Il burnout costa alle imprese italiane circa 88,5 miliardi di euro l’anno. A stimarlo è un’indagine condotta dalla piattaforma di terapia online Unobravo, che quantifica per la prima volta in modo sistematico il costo “nascosto” del burnout nei luoghi di lavoro, sia sul piano emotivo sia su quello economico.
Dall’indagine realizzata a maggio 2025 su 1.527 adulti emerge una diffusione ampia dello stress lavoro-correlato: il 44% dei lavoratori dichiara di sentirsi stressato sul lavoro, l’11% riferisce una condizione di stress costante e il 29% afferma di aver vissuto un episodio di burnout. Numeri che segnalano una pressione prolungata sui lavoratori, legata a carichi elevati e a una gestione che fatica a intercettarne gli effetti prima che si traducano in costi.
In questo articolo:
- Che cosa si intende per burnout e perché impatta il lavoro
- Burnout: Bologna, Genova e Milano le città più a rischio
- Il conto “salato” per le imprese
Che cosa si intende per burnout e perché impatta il lavoro
La definizione operativa utilizzata nel report richiama l’impostazione classica delle psicologhe Christina Maslach e Susan Jackson, che descrivono il burnout come una sindrome a tre dimensioni: esaurimento emotivo (mancanza di energie, irritabilità, tensione), depersonalizzazione (distacco emotivo, cinismo, indifferenza) e ridotta realizzazione personale (percezione di inefficacia e scarso senso del lavoro). In questa cornice, il burnout è rappresentato come uno stato di esaurimento mentale e fisico dovuto a stress prolungato, in cui i normali meccanismi di coping non risultano più efficaci.

Sul piano lavorativo, il report collega questa condizione a conseguenze concrete riportate dai lavoratori: calo della produttività, difficoltà relazionali, stanchezza persistente, fino alla valutazione di un cambio di lavoro o alla necessità di prendersi un periodo di stop. Tra le principali cause di stress lavoro-correlato segnalate dagli intervistati, la più citata è la mancanza di riconoscimento (39%), un fattore che incide su motivazione e resilienza emotiva e che, nel tempo, aumenta il rischio di disconnessione dal ruolo. Seguono fattori legati all’intensità e alla struttura del lavoro, come il carico e le lunghe ore di lavoro, che diventano la prima causa nella fascia 18-24 anni (38%). Nel testo viene richiamato anche un dato di contesto: il 15% degli italiani lavora molti straordinari. Un altro driver rilevante è tipo meramente economico: il 32% cita stipendio o benefit inadeguati come fonte di stress, con un impatto sul distacco emotivo e sulla frustrazione legata al rapporto tra responsabilità e compenso.
Burnout: Bologna, Genova e Milano le città più a rischio
I dati dell’indagine mostrano una diffusione ampia dello stress lavoro-correlato, con un punto di attenzione specifico sullo stress continuativo: l’11% dei lavoratori dichiara di sentirsi sempre stressato. Emergono differenze marcate per genere e modalità di impiego: le donne riportano livelli di stress frequente più elevati (51%) rispetto agli uomini (39%); i lavoratori a tempo pieno risultano più stressati (45%) rispetto agli autonomi (40%). La fascia più esposta è quella 25-34 anni.
La distribuzione territoriale evidenzia alcune metropoli con valori elevati. Bologna risulta in testa per burnout riportato, con il 36% dei dipendenti che dichiara di averlo sperimentato; il report segnala, per la città, anche una quota superiore al 50% di lavoratori che si sente poco supportata dall’azienda e un 32% insoddisfatto dell’equilibrio vita-lavoro. Genova registra il tasso più alto di stress frequente (60%), con un quadro descritto come radicato nella quotidianità lavorativa. Milano si attesta su livelli di burnout pari al 35%, in linea con Genova sul burnout e con una lettura collegata al contesto di pressione e costo della vita.
Sul piano settoriale, il report individua un rischio più elevato nei contesti caratterizzati da richieste intense, tempi di recupero ridotti e forte carico emotivo. Retail e vendite risultano il comparto più esposto, con livelli elevati di stress, un marcato disequilibrio tra lavoro e vita privata e una quota significativa di lavoratori che non si sente adeguatamente supportata dal datore di lavoro. Seguono sanità e assistenza sociale, dove il burnout emerge in modo diffuso a fronte di carichi emotivi e organizzativi elevati. Nel comparto hospitality, tempo libero e sport, il burnout si colloca su valori tra i più alti rilevati, in un contesto segnato da orari lunghi e irregolari e da richieste di servizio continue.
Il conto “salato” per le imprese
Il report quantifica in modo separato i due canali di costo. Sul lato dell’assenteismo, il dato riportato è di oltre 21 milioni di dipendenti che prendono ferie per recuperare dallo stress, con una media di 4,8 giorni l’anno: l’impatto economico stimato supera i 16,7 miliardi di euro annui, con una perdita indicativa di circa 800 euro per dipendente. La componente più ampia riguarda la produttività: il 69% dei lavoratori concorda sul fatto che lo stress riduca la produttività. Utilizzando un’ipotesi di perdita del 10% tra la quota di lavoratori colpita, il report stima un costo che supera i 71 miliardi di euro l’anno. La somma tra assenteismo e produttività ridotta porta alla stima complessiva di 88,5 miliardi annui. In parallelo, il report inserisce anche indicatori di impatto sul comportamento lavorativo: il 24% ha pensato di lasciare il lavoro a causa dello stress e il 16% si è già preso del tempo per affrontarlo. A fronte di un impatto economico stimato in decine di miliardi, il ricorso al supporto resta marginale: solo il 9% dei lavoratori ha cercato aiuto psicologico per lo stress legato al lavoro. Il 41% segnala l’assenza di strumenti aziendali adeguati per la tutela della salute mentale.
I numeri mostrano come carichi di lavoro elevati e prolungati siano stati assorbiti a lungo dai lavoratori, finché il loro peso non è emerso con chiarezza nei bilanci, sotto forma di assenze, perdita di produttività e discontinuità operative. Ne risulta un costo sistemico ancora poco presidiato: il burnout incide direttamente sui conti delle imprese, ma continua a restare ai margini delle strategie di gestione del capitale umano, tra strumenti di supporto limitati e una tutela che fatica a tradursi in interventi strutturali.









