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Apple: 6 motivi che spiegano perché le azioni deludono a Wall Street

Apple: 6 motivi che spiegano il malessere delle azioni a Wall Street

Le azioni Apple hanno cominciato il mese di aprile sulla falsariga del primo trimestre, ossia in perdita. Nel 2024 il titolo del gigante dell’iPhone ha registrato un passivo dell’11,69%, risultando il peggiore dopo Tesla in termini di performance dei Magnifici Sette che comprendono anche Alphabet, Amazon, Meta Platforms, Microsoft e Nvidia.
C’è però una sostanziale differenza tra Apple e Tesla. L’azienda guidata da Elon Musk ha effettuato negli ultimi anni una cavalcata impressionante a Wall Street, sostenuta dalle prospettive del settore delle auto elettriche. Tuttavia, secondo buona parte degli analisti, il titolo era largamente sopravvalutato in rapporto ai fondamentali. Apple ha una storia molto diversa. Strutturalmente l’azienda è una fortezza titanica, produce utili e liquidità, cresce in maniera sostenuta seppur in rallentamento nell’ultimo anno e mezzo ed è ancora un leader indiscusso nel settore tecnologico.

Apple: ecco perché le azioni stanno scendendo

Per molto tempo Cupertino è stata la società più capitalizzata del mondo, arrivando a superare la cifra di 3.000 miliardi di dollari. Negli ultimi mesi ha dovuto cedere il trono a Microsoft. Ma quali sono i malanni che pesano in questo momento sulle performance di Borsa dell’azienda guidata da Tim Cook?
In primo luogo il rallentamento delle vendite. Secondo le recenti stime di UBS, nel mese di febbraio c’è stato un calo del 4% su base annua. In particolare pesa la situazione della Cina, in cui si è registrato, riporta la banca, un crollo del 16%, mentre in USA la discesa è risultata del 9%. Per cinque trimestri consecutivi Apple ha subito una contrazione del fatturato anno su anno e la serie è stata interrotta solo nell’ultimo trimestre del 2023 in cui i ricavi sono tornati a crescere.
La seconda ragione del cattivo andamento del titolo Apple a Wall Street è il rischio Cina. Pechino rappresenta una mina vagante per il colosso statunitense che sta perdendo quote di mercato a favore di Huawei. Il produttore di smartphone cinese è riuscito a superare la stretta del Dipartimento del Commercio USA sull’esportazione di chip e ha progettato un prodotto all’avanguardia che ha spostato i consumi cinesi verso il dispositivo nazionale a svantaggio dell’iPhone. Sullo sfondo aleggia la minaccia derivante da possibili dazi del Dragone che colpirebbero i margini di Apple, nell’ambito di un nazionalismo economico in aumento nelle due principali potenze economiche mondiali.
Il terzo fattore attiene ai problemi legali e regolamentari di Apple. La Commissione europea e il Dipartimento di Giustizia USA hanno recentemente messo all’angolo la Big Tech californiana. La prima ha comminato una multa da 1,8 miliardi di dollari per abuso di posizione dominante nel campo dello streaming musicale. La seconda ha avviato una causa insieme a 15 Stati USA per esercizio di monopolio attraverso l’imposizione di limitazioni software e hardware su iPhone e iPad.
In quarto luogo vi è il ritardo di Apple sul fronte dell’intelligenza artificiale. Aziende come Microsoft e Alphabet hanno abbracciato in pieno la nuova tendenza tecnologica mondiale. Apple ha fatto degli annunci ma al momento di concreto si è visto poco. L’attesa è per giugno, allorché si terrà la conferenza annuale degli sviluppatori da cui potrebbero emergere quelle rivelazioni importanti che gli investitori si aspettano da tempo.
Il quinto fattore è la sopravvalutazione del titolo. A dicembre 2023 le azioni erano negoziate a 32 volte i guadagni attesi. Un livello che si è visto poche volte nell’ultimo decennio. Ora i multipli si aggirano intorno a 26, ma la cifra è alta se si considera che l’aumento degli utili per quest’anno e il prossimo è atteso al di sotto di quello della media dell’S&P 500.
Infine c’è da considerare che l’acquisizione dello status di titolo “defensive growth” non sta giovando. L’economia statunitense sta continuando a crescere ben oltre le aspettative e gli investitori rimangono orientati verso le azioni più “aggressive”.

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Johnny Zotti

Laureato in economia, con specializzazione in finanza. Appassionato di mercati finanziari, svolge la professione di trader dal 2009 investendo su tutti gli strumenti finanziari. Scrive quotidianamente articoli di economia, politica e finanza.

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