Essere adulti non basta: il 72% degli italiani riceve aiuti dalla famiglia

Articolo sponsorizzato

Condividi su

Ascolta questo articolo

In Italia l’età adulta è sempre meno una questione anagrafica e sempre più una costruzione psicologica. Gli italiani tra i 35 e i 55 anni si sentono adulti, si definiscono tali e rivendicano una piena maturità identitaria. Eppure, dietro questa percezione diffusa, si nasconde una realtà molto più complessa: l’autonomia economica e pratica resta spesso incompleta, fragile, talvolta solo apparente. A certificarlo è l’ultimo sondaggio condotto da Moneyfarm, piattaforma digitale leader in Europa nella gestione e crescita del patrimonio, su un campione rappresentativo di cittadini nati tra il 1971 e il 1991.

Il quadro che emerge è quello di una generazione sospesa: adulta nei ruoli, nelle responsabilità e nell’autopercezione, ma ancora profondamente intrecciata alla famiglia di origine sotto il profilo materiale. Una generazione che lavora, cresce figli, paga mutui e bollette, ma che continua a poggiare su un sistema di welfare informale fatto di trasferimenti economici, supporto quotidiano e aiuti straordinari da parte dei genitori. Un fenomeno che non può più essere letto come episodico o residuale, ma che assume i contorni di una vera e propria architettura sociale parallela.

 

In questo articolo:

 

  • Quando si diventa adulti: una soglia più simbolica che concreta
  • La famiglia come ammortizzatore sociale permanente
  • L’aiuto essenziale dei genitori: non è solo economico
  • Tra gratitudine e imbarazzo: l’ambivalenza dell’aiuto familiare
  • Il nodo dell’eredità: aspettative ridimensionate

 

Quando si diventa adulti: una soglia più simbolica che concreta

Il primo dato che colpisce è l’altissima percentuale di intervistati che si dichiarano adulti: il 96% del campione. Un consenso quasi unanime che individua, in media, intorno ai 27 anni il momento dell’ingresso nel “mondo dei grandi”. Una soglia che, tuttavia, appare sempre più simbolica che strutturale.

Per molti intervistati, infatti, l’idea di diventare adulti coincide con eventi specifici: il primo impiego stabile (37%), l’uscita dalla casa dei genitori (29%), la convivenza o il matrimonio (24%), la nascita dei figli (22%). Si tratta di passaggi tradizionalmente associati all’autonomia, ma che oggi non garantiscono più, da soli, una reale indipendenza economica. La stabilità lavorativa è spesso parziale, il lavoro stabile meno stabile di quanto il nome suggerisca, l’uscita di casa frequentemente accompagnata da aiuti economici, e la genitorialità sostenuta da una rete familiare che supplisce alle carenze del sistema pubblico.

La percezione di sé come adulti, dunque, resiste e si rafforza sul piano identitario, ma entra in tensione con una quotidianità che racconta altro. È qui che si apre il paradosso centrale della generazione di mezzo: sentirsi autonomi senza esserlo pienamente.

 

La famiglia come ammortizzatore sociale permanente

Il cuore del sondaggio Moneyfarm sta nei numeri che riguardano il sostegno familiare. Il 72% degli intervistati ha ricevuto almeno una volta, nel corso della vita adulta, un aiuto economico rilevante dalla famiglia di origine. Non si tratta di piccoli prestiti o regali occasionali, ma di contributi sostanziali destinati all’acquisto della casa, dell’automobile, al finanziamento del matrimonio o alla copertura di spese straordinarie.

Quasi la metà del campione ha ricevuto supporto anche per spese di media entità, come cure mediche o sanitarie, mentre tre italiani su dieci dichiarano di aver avuto bisogno dell’aiuto dei genitori persino per spese ordinarie: bollette, spesa alimentare, gestione del quotidiano. Un dato che segna uno spartiacque netto rispetto al passato e che fotografa una vulnerabilità economica diffusa anche in età matura.

Nel complesso, il valore medio degli aiuti ricevuti supera i 19.800 euro, una cifra che equivale, per molti nuclei familiari, a diversi anni di risparmio. Le differenze territoriali sono marcate: oltre 20.000 euro nel Centro-Nord, contro quasi 12.000 euro nel Centro-Sud. Un divario che riflette non solo la diversa capacità patrimoniale delle famiglie, ma anche le asimmetrie strutturali del mercato del lavoro e del costo della vita.

 

L’aiuto essenziale dei genitori: non è solo economico

Accanto al sostegno economico, emerge con forza il ruolo della famiglia come fornitore di servizi quotidiani. Un welfare informale che diventa essenziale soprattutto per chi ha figli. Il 57% dei genitori riceve aiuto nella gestione dei bambini, confermando il ruolo centrale dei nonni come pilastro silenzioso del sistema sociale italiano.

Ma l’assistenza non si ferma alla cura dei nipoti. Il 36% degli intervistati riceve supporto nella preparazione dei pasti, il 28% nella gestione di commissioni e pratiche amministrative, il 21% nella cura della casa. Si tratta di attività che, se dovessero essere acquistate sul mercato, avrebbero un costo significativo e che contribuiscono in modo sostanziale alla tenuta economica delle famiglie. Questo capitale invisibile – fatto di tempo, competenze, presenza – è spesso dato per scontato, ma rappresenta uno dei principali fattori di stabilizzazione del sistema. Allo stesso tempo, però, crea una dipendenza strutturale che rende più difficile immaginare una reale autonomia nel medio-lungo periodo.

 

Tra gratitudine e imbarazzo: l’ambivalenza dell’aiuto familiare

Il rapporto con il supporto dei genitori è tutt’altro che lineare. Un quarto degli intervistati dichiara di essersi sentito in imbarazzo nel chiedere aiuto economico, una sensazione particolarmente diffusa tra le donne. Un dato che apre una riflessione culturale profonda sul peso simbolico dell’indipendenza, sulle aspettative di genere e sulla difficoltà di conciliare l’ideale di autonomia con la realtà dei vincoli economici.

L’aiuto familiare, infatti, è percepito allo stesso tempo come risorsa indispensabile e come segnale di incompiutezza. Da un lato consente di superare momenti critici, dall’altro mina la narrazione dell’adulto autosufficiente. È una tensione che attraversa l’intera generazione e che si riflette anche nello sguardo verso il futuro. Punto, quest’ultimo, che appare diviso in due. Il 52% degli intervistati guarda avanti con fiducia, mentre il 48% si dice poco o per nulla ottimista. Una spaccatura netta che racconta un Paese in bilico tra resilienza e precarietà. La fiducia convive con la consapevolezza di carriere discontinue, di un sistema previdenziale sempre meno generoso e di un contesto macroeconomico instabile.

Questa incertezza si riflette anche nel rapporto con i figli. Quasi la metà degli intervistati ritiene che riuscirà ad aiutarli in futuro nella stessa misura in cui è stato aiutato, ma oltre uno su cinque teme di poter fare meno. Un dato che suggerisce un possibile indebolimento del patto intergenerazionale e che solleva interrogativi sulla sostenibilità, nel tempo, di questo modello di welfare familiare.

Il nodo dell’eredità: aspettative ridimensionate

Anche il tema della successione contribuisce a ridimensionare l’idea di un futuro economicamente sereno. Il 41% dei 35-55enni si aspetta di ricevere un’eredità, mentre un ulteriore 18% l’ha già ricevuta, soprattutto nella fascia 45-55 anni. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, l’eredità non viene percepita come una svolta.

Solo il 7% ritiene che potrebbe cambiare significativamente la propria vita. Per il 36% rappresenterebbe un miglioramento marginale, mentre per il 44% non farebbe alcuna differenza concreta. Non manca una quota di scettici: un italiano su otto teme che l’eredità possa portare più problemi che benefici, tra questioni fiscali, conflitti familiari e complessità gestionali. Il 35% non si aspetta alcun lascito, confermando come il passaggio generazionale sia vissuto più come una fonte di incertezza che come una garanzia.

Il quadro che emerge dal sondaggio Moneyfarm è quello di una generazione adulta dal punto di vista identitario, ma ancora fortemente dipendente, sotto il profilo materiale, dalla famiglia di origine. Una famiglia che continua a svolgere un ruolo di supplenza rispetto alle carenze del sistema pubblico, compensando fragilità economiche, caro vita e difficoltà di accesso alla casa.

In questo contesto, la pianificazione finanziaria assume un ruolo centrale. Come sottolinea Andrea Rocchetti, Global Head of Investment Advisory di Moneyfarm, diventa cruciale affiancare al supporto familiare una strategia consapevole e di lungo periodo, capace di favorire una progressiva autonomia economica. In un mercato del lavoro segnato da discontinuità e da un sistema previdenziale sempre meno sufficiente, il supporto di un consulente qualificato può fare la differenza, aiutando a integrare il futuro assegno pensionistico e a trasformare il risparmio in uno strumento di sicurezza e progettualità.

Immagine di Massimiliano Carrà

Massimiliano Carrà

Classe 1994 e laureato in scienze della comunicazione a Palermo (sua città natale), si è specializzato a Milano sostenendo un Master in Radio e New Media Management & Content al Sole 24 Ore. Iscritto dal 2020 all'Ordine dei Giornalisti pubblicisti, dopo le esperienze in Radio 24, Class Editori, Money.it, Forbes Italia e Il Giornale è entrato nel 2025 in Borsa&Finanza, dove si occupa di approfondimenti macro-economici, startup, interviste e imprenditoria. Ama lo sport, la letteratura, il cinema e il mare. Gli piace visitare posti nuovi e scoprire nuove culture.

Ricevi gratis la copia di Borsa&Finanza

Ottieni la copia digitale del nostro magazine e resta aggiornato su mercati, economia e scenari finanziari