Se il risiko bancario per Alessandro Decio, ad di Banco Desio, “è mosso dal mercato e non dalla politica”, lo stesso non si può dire quando la Legge di Bilancio torna sul tavolo del governo. Puntualmente l’esecutivo sta cercando di trovare delle risorse per allungare l’ onnipresente ‘coperta corta’. Chiamando, come di consueto ormai, l’intervento e il sostegno delle banche, come ha fatto il ministro dell’Economia Giorgetti. Un appuntamento galante al quale però gli istituti di credito non vogliono presenziare, almeno nelle due modalità ipotizzate dal governo: una tassa sugli extraprofitti o sui tanto discussi buyback. Ipotesi già messe sul tavolo per la Legge di Bilancio del 2024 e che anche quest’anno non stanno affatto scaldando i cuori.
In questo articolo:
- Il botta e risposta tra Giorgietti e Patuelli
- Cosa è successo nel 2024
Il botta e risposta tra Giorgetti e Patuelli
Le dichiarazioni del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che ha più volte invocato la possibilità di chiedere un contributo straordinario alle banche, non sono piaciute al presidente dell’Abi Antonio Patuelli. D’altronde, bisogna anche dire che lo stesso Giorgetti, pur precisando che sia necessario sedersi attorno a un tavolo e trovare la formula giusta, è stato abbastanza diretto. Fin troppo forse, dato che ha sottolineato che visti gli “utili stratosferici” messi a segno negli ultimi anni, un contributo per alleggerire il peso fiscale su famiglie e imprese sarebbe “assolutamente doveroso”.
Anche se ha specificato che non si vuole “bullizzare nessuno”, Patuelli non l’ha proprio vista in questo modo. Tant’è che durante una lectio all’Università Link di Roma ha risposto a tono al titolare del Tesoro, dichiarando che “le banche non hanno rendite di posizione”. Non un “sì, ci stiamo pensando”, non un “valuteremo con attenzione”, ma una sentenza netta, che sa di difesa corporativa e al contempo di sberleffo elegante: le banche, insomma, respingono l’idea di dover cedere parte dei loro guadagni perché considerati frutto di “rendita” piuttosto che di lavoro, rischio e strategia.
Peraltro, il presidente dell’Associazione bancaria italiana non si è fatto pregare nel ricordare a Giorgetti il passato glorioso e tormentato del sistema bancario italiano: tra crisi di imprese, debito sovrano, recessioni, epidemie, catastrofi naturali e persino guerre, gli istituti hanno reagito con aumenti di capitale, accantonamenti scrupolosi e ristrutturazioni meditate insieme ai sindacati. Insomma, le banche hanno già dato e Patuelli ci tiene a sottolinearlo con vigore: in molti casi si sono persino fatte carico di salvare concorrenti in difficoltà, lasciando spazio solo a quella singola eccezione che poi è finita sotto la bandiera della nazionalizzazione.
Cosa è successo nel 2024
Il colpo di scena non sta solo nella risposta asciutta del presidente dell’Abi, ma nel déjà vu immediato che tutti percepiscono: la scena ricorda da vicino quello che accadde appena dodici mesi fa, quando le stesse forze politiche annunciarono con enfasi l’intenzione di tassare i cosiddetti “sovraprofitti bancari”.
Nel 2024, le banche italiane avevano registrato utili straordinari, raggiungendo il picco storico di 46,5 miliardi di euro di profitti netti. Le forze politiche avevano spinto per l’istituzione di un contributo di solidarietà, inteso come prelievo una tantum sull’eccesso di guadagni. Ma arrivarono gli ostacoli e si sollevarono anche dubbi sulla definizione stessa di “extraprofitti” e sulla legittimità costituzionale di una misura retroattiva.
Alla fine, quello che doveva essere un contributo straordinario si trasformò in un anticipo di 3,5 miliardi di euro complessivi. Attenzione però. La cifra, pur rilevante sulla carta, non racconta l’intera storia: non si trattava di una vera e propria imposta aggiuntiva, bensì appunto di un anticipo sulle imposte differite attive, somme che le banche avrebbero comunque versato negli anni successivi, tra il 2026 e il 2030. In pratica, lo Stato ottenne un gettito immediato molto limitato, mentre le banche continuarono a operare con la maggior parte della loro liquidità intatta. Era un gesto simbolico mascherato da misura concreta, un modo elegante di dire “abbiamo fatto qualcosa”, senza alterare davvero l’equilibrio finanziario del settore.
Eppure in altri Paesi qualcosa di più concreto è stato messo in atto. In Spagna, il governo Sánchez ha introdotto una tassa temporanea sugli extraprofitti bancari, pari al 4,8% dei ricavi netti da interessi e commissioni, in Ungheria Viktor Orbán ha imposto un prelievo speciale sulle banche per sostenere i costi energetici, mentre in Repubblica Ceca e in Lituania sono stati varati schemi analoghi, giustificati come strumenti emergenziali. Anche la Germania, pur senza lanciare un’imposta mirata, ha più volte fatto capire che il settore finanziario dovrebbe contribuire direttamente ai fondi di garanzia. Chissà se questa volta il governo italiano riuscirà ad andare a metà o dovrà nuovamente battere in ritirata e accontentarsi.









