Amazon è pronta a entrare nel capitale di OpenAI. Il gruppo fondato da Jeff Bezos sarebbe in trattativa per un accordo strategico da almeno 10 miliardi di dollari, che includerebbe anche l’utilizzo dei chip Trainium sviluppati da Amazon Web Services (Aws). Secondo The Information, che cita fonti vicine al dossier, l’operazione si baserebbe su una valutazione di OpenAI superiore ai 500 miliardi di dollari.
La mossa si inserisce in una fase di profonda riorganizzazione del settore dell’intelligenza artificiale, caratterizzata da investimenti incrociati e una crescente competizione sul controllo delle infrastrutture di calcolo, dove il confine tra trasformazione strutturale e possibile bolla dell’intelligenza artificiale resta sottile.Se dovesse scoppiare, l’effetto domino rischia di essere disastroso.
In questo articolo:
- La partita dei chip e il ruolo di Aws
- Verso l’ipo tra entusiasmo e cautela
- Accordi circolari e alleanze fluide
- Il rischio bolla sull’intelligenza artificiale
La partita dei chip e il ruolo di Aws
Al centro dei colloqui c’è Trainium, il chip proprietario con cui Amazon punta a ridurre la dipendenza dalle GPU Nvidia e a posizionarsi come fornitore alternativo di potenza di calcolo per l’addestramento dei modelli AI. Secondo Aws, Trainium consente di sostenere carichi computazionali intensivi a costi inferiori e con maggiore efficienza energetica rispetto alle soluzioni leader di mercato.
Amazon progetta chip per l’intelligenza artificiale dal 2015 e ha già lanciato Inferentia nel 2018. All’inizio di questo mese ha presentato l’ultima generazione di Trainium, in un momento in cui la domanda globale di capacità di calcolo continua a crescere in modo esponenziale. Le trattative con OpenAI sarebbero iniziate in ottobre, nello stesso periodo in cui la startup ha intensificato la ricerca di fornitori e partner infrastrutturali.
L’intesa prevederebbe anche la vendita ad Amazon di una versione enterprise di ChatGPT, rafforzando un rapporto che va oltre la semplice fornitura tecnologica e si inserisce in una rete sempre più fitta di investimenti circolari tra big tech, infrastrutture cloud e sviluppatori di modelli di intelligenza artificiale.
Verso l’ipo, tra entusiasmo e cautela
Le discussioni con Amazon arrivano mentre OpenAI getta le basi per una possibile offerta pubblica iniziale, che secondo indiscrezioni potrebbe spingere la valutazione fino a 1.000 miliardi di dollari. Un percorso reso possibile dalla trasformazione della società, ormai lontana dalle origini no-profit e strutturata come una public benefit corporation con una governance più flessibile.
Microsoft resta il principale azionista industriale, con una quota stimata attorno al 27% e il diritto esclusivo di commercializzare i modelli OpenAI sul proprio cloud. Ma l’apertura a nuovi partner segnala la volontà di diversificare fonti di capitale e infrastrutture, in un contesto sempre più competitivo.
Accordi circolari e alleanze fluide
L’eventuale ingresso di Amazon nel capitale di OpenAI rappresenterebbe un ulteriore tassello nella profonda riorganizzazione delle alleanze nel settore dell’intelligenza artificiale. Il gruppo di Seattle ha già investito almeno 8 miliardi di dollari in Anthropic, uno dei principali concorrenti di OpenAI, ma ora sembra intenzionato ad ampliare la propria esposizione all’AI generativa, adottando una strategia più aperta e priva di vincoli di esclusività.
Parallelamente, OpenAI ha accelerato in modo deciso sul fronte infrastrutturale, siglando accordi miliardari per assicurarsi l’accesso alla potenza di calcolo necessaria allo sviluppo dei modelli di nuova generazione. Lo scorso settembre, OpenAI e Nvidia hanno annunciato una partnership strategica che prevede l’impiego di almeno dieci gigawatt di sistemi Nvidia nei data center della società guidata da Sam Altman, accompagnata da un impegno di investimento progressivo fino a 10 miliardi di dollari da parte del chipmaker.
A questo ecosistema di alleanze si è aggiunta anche Walt Disney Company, che ha annunciato un investimento da 1 miliardo di dollari in OpenAI, avviando una collaborazione destinata a integrare asset iconici come Topolino, Cenerentola e Luke Skywalker all’interno di Sora, il generatore video dell’azienda. Sul versante infrastrutturale, Oracle avrebbe inoltre firmato un accordo di lungo periodo, stimato in 300 miliardi di dollari, per la fornitura di potenza di calcolo ad alte prestazioni nell’arco di cinque anni, con accesso alle nuove risorse previsto a partire dal 2027.
Il rischio bolla sull’intelligenza artificiale
L’escalation di investimenti miliardari solleva però interrogativi crescenti. A luglio uno studio del Mit, ampiamente ripreso dai media, ha acceso i primi segnali d’allarme: il 95% delle organizzazioni che ha investito nell’intelligenza artificiale generativa non ha ancora ottenuto un ritorno economico.
I titoli tecnologici hanno reagito con un breve scivolone, alimentando un dubbio che da mesi circolava sottotraccia: l’entusiasmo per l’AI rischia di correre più veloce dei risultati. Ad agosto il sospetto è diventato esplicito. Sam Altman, amministratore delegato di OpenAI, ha ammesso che il settore potrebbe trovarsi in una fase di eccesso di entusiasmo e che nessuna azienda, Google compresa, sarebbe immune a un eventuale scoppio di bolla. Le valutazioni hanno raggiunto livelli senza precedenti e i capitali raccolti vengono convogliati soprattutto nella costruzione di data center sempre più grandi e costosi. La corsa alle infrastrutture è giustificata, secondo i leader del settore, da un vincolo reale come la scarsità di potenza di calcolo.
Ma i numeri iniziano a diventare difficili da sostenere. OpenAI ha indicato come obiettivo la costruzione di 250 gigawatt di capacità di calcolo entro il 2033, un volume paragonabile al fabbisogno elettrico di un intero Paese come l’India, con costi potenziali nell’ordine dei trilioni di dollari. Il rischio, secondo investitori e dirigenti del settore, è che la bolla esploda se le aziende più finanziate non riusciranno a trasformare la crescita tecnologica in profitti coerenti con le valutazioni. L’effetto potrebbe essere ritardato, perché gran parte del mercato resta privato e meno esposto alla volatilità dei listini, ma quando l’equilibrio si romperà, le ricadute saranno profonde. A sintetizzare il paradosso è stato Dario Amodei, ceo di Anthropic, parlando di un “cono di incertezza”: impegni pluriennali per data center sempre più grandi, a fronte di ricavi che crescono in modo rapido ma imprevedibile.
Il settore continua a muoversi in avanti, sospinto da accordi sempre più grandi e da una competizione che si gioca sul controllo delle infrastrutture critiche. Il tratto più singolare di questa fase è proprio l’estrema lucidità di chi la guida, dove gli stessi protagonisti che investono miliardi nell’AI ammettono apertamente che tutto potrebbe non reggere.









