Trump annuncia dazi al 100% sui farmaci generici, Italia in guardia

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C’è un orologio che ha iniziato a scorrere per l’industria dei farmaci generici: dal 1° agosto l’ingresso negli Stati Uniti sarà libero da dazi, ma la tregua ha una data di scadenza già fissata al 2028. Da quel momento scatterà un’imposta del 100%, destinata a salire al 200% l’anno successivo. La decisione, annunciata da Donald Trump sui social media martedì, introduce un meccanismo a fasi pensato per convincere i produttori a trasferire gli impianti sul suolo americano.

Nel mirino resta l’India, primo fornitore mondiale di farmaci generici per gli Stati Uniti, mentre la Cina domina la filiera a monte dei principi attivi. Anche per l’Italia la situazione non è rosea. Nonostante la posizione di forza nella produzione di generici e principi attivi, l’industria del Belpaese osserva uno scenario capace di ridisegnare gli equilibri dell’export farmaceutico.

 

In questo articolo:

 

  • Farmaci, come cambia la tariffa sui generici
  • I brevettati restano fuori dalla nuova stretta
  • Dazi sui farmaci, le motivazioni della Casa Bianca
  • Il pharma italiano senza intese con Washington (per ora)
  • Dazi sui farmaci, le contromisure delle imprese farmaceutiche

Farmaci, come cambia la tariffa sui generici

Con un post sui social, martedì, Trump ha reso pubblico un calendario preciso per il comparto dei generici, in vigore fino al 2029. Il periodo di esenzione totale durerà fino a luglio 2028; da agosto scatterà l’aliquota del 100%, definita da Trump una sanzione per le aziende rimaste prive di impianti produttivi negli Stati Uniti al termine della moratoria. Un ulteriore inasprimento al 200% è previsto per l’anno successivo. Il programma a fasi punta esplicitamente a spingere i produttori di farmaci generici a trasferire la manifattura sul territorio americano.

I brevettati restano fuori dalla nuova stretta

Su un binario parallelo si muovono invece le tariffe sui farmaci brevettati, che restano invariate rispetto all’impianto adottato il 2 aprile. Il dazio del 100% su prodotti e ingredienti farmaceutici brevettati, introdotto ai sensi della Sezione 232, aveva già escluso dal proprio perimetro generici, biosimilari e relativi principi attivi. Le grandi case farmaceutiche avevano beneficiato di un periodo di adeguamento di 120 giorni prima dell’entrata in vigore della tariffa piena, esteso a 180 giorni per le aziende più piccole che dipendono da produttori a contratto esterni.

Più di dodici gruppi, tra cui Eli Lilly, Pfizer e Novo Nordisk, hanno già siglato accordi con l’amministrazione per contenere i prezzi dei farmaci nuovi ed esistenti, aderendo alla politica della “nazione più favorita” che lega i costi statunitensi ai livelli più bassi praticati nei paesi ad alto reddito ed esenta le aziende partecipanti dai dazi per tre anni.

Complessivamente 26 multinazionali, tra cui Pfizer, AstraZeneca, Eli Lilly, Johnson & Johnson, Merck e Novo Nordisk, hanno promesso investimenti per circa 400 miliardi di dollari in nuovi impianti, ricerca e produzione negli Stati Uniti. In cambio, ottengono esenzioni tariffarie pluriennali, accessibili anche tramite la piattaforma governativa TrumpRx.gov.

Dazi sui farmaci, le motivazioni della Casa Bianca

La misura trova la sua giustificazione ufficiale nella fragilità delle catene di approvvigionamento farmaceutiche. Gli Stati Uniti producono solo il 15% dei principi attivi farmaceutici brevettati, mentre il 53% dei farmaci brevettati distribuiti sul mercato americano arriva dall’estero, secondo i dati citati dalla Casa Bianca, che definisce le catene di fornitura globali vulnerabili agli shock geopolitici.

La misura si inserisce in un percorso avviato nell’estate 2025, quando l’amministrazione aveva inviato lettere ai vertici delle principali case farmaceutiche e lanciato l’indagine ai sensi della Sezione 232. La parziale bocciatura di precedenti dazi da parte della Corte Suprema ha spinto l’amministrazione a costruire un impianto tariffario legato a impegni concreti di reshoring produttivo e di allineamento dei prezzi, ritenuto più solido sul piano legale rispetto alle misure precedenti.

Il pharma italiano senza intese con Washington (per ora)

Attraversato l’oceano, il provvedimento arriva fino agli stabilimenti italiani, dove si trasforma in un rischio diretto per l’export farmaceutico. Nessuna multinazionale italiana compare nell’elenco delle 26 aziende che hanno già negoziato accordi con Washington, né tra i soggetti registrati sulla piattaforma TrumpRx.gov. Il comparto nazionale, forte nella produzione di principi attivi, farmaci di marca e biotecnologie, resta dunque esposto alla tariffa piena in assenza di intese specifiche, con riflessi diretti sui siti produttivi attivi in Toscana, Abruzzo, Lazio, Lombardia e Campania, dove operano sia multinazionali sia produttori italiani a contratto.

Le esportazioni farmaceutiche italiane verso gli Stati Uniti hanno superato gli 11 miliardi di euro nel 2025, secondo i dati di Farmindustria, confermando gli Usa come primo mercato extra-Ue per il settore. La crescita del 28,5% ha come motore principale proprio la domanda americana. Marcello Cattani, presidente dell’associazione, ha ribadito che i farmaci costituiscono un bene primario e che la risposta al dossier tariffario deve passare anzitutto per la via politica, attraverso il negoziato tra Governo italiano e Commissione europea.

Cattani ha evidenziato l’impossibilità per gli Stati Uniti di sostituire rapidamente i volumi di farmaci e principi attivi provenienti dall’Italia, un fattore che colloca il Paese in una posizione di forza nel negoziato. Il presidente di Farmindustria ha inoltre invitato a un approccio pragmatico, capace di evitare escalation che finirebbero per avvantaggiare competitor globali come la Cina. Ad ogni modo, alcuni nalisti stimano che l’impatto potrebbe tradursi in una contrazione superiore ai 2,5 miliardi di euro per l’industria nazionale, con effetti a cascata sull’occupazione qualificata e sull’indotto.

Dazi sui farmaci, le contromisure delle imprese farmaceutiche

Dentro questo braccio di ferro tariffario, le imprese del settore iniziano già a muovere le proprie contromosse. L’analisi del portafoglio prodotti rispetto all’Annex I della proclamazione rappresenta il primo passaggio, utile a distinguere le molecole soggette alla tariffa del 100% da quelle esenti, tra cui generici, biosimilari, farmaci orfani e terapie avanzate.

Le aziende valutano inoltre l’avvio di trattative per accordi di pricing basati sul principio della nazione più favorita con l’Health and Human Services, abbinati a piani di onshoring concordati con il Department of Commerce: la combinazione dei due impegni garantisce l’esenzione tariffaria più estesa, fino al 20 gennaio 2029.

Tra le opzioni intermedie figurano impegni parziali di reshoring produttivo e partnership con operatori statunitensi, che consentirebbero di accedere a un’aliquota ridotta al 20% nella fase iniziale. Il monitoraggio delle esenzioni e delle revisioni annuali previste dalla proclamazione, in particolare per le categorie legate alla salute pubblica, resta un ulteriore fronte di attenzione per le aziende. Centrale rimane il coordinamento con Farmindustria e con le istituzioni italiane ed europee, chiamate a sostenere un’azione diplomatica congiunta che faccia leva sul ruolo dell’Italia come fornitore affidabile e di qualità per il mercato statunitense.

Immagine di Hillary Di Lernia

Hillary Di Lernia

Classe 1994 e laureata in scienze della comunicazione, si è specializzata in sociologia conseguendo successivamente un master in criminologia. Giornalista pubblicista, ha collaborato con diverse testate finanziarie tra cui Bluerating e Milano Finanza, occupandosi di risparmio gestito e approfondimenti sui mercati finanziari. Oggi svolge anche la professione di criminologa e giornalista d’inchiesta, con particolare attenzione alle dinamiche sociali, economiche e criminali.

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