere che rischierebbe di compromettere il percorso di riduzione del deficit concordato con Bruxelles e di allontanare gli obiettivi di equilibrio della finanza pubblica. Per questo, pur non comparendo nel DPFP, il tema resta in discussione. L’idea è quella di individuare un intervento mirato, in grado di contenere i costi ma di offrire un margine di flessibilità a chi è ormai vicino alla pensione.
Pensione 64 anni, stop aumento di 3 mesi per chi ha 64 anni nel 2027
L’ipotesi principale su cui lavorano gli uffici tecnici prevede che lo stop all’aumento dei tre mesi valga soltanto per chi, nel 2027, avrà compiuto 64 anni. Per questi lavoratori, l’età di pensionamento resterebbe invariata, mentre per tutti gli altri – anche per chi possiede lunghe anzianità contributive – scatterebbe comunque l’aumento previsto.
Un esempio chiarisce la portata della misura: un lavoratore di 62 anni nel 2027, pur avendo 42 anni e 10 mesi di contributi, non rientrerebbe nella platea dei beneficiari e vedrebbe applicato lo scalino. Il vantaggio di questa formula è evidente sul piano dei costi. Riducendo la platea, la spesa annua scenderebbe da circa 1 miliardo a 300 milioni di euro, una cifra sostenibile per i parametri di bilancio e compatibile con gli impegni presi a livello europeo.
L’alternativa della Ragioneria: aumento minimo o finestra mobile
Accanto alla soluzione principale, la Ragioneria generale dello Stato ha avanzato una proposta di compromesso. L’idea è quella di far scattare almeno un mese di aumento nel 2027, oppure di introdurre una finestra mobile tra il momento in cui si matura il diritto alla pensione e quello in cui l’assegno viene effettivamente erogato.
Tale finestra, già applicata in passato per le pensioni anticipate, consentirebbe di ridurre l’impatto immediato sui conti pubblici, mantenendo al tempo stesso il principio di adeguamento all’aspettativa di vita. L’obiettivo è evitare un blocco totale che potrebbe essere interpretato negativamente dai mercati e dalle agenzie di rating, sempre attente all’andamento della spesa previdenziale italiana.
Il legame tra aspettativa di vita e coefficienti di trasformazione
Il nodo centrale resta l’adeguamento dell’età pensionabile all’aspettativa di vita, introdotto con la legge Fornero.
Il meccanismo serve a stabilizzare la spesa: se aumenta la durata media della vita, si allunga anche la permanenza in pensione e, di conseguenza, cresce il fabbisogno di risorse.
L’adeguamento anagrafico è collegato ai coefficienti di trasformazione, cioè le percentuali con cui i contributi versati vengono convertiti in assegno pensionistico. Quando la speranza di vita cresce, i coefficienti si abbassano, perché i contributi devono coprire un periodo di erogazione più lungo.
La Ragioneria generale ha avvertito che, se si congelasse l’aumento dell’età di uscita senza modificare i coefficienti, l’effetto finale sarebbe una riduzione media delle pensioni di circa il 9 per cento. Un taglio involontario che penalizzerebbe proprio chi dovrebbe beneficiare della misura.
Pensione a 64 anni con 25 anni di contributi e Tfr in rendita
Sul tavolo resta anche la proposta del sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon che punta a introdurre una forma di pensione anticipata a 64 anni per chi può contare su almeno 25 anni di contributi.
Il meccanismo prevederebbe di utilizzare il Tfr accumulato come integrazione della pensione pubblica, trasformandolo in una rendita mensile.
L’obiettivo è garantire un assegno non inferiore a 1.600 euro al mese ai pensionati, soglia che permetterebbe l’uscita anticipata senza pesare sulla spesa dello Stato. La proposta si ispira al modello già introdotto per i lavoratori del sistema contributivo puro, che possono sommare la rendita dei fondi pensione integrativi all’assegno Inps per raggiungere i requisiti previsti dalla Fornero.
Durigon ha definito i 64 anni come “età della libertà pensionistica”, ma la misura richiede ancora una definizione tecnica precisa, soprattutto sul fronte dei calcoli e della gestione del Tfr trasformato in rendita.
Il rischio di assegni più bassi con il blocco parziale
La Ragioneria ha posto un ulteriore problema: i coefficienti di trasformazione continuano ad abbassarsi anche se l’età pensionabile resta ferma. Ciò significa che, senza un intervento coordinato, i lavoratori potrebbero andare in pensione prima ma con assegni ridotti fino al 9%. Una riduzione che si sommerebbe all’effetto del calcolo contributivo, già meno generoso rispetto al sistema retributivo.
L’eventuale sospensione dello scalino, quindi, dovrà essere accompagnata da un’attenta revisione dei parametri, per evitare squilibri e tutelare la sostenibilità del sistema.









