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Pet economy: l’impatto degli animali domestici sull’economia

Un cane e un gatto

Secondo il rapporto Assalco – Zoomark del 2023, in Italia nel 2022 si contano 65 milioni di animali domestici che vivono in famiglia. Sono loro a far girare la pet economy, un mercato che vale 220 miliardi di euro all’anno in tutto il mondo e più di 4 miliardi soltanto da noi. A sorpresa, gli animali domestici più diffusi sono i pesci (30 milioni di esemplari), seguiti da uccelli (13 milioni), gatti (10,2 milioni), cani (8,8 milioni), piccoli mammiferi (1,8 milioni) e rettili (1,4 milioni). L’Italia è anche al primo posto in Europa per il rapporto tra numero di animali e popolazione e al terzo a livello mondiale per la vocazione pet friendly.

 

Cos’è la pet economy e che impatto ha sull’economia

Per pet economy (o pet industry) si intende il settore dell’economia che ruota intorno agli animali domestici: un mercato dal grande potenziale che non sembra conoscere crisi. In questo segmento rientrano il cibo (umido, semi-umido, secco, mangimi, senza cereali, biologico, vegetariano e vegano), le cure dal veterinario e i farmaci, il dog walking e il cat sitting, l’istruzione, i centri di alloggio e le pensioni per cani, gatti, piccoli roditori, uccelli, pesciolini, furetti, rettili e tartarughe. Senza dimenticare il settore delle assicurazioni per animali domestici, non più obbligatorie ma un comparto in forte crescita.

In Italia ci sono 35 milioni di possessori di animali domestici: in media ciascuno spende 120 euro all’anno per il proprio pet. Nel mondo, il giro d’affari della pet economy arriva a 220 miliardi di euro: il 55% finisce in prodotti per l’alimentazione (il pet food), il restante 45% va al pet care, ovvero le spese per le cure veterinarie, i farmaci, le assicurazioni, l’istruzione, l’igiene e la bellezza, l’abbigliamento, le attrezzature e gli accessori, le cucce indoor e le casette outdoor, i giochi e così via. Numeri impressionanti che rappresentano un fenomeno interessante per gli investitori.

Il business della pet industry è particolarmente significativo negli Stati Uniti, il principale mercato mondiale da 136,8 miliardi di dollari e dove i proprietari spendono mediamente 730 dollari pro-capite per ogni cane. Le famiglie statunitensi proprietarie di un animale domestico sono 85 milioni, un numero nettamente superiore a quelle con figli, ferme a 50 milioni. In Italia, soltanto per il cibo, la spesa nel 2022 è arrivata a 2,8 miliardi di euro, con una crescita in valore dell’11,4% e dello 0,8% in termini di volume. Il Nord, in particolare Ovest, sviluppa oltre la metà delle vendite (54%); il Centro e la Sardegna il 27,9%, il Sud resta indietro con il 18,2% del totale. Cifre comunque “bestiali”, che non tengono in conto di molti servizi che sfuggono alle rendicontazioni ufficiali.

 

Le cause del boom della pet industry

Negli ultimi vent’anni la pet economy ha quintuplicato il suo volume: le cause principali sono da riscontrare nella progressiva umanizzazione degli animali domestici, nell’invecchiamento della popolazione, nella pandemia (che ha visto aumentare le adozioni legali ma anche gli abbandoni) e nell’esplosione delle economie emergenti come quelle dei BRICS. In Cina in particolare, ma anche in India e Russia, il settore ha conosciuto una notevole espansione, con una domanda in crescita costante e una spesa forte in prodotti, alimenti e cure per gli animali. Il trend non è destinato a diminuire nell’immediato futuro, anzi: il mondo è sempre più a misura di pet, con un’attenzione superiore alla qualità del cibo per le ripercussioni che può avere sulla salute degli animali.

Su 673.449 tonnellate di cibo per animali vendute in Italia nel 2022, spopolano gli alimenti premium: quelli ricchi in proteine, calcio, vitamine e omega 3, made in Italy e che non contengono grassi idrogenati, zuccheri e conservanti. Poco importa dell’impatto dell’inflazione e dell’aumento generalizzato dei prezzi: sugli scaffali dei negozi specializzati e della grande distribuzione l’alimentazione attenta al benessere degli esseri umani procede di pari passo a quella degli animali d’affezione. Si spiegano così gli ingenti investimenti della pet industry in ricerca e sviluppo di prodotti ad elevato valore aggiunto. D’altronde, sul fronte salute, in Italia risultano attive 8.596 strutture veterinarie private, divise in 6.602 ambulatori, 1.062 cliniche, 858 studi e 74 ospedali e pronto soccorso.

Il segmento degli umidi si conferma quello più importante nel 2022, con 1,3 milioni di euro pari al 48,4% di quota sul totale mercato. Non è da meno il comparto degli accessori, in crescita del 3,2% (l’11,7% tenendo conto soltanto dei prodotti per l’igiene) rispetto al 2021 con i suoi 80,1 milioni di euro. Rappresentano una voce a parte le lettiere per gatto: il valore ammonta a 87,7 milioni, con una crescita che arriva al 9,7%. Pure in questo caso, la diversificazione è la carta vincente: in commercio ormai ci sono lettiere di ogni tipo e materiale incluse quelle autopulenti, che hanno un’autonomia di 10-15 giorni, costano tra i 300 e i 1.000 euro e fanno sparire i bisogni dei felini tramite un sistema a rotazione che individua e smaltisce quello che deve essere aspirato e chiuso in un sacchetto.

 

Le tendenze della pet economy per il futuro

Gli animali d’affezione sono ormai considerati una parte integrante delle famiglie in cui vivono. La relazione con i pet ha acquisito un valore centrale nella società e contribuisce alla serenità delle persone, specialmente bambini, adolescenti ed anziani. È per questo che la pet economy è a prova di recessione: anche online le vendite di alimenti per cani e gatti sono in aumento, con una crescita del canale del 104% e un fatturato di 49 milioni di euro. Una delle categorie di Amazon più cliccate è Prodotti per animali domestici, dove rientra di tutto: dai togli pelo ai distributori automatici di crocchette, passando per gli igienizzanti che eliminano i cattivi odori, vini e birre analcoliche e bolle di sapone al gusto di pancetta e burro di arachidi per stimolare la voglia di giocare di cani e gatti.

Il fenomeno spinge le organizzazioni animaliste, i medici e le associazioni di categoria a chiedere alla politica di rendere meno oneroso il mantenimento e la cura degli animali. L’intervento più richiesto è la riduzione dell’IVA sui prodotti alimentari. In Italia l’aliquota è del 22%, come per i beni non essenziali, mentre in altri Paesi d’Europa è decisamente più bassa: il 19,6% in Francia, il 16% in Spagna, il 10% in Austria, il 7% in Germania, addirittura il 5% in Repubblica Ceca e il 2,3% in Svizzera. Lo stesso vale per le cure veterinarie: si chiede a gran voce di abbassare l’IVA sulle prestazioni e sui medicinali al 10% come accade ad esempio in Grecia, dove l’aliquota è all’8%. In Lettonia le prestazioni veterinarie sono come quelle di medicina umana, esenti dall’IVA.

Nonostante la spinta inflazionistica, si stima che le abitudini d’acquisto non avranno una netta modifica e che la spesa per cani e gatti subirà una contrazione solo nel 6-8% dei casi. Anzi, l’assortimento nei canali grocery, petshop tradizionali e catene della GDO è sempre più variegato. Tra le nuove tendenze commerciali, spicca il pet food delivery: shop fisici e piattaforme online a cui il padrone racconta gusti, stile di vita e tendenze dell’animale e che preparano diete personalizzate a base di ingredienti sani e naturali con materie prime genuine, consegnando a casa il cibo già porzionato con l’eventuale aggiunta di snack e sfizi.

I pet menu negli hotel per vacanze e soggiorni pet friendly sono sperimentati da tempo, così come i cat e dog bistrot: ristoranti popolati da animali dove i clienti mangiano nel pieno rispetto di cani e gatti e possono coccolarli senza possederli. È l’evoluzione dei locali dove si paga per accarezzare un animale: nati in Giappone (i famosi cat café di Tokyo), spopolano negli Stati Uniti. È celebre il Meow Parlour di New York, a Manhattan, dove l’ingresso è su prenotazione, una visita da 50 minuti costa 16 dollari (IVA esclusa) e si praticano adozioni e affidi.

In crescita sono segnalate le consulenze veterinarie direttamente nei supermercati e nei negozi specializzati. Infine, in epoca di reti sociali diventate piattaforme di intrattenimento piuttosto che spazi di relazione, non è da sottovalutare una figura professionale in ascesa: il pet influencer. Si tratta di quei professionisti – content creator, agenzie di comunicazione e digital marketing, social media manager – che mettono la loro competenza al servizio dei follower (si calcola che il 52% dei proprietari di cani e il 62% di gatti cerca in rete consigli e informazioni sugli amici a quattro zampe) e monetizzano pubblicizzando brand del settore.

Persino il mondo dell’intelligenza artificiale ha fiutato la passione crescente per gli animali da compagnia e il mercato della pet economy. Numerose aziende sono al lavoro con ricercatori e sviluppatori per approfondire la biometria e i sistemi di rilevazione intelligente: algoritmi elaborati in tal senso potranno consentire di identificare un cane che si è smarrito, aprire e chiudere automaticamente le porte di casa con una gattaiola con riconoscimento facciale, comprendere davvero i sentimenti e forse parlare con il proprio animale domestico, o quanto meno capirne meglio la comunicazione.

AUTORE

Alessandro Zoppo

Alessandro Zoppo

Ascolta musica e guarda cinema da quando aveva 6 anni. Orgogliosamente sannita ma romano d'adozione, Alessandro scrive per siti web e riviste occupandosi di cultura, economia, finanza, politica e sport. Impegnato anche in festival e rassegne di cinema, Alessandro è tra gli autori di Borsa&Finanza da aprile 2022 dove si occupa prevalentemente di temi legati alla finanza personale, al Fintech e alla tecnologia.

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