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Vendita allo scoperto: cos’è e come funziona

Vendita allo scoperto: cos'è e come funziona

Nella storia del trading molte situazioni turbolenti di mercato si sono verificate attraverso le operazioni di vendita allo scoperto, realizzata da investitori definiti contrarian. La presa di una posizione del genere è in grado di creare grossi scossoni per un titolo in una direzione o nell’altra, tenuto conto che gli autori di tali mosse si assumono dei grossi rischi che, se calcolati male, potrebbero dare seguito a grandi perdite. Entriamo quindi nel dettaglio, evidenziando in cosa consiste una vendita allo scoperto, cosa può comportare per il mercato e per gli operatori, nonché alcuni casi eclatanti.

 

Vendita allo scoperto: ecco in cosa consiste

La vendita allo scoperto, o short selling, è un’operazione finanziaria speculativa con cui un operatore, detto venditore allo scoperto o short seller, prende in prestito titoli presso una banca o un broker dietro corrispettivo, con lo scopo di ricomprarli a un prezzo più basso. Tale corrispettivo consiste in un interesse che l’investitore paga sull’ammontare dell’importo del titolo preso a prestito e che dipende dalla durata del prestito stesso. Una volta che l’operatore riacquista il titolo, lo restituisce all’intermediario prestatore e monetizza la differenza di prezzo. L’operazione è profittevole però se il prezzo di quel titolo scende sui mercati finanziari, con la differenza tra valore di vendita e di acquisto che è superiore agli interessi corrisposti all’intermediario. Altrimenti l’investitore andrà incontro a una perdita, che sarà tanto maggiore quanto più alto è il prezzo di riacquisto. Teoricamente la perdita è potenzialmente infinita perché non c’è limite di salita del titolo, mentre il guadagno è limitato e sarà massimo se l’asset di riferimento scende a zero.

Facciamo un esempio. Ipotizziamo che l’hedge fund X voglia vendere allo scoperto 100 azioni Tesla e chiede in prestito al proprio broker tale quantità per venderla sul mercato a un prezzo di 260 dollari per ogni unità. Lo short seller avrà quindi incassato 26.000 dollari. Supponiamo che il broker chiede un tasso di interesse dell’1% sulla posizione scoperta del suo cliente. Dopo un anno, con le quotazioni delle azioni Tesla che scendono a 200 dollari, il venditore allo scoperto decide di riacquistare tutti i titoli, sborsando 20.000 dollari. In questo caso, l’utile sarà determinato da 26.000 – 20.000 = 6.000 dollari. Da questo importo però bisogna togliere l’interesse dell’1% sul prestito, corrispondente a 260 dollari, nonché l’imposta sulla plusvalenza realizzata e le commissioni bancarie per l’operazione. Se invece, nell’esempio, le azioni Tesla salgono a 290 dollari e l’hedge fund X decide di chiudere la posizione per non andare incontro a perdite più elevate o rischiare la chiamata a margine del broker, in questo caso il risultato finale sarà di 26.000 – 29.000 = -3.000 a cui bisognerà aggiungere il costo degli interessi e delle commissioni.

Solitamente, le operazioni di short selling vengono effettuate per periodi di tempo brevi, anche perché più passa il tempo e più un eventuale profitto verrebbe decurtato dagli interessi pagati all’intermediario per il servizio di prestito.

Ci sono dei casi in cui l’operazione viene estinta anticipatamente da parte del broker. Uno di questi casi si ha quando la perdita raggiunge l’importo di margine. In sostanza, l’intermediario per cautelarsi chiede al cliente un versamento di un importo come margine di garanzia per avviare il prestito dei titoli. Ciò implica che se la perdita dovesse avvicinarsi a quell’importo versato, scatterebbe una chiamata al margine in cui il broker manda un avviso all’operatore invitandolo a integrare con un ulteriore versamento. Nel momento in cui la perdita eguaglia il margine (o anche prima), lo stesso broker chiude automaticamente l’operazione. Un altro caso di estinzione anticipata accade quando avvengono operazioni straordinarie che interessano il capitale, come aumenti, scissioni, fusioni e acquisizioni. Infine, potrebbe essere anche la Consob a vietare lo short selling per garantire su un titolo la stabilità di mercato e quindi obbligare il broker a chiudere tutte le posizioni aperte in quel momento.

Riepilogando, ecco quali sono le caratteristiche principali di una vendita allo scoperto:

 

  • Prestito titoli: il venditore allo scoperto non ha titoli a disposizione, quindi ricorre all’intermediario per il prestito degli asset, che restituisce nel momento del riacquisto. In verità, vi è anche una categoria particolare di vendita allo scoperto: il naked short selling. Questo consiste in una operazione in cui si vende senza prima aver ottenuto i titoli in prestito perché in quel momento non vi sono intermediari disponibili sul mercato oppure poiché il costo del prestito risulta troppo elevato. Quindi, lo short seller non solo non possiede i titoli, ma neanche ha preso in prestito. La transazione viene effettuata quindi contando sul fatto che, prima di riacquistare gli asset, l’operatore riuscirà a procurarseli sul mercato.
  • Interessi: per tutta la durata del prestito, lo short seller dovrà pagare gli interessi all’intermediario che decurteranno l’eventuale profitto o aumenteranno l’eventuale passivo tanto più quanto maggiore è la durata dell’operazione.
  • Utilizzo della leva: l’operazione viene effettuata senza esborso di denaro da parte dello short seller (o con esborso minimo determinato dal margine), che potrà usufruire di un prestito. Quindi in questo caso utilizza una leva finanziaria, che però potrebbe ritorcersi contro nel caso il prezzo del titolo assuma una direzione indesiderata. Ovviamente, maggiore è l’importo dell’asset preso a prestito, più elevato sarà il rischio assunto.
  • Perdite potenzialmente illimitate: le potenzialità di profitto dall’operazione sono limitate, ma le perdite non hanno limiti. Per questo il broker si cautela richiedendo al venditore allo scoperto il versamento di un margine di garanzia.

Rischi e casi critici

Vendere allo scoperto è molto rischioso perché nelle situazioni di alta volatilità dei mercati le perdite potrebbero essere enormi e non sempre il broker è in grado di chiudere le operazioni prima che abbiano intaccato il margine. Gli intermediari che operano in “no dealing desk”, ossia che non fanno da market maker ma mandano direttamente a mercato, potrebbero in quel momento non trovare controparti immediate, con la conseguenza che le posizioni short dei venditori allo scoperto non riescono a essere chiuse. Quelli che fanno invece da market maker si trovano a dover vendere loro un titolo che sta salendo, sopportando quindi la perdita.

Quando le situazioni sono critiche possono innescare veri e propri terremoti nei mercati finanziari. Ad esempio, all’inizio del 2021, i venditori allo scoperto delle azioni meme come GameStop e AMC Entertainment sono stati travolti da un’ondata incredibile di acquisti da parte dei trader che si sono radunati nelle piattaforme social come quelle gestite da Reddit. In quel caso, grandi hedge fund si sono trovati costretti a chiudere le posizioni facendo aumentare i titoli anche di oltre il doppio in un solo giorno.

Un altro esempio emblematico lo si è avuto a marzo dello scorso anno sul London Metal Exchange e ha riguardato il nichel. La dinamica è stata la stessa e ha portato la Borsa londinese a prendere una decisione storica che ha innescato grandi polemiche aprendo a cause giudiziarie: chiudere il mercato del nichel per una settimana, ma soprattutto annullare le contrattazioni di una giornata per evitare il default del più grande produttore mondiale della materia prima, il cinese Tsingshan Holding Group.

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